“BREEDER” di JENS DAHL

In un’ex fabbrica di zucchero riadattata a laboratorio per la sperimentazione di terapie in grado di fermare l’invecchiamento, la dottoressa Ruben (Signe Egholm Olsen) conduce i suoi esperimenti, supportata finanziariamente da Thomas (Anders Heinrichsen). Le teorie della dottoressa, nello specifico una veterinaria, le consentono di trovare presto una cura efficace solo per gli uomini. La terapia per le donne, invece, non è così immediata e richiede ricerche supplementari, che vengono eseguite su cavie – tra le quali anche Mia (Sara Hjort Ditlevsen), moglie di Thomas – che vengono rapite dai due assistenti uomini di Ruben, il Cane e il Maiale.

Le donne sono vittime di un sistema che privilegia gli uomini: quest’ultimi, infatti, non solo sono gli unici a poter accedere alla terapia, ma anche coloro ai quali sono riservati i piani alti, salubri, luminosi, spaziosi dell’istituto, dove vengono ricevuti dalla dottoressa per poi essere introdotti alla terapia e ricevere i trattamenti. Alle donne, al contrario, spettano i bassifondi, il seminterrato umido, sporco, buio e claustrofobico dove l’orrore della ricerca ha luogo.

Alla regia non mancano alcune trovate stilisticamente apprezzabili, supportate da una buona recitazione e da un’ottima fotografia. Il film indugia probabilmente troppo, però, sulla violenza, che è sistematicamente rivolta alle sole donne per buona parte della vicenda. Le donne vengono uccise, marchiate a fuoco, frustate fino a provocare un parto precoce, drogate, torturate, mutilate, umiliate, plagiate. Manca solo la violenza sessuale. Quando poi le posizioni si ribaltano, la violenza subita dagli uomini è infinitamente meno disturbante e si esaurisce nel giro di pochi istanti. A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che gli uomini esercitino la loro misoginia seguendo gli ordini di un’altra donna, la stessa dottoressa Ruben, disposta a sacrificare le sue pari in cambio del segreto dell’eterna giovinezza, che intenderebbe usare in primis su se stessa.

La scelta di programmare Breeder in concomitanza con la giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne è però discutibile. Se è vero che il film può essere interpretato (non senza sforzo) come una denuncia contro il patriarcato e la violenza sulle donne, è anche vero che si tratta di un film di violenza sulle donne: la mostra senza nulla risparmiarsi (e risparmiarci). Inoltre, la violenza subita ne genera di nuova, come dimostra il riscatto finale, affatto consolatorio: le donne riescono a liberarsi solo agendo al pari dei loro carnefici.  

Giacomo Bona

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Un commento su ““BREEDER” di JENS DAHL”

  1. Complimenti per la recensione, non è facile da fare, soprattutto su questo tema. è stata proprio una “scelta” dichiarata quella di programmare Breeder in concomitanza con la giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne?

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