“SPACCAPIETRE” DI GIANLUCA E MASSIMILIANO DE SERIO

In concorso nella sezione “Giornate degli Autori” alla settantasettesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Spaccapietre dei fratelli De Serio porta sul grande schermo una storia dall’attualità spiazzante e insieme in grado di attraversare trasversalmente tempi diversi, collocandosene al di fuori: una storia assoluta.
Ambientato nelle periferie pugliesi dei nostri giorni, il film si addentra nei soprusi di un caporalato senza tempo, che oggi come ieri violenta la dignità dell’uomo. L’inesorabile movimento di discesa negli inferi di questa realtà si compie nel film con un andamento talmente naturale da turbare, come uno scivolamento che inevitabilmente conduca alla scoperta di un orrore sempre maggiore.

Film dalla spiccata fisionomia autoriale, Spaccapietre è nella sua totalità una questione di sguardo. Almeno tre sono nel film i riferimenti espliciti alla valenza simbolica del “guardare”. La prima sequenza è una vera e propria dichiarazione di poetica: la soggettiva capovolta del piccolo Antò (Samuele Carrino), che a testa in giù osserva i genitori salutarsi, è la chiave di lettura del film. Il candore di uno sguardo bambino e il coraggio di rovesciare il proprio punto di vista permettono sì di scavare fino in fondo, di guardare senza la protezione di alcun filtro, ma al contempo permeano la vicenda di una dolcezza così genuina da trasformare un dramma senza apparente via d’uscita in ciò che gli stessi registi definiscono una “storia di salvezza”.
Il secondo riferimento è nella sequenza successiva: il binocolo, metafora perfetta del lavoro dei registi. Permette di avvicinarsi oltremodo all’oggetto pur rimanendo a debita distanza, ciò che avviene per lo spettatore davanti all’opera dei De Serio. Con inquadrature divise tra campi medi che non forzano all’immedesimazione e campi ravvicinatissimi che al contrario costringono a desiderare oltre i limiti del quadro, il pubblico si ritrova immerso in una materia cruda e vivissima, eppure incondizionatamente libero nel proprio giudizio. E sta forse proprio in questo la potenza travolgente e spaventosa del film.
Il terzo rimando è la ferita all’occhio di Giuseppe (Salvatore Esposito), che gli nega la possibilità di vedere tutto, ma gli dona – a detta del figlio – “poteri magici”. E infatti Spaccapietre rifiuta un realismo di tipo cronachistico, non si impone di inquadrare tutta la realtà e riportarla sullo schermo. Rifiuta anche di mostrare direttamente le violenze, confinate spesso in un ben esplicito quanto imprevedibile fuoricampo. Si allontana dal sentimentalismo, giocando non tanto sul potere del narrare una storia, quanto su quello puramente cinematografico del rendere il film uno specchio concavo della realtà, che capovolge il punto di vista e ricompone un’immagine virtuale della stessa avvicinandovisi pericolosamente. La vicenda ha infatti radici profonde nella nostra società – tutti i fatti narrati sono frutto di studio e ricerca – ma la maniera in cui è rappresentata non appartiene ad altro che al cinema: una fiaba nera, che spazia dal meraviglioso al terribile, tange costantemente la realtà ma rimane sempre sospesa nei seducenti confini della finzione. Lo stesso commento sonoro del film puntella le immagini richiamando una dimensione altra – emblematica in tal senso la scena dell’obitorio, in cui la partitura si compone di un’esasperazione dei suoni di ambiente che pungolano l’orecchio dello spettatore, allertandolo nella direzione che il film prenderà da lì in avanti.

Una storia che dal paese si sposterà verso le periferie, addentrandosi negli abissi sempre più irrazionali di una violenza tutta umana, che dallo schermo si propaga al mondo che ci circonda, troppo spesso inosservata. La tenerezza di una complicità tra padre e figlio che volge lo sguardo alla speranza. Una magica mescolanza di due mondi, in cui si sente forte la commozione degli stessi registi per il tema trattato, che tuttavia non diviene mai esplicito pretesto per un film di denuncia sociale.

In un’escalation inaspettata di sadismo che mette più volte in crisi il labile confine tra realtà e finzione, lasciandolo irrisolto, Spaccapietre crea un distillato sublimato di una cronaca che appartiene puramente e perfettamente al solo cinema ed è allo stesso tempo incredibilmente reale.

Ada Turco

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