“EMA” DI PABLO LARRAÍN

Un semaforo brucia nella prima inquadratura. Una ragazza con lanciafiamme e capelli biondo platino osserva, poco distante. È Ema (Mariana Di Girolamo) e quel fuoco, con cui si apre l’ultimo film di Pablo Larraín e che non smetterà mai di ardere, è il fuoco che le brucia dentro. Il fuoco dei sensi di colpa causati dalla decisione di riportare in orfanotrofio Polo, il bambino adottato insieme al marito Gastòn (Gael García Bernal). È un fallimento che non le dà pace.

Ema ha un obiettivo e un piano per raggiungerlo: riprendersi Polo. Nessuna strada legale è percorribile e l’obiettivo è difficile. Richiede tempo e pazienza. Ema non ha fretta, entra in contatto con la nuova famiglia del bambino e la scardina lentamente e con costanza dall’interno; coglie i punti di debolezza e ne approfitta.

Ema è un personaggio complesso, disturbante e irresistibile: in un certo senso è significativo il sole che fa da sfondo alla performance di danza del primo atto del film. Quel sole è lei, centro di gravità di tutti i personaggi che le ruotano intorno, attratti come corpi celesti dalla propria stella. Ema fa cose gravissime e spaventose: si può essere d’accordo con lei oppure no. In un modo o nell’altro però, alla fine, conquista tutti.

Da queste premesse Larraìn crea un film articolato e seducente in cui tutti gli elementi sono in perfetta sinergia. La danza salta immediatamente all’occhio: è importante sottolineare come non sia mai fine a se stessa, ma sempre motivata da una forte esigenza narrativa. La danza è il mezzo attraverso cui Ema esterna il suo sentimento di libertà e, talvolta, gli attriti con Gastòn. Se è vero che il sonoro vale il cinquanta percento di un film qui, forse, la percentuale si alza. La musica (si va dal reggaeton alle parti strumentali di Nicolas Jaar) definisce il ritmo dell’intero racconto, mentre i rumori di fondo – a volte assordanti fino quasi a coprire i dialoghi – creano un clima di tensione molto efficace.

Da non trascurare è l’uso delle luci: buona parte del film si svolge in penombra in un gioco di chiaroscuri monocromatici (blu, verde, rosso, viola) in cui quello che non si vede è più importante di ciò che invece viene mostrato. Anche qui si può ritrovare un’analogia diretta con il carattere della protagonista. Solo parte di lei è in luce, mentre la parte in ombra è incomprensibile e terrificante. I colori pastello sul finale sembrano raccontare un lieto fine. Eppure, sia l’ombra che il fuoco sono ancora lì.

Giacomo Bona

“Ema”, presentato in anteprima livestreaming su Mubi e MyMovies, uscirà in sala a settembre.

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