“GUNDA” DI VICTOR KOSSAKOVSKY

Dopo Aquarela – il film monito sulla forza e la bellezza dell’acqua presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2018 e selezionato per l’Oscar come Migliore Documentario l’anno successivo –, il regista russo Victor Kossakovsky con Gunda ci mette di fronte a un altro semplice, per quanto non scontato, spunto di riflessione. Ambientato in una fattoria (della quale ben poco si vede se non una casetta di legno e tanta vegetazione), il film ha come protagonisti un gruppo di animali e racconta la loro vita quotidiana.

Alcune mucche pascolano in un prato, dei pennuti esplorano sospettosi la boscaglia e una scrofa, la Gunda del titolo, dà alla luce i suoi cuccioli. Il film non ha una vera e propria trama, non udiamo dialoghi o musiche e non leggiamo didascalie; non incontriamo interpreti che ci offrono informazioni su cosa stiamo guardando. A pochi minuti dall’inizio del film, però, quello che potrebbe sembrare un semplice intento documentario di catturare le immagini del parto di una scrofa si trasforma in un racconto eccezionale e senza precedenti.

Come fossero delle star (e attraverso una  fotografia sorprendente), gli animali vengono ritratti in primi piani estremamente espressivi e delicati; i lenti e silenziosi carrelli seguono da vicino i loro movimenti nello spazio, regalandoci immagini vivissime, nuove e senza tempo, sofisticate e semplici al tempo stesso. La peculiare capacità del regista di rendere avvincenti degli eventi (e delle creature) nella loro esistenza e la scelta di utilizzare con cura i suoni d’ambiente concorrono a creare un’atmosfera coinvolgente e una tensione emotiva non indifferente. Tutti gli elementi pongono lo spettatore nella condizione di ascoltare gli animali e di superare le barriere di specie interrogandosi sul mistero della loro coscienza.

Il documentario, nella sua essenzialità, suona come un omaggio al cinema delle origini. Privo di una sceneggiatura e girato in bianco e nero – affinché lo spettatore si possa completamente concentrare sull’”anima” dei protagonisti, piuttosto che sul loro aspetto –, scardina ogni prospettiva di narrazione umana. La genuinità dell’immagine costruita da Victor Kossakovsky è un invito a cogliere l’essenza del cinema: ossia guardare la realtà per quella che è – senza inganni, costruzioni o artifici – e trarne una personale conclusione. Non senza un intento di propaganda vegana (Kossakovsky ha dichiarato scherzosamente di essere stato probabilmente il primo vegano dell’Unione Sovietica), il regista guida lo spettatore verso una cruda presa di coscienza che incoraggia a riflettere su quanto in realtà siamo simili agli animali, sconvolgendo la pretesa che l’uomo sia unico nella sua capacità emotiva e cosciente.

Carola Capello

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