“AL LARGO” DI ANNA MARZIANO

“Un’esperienza straniante e fantasmagorica”: così Anna Marziano definisce il suo Al largo, film metamorfico e complesso, che unisce ricerca filosofica e sapienza cinematografica. Il documentario si propone di frequentare il dolore legato alla malattia, in un terreno d’indagine atemporale che mette in dialogo l’esperienza personale dell’autrice con la lettura di Nietzsche e Winnicott.

Girato in s8mm e 16mm, Al largo prende corpo progressivamente in una sorta di collage poliedrico dal formato in 4:3, costruito secondo una coerenza logica che muove dall’interno. Un montaggio analitico e puntuale ‘incolla’ materiali reali diversi: inserti di realtà, manipolata in post-produzione o artefatta dall’interno attraverso gesti artistici, performance creative dell’autrice in presa diretta e collages dell’artista Diana Zoradana, scenografie di oggetti dalla valenza simbolica. Il film è ermetico, stratificato, spesso il senso sfugge allo sguardo, è calato in interpretazioni profonde che superano la forma. Le immagini hanno così la stessa postura delle parole in Poesia (il simbolismo, i fossili e il mistero del mare rievocano Eugenio Montale), occupano uno spazio specifico, mai arbitrario e pesato con intenzione precisa nella composizione finale. Le inquadrature sono così significanti puri al servizio del montaggio, che il tempo può accelerare (ad una velocità che ricorda quella dei film muti) oppure spandere in piani sequenza sospesi. Al largo è un organismo più che mai ibrido, nel quale suono e immagini scavano solchi spesso estranei tra loro. Nella prima parte del film la voce off di Francesco Nash, inquadrato fugacemente, corre lineare su un montaggio lirico del tutto indipendente dal racconto orale. Così fanno le letture, integrali o commentate, di passaggi tratti dalle opere di Ovidio (Le metamorfosi), Sigmund Freud e Lou Andreas Salomè (le lettere), Paul Ricoeur, Montaigne, Claire Marin, Ernesto de Martino. Nella seconda metà il documentario si ‘limita’ all’osservazione e all’inchiesta sui diritti umani dei profughi, l’etnopsichiatria forense, la criminologia transculturale, i malati oncologici, la divulgazione scientifica sui fossili.

Tra le tante, Anna Marziano cita le parole di Ricoeur secondo il quale: “la malattia ci rivela che la nostra vita è naturalmente scucita. E’ proprio di questa vita scucita che soffre il malato. Quale il ruolo della cura? Ricucire”. Il documentario è il tentativo mistico della regista di (ri)cucire per comprendere (questo il senso della presenza totemica di una macchina da cucito) il dolore profondo provocato da una grave diagnosi a una persona vicina. Lo fa cucendo e scucendo continuamente il tessuto formale del film con un talento cinematografico al servizio dell’ambizione estetica.

Francesco Dubini

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