Il buco in testa

“IL BUCO IN TESTA” DI ANTONIO CAPUANO

Nata e cresciuta nella periferia di Napoli, Maria (Teresa Saponangelo) è orfana di padre ancor prima di venire al mondo. A portarglielo via un colpo di pistola esploso dal brigatista Guido Mandelli (Tommaso Ragno) che, una volta scontata la pena in carcere, vedrà bussare alla sua porta la giovane donna in cerca di risposte. Con Il buco in testa, presentato fuori concorso al Torino Film Festival, Antonio Capuano dedica un nuovo capitolo alla sua Napoli, teatro inconsapevole di vite alla deriva.

Più che due città, Torre del Greco e Milano sono gli unici punti di riferimento in una narrazione che intreccia due piani temporali: il lungo flashback è ambientato interamente nella periferia campana, tra il degrado degli ambienti e i suoi cittadini dimenticati da un sistema al collasso; il presente è ospitato dalla grande metropoli lombarda, dai suoi grattacieli opprimenti, dalle strade piene di gente che spingono a rivivere un trauma mai superato. Lo scontro tra le Brigate Rosse e la polizia rievocato da Guido è quasi un capitolo a parte, uno stacco visivo, girato in bianco e nero. Il regista aggiunge alla sequenza una nota pittorica, come da lui stesso ammesso, che aleggerà poi per tutto il film: il colore rosso, come il sangue sgorgato negli Anni di Piombo.

Con una costruzione così complessa, serviva una chiave di volta forte e malleabile che riuscisse a tenere tutto in piedi in maniera equilibrata. Capuano investe di questo ruolo Teresa Saponangelo, già diretta in Polvere di Napoli (2000), che si carica sulle spalle, e sul corpo, il peso e il dolore di una donna incompiuta. La camera la segue per tutto il film, non risparmiandole primi piani impietosi, spogliandola a tal punto da restituirci ogni variazione del suo stato d’animo in perenne conflitto. La scissione definitiva avverrà quando deciderà di partire e andare ad affrontare l’uomo a cui, dopo anni di odio, può finalmente dare un volto. E, in maniera speculare, Maria cambia il suo: abbandonata la vecchia acconciatura e le scarpe col tacco, la donna che approda a Milano ha i capelli corti e tinti di rosso (ancora il rosso), un abbigliamento punk ed è pronta a tutto pur di farsi giustizia. Anche, forse, uccidere.

Il treno funge da nome tutelare di tutto il film. Non solo per l’omaggio, immediatamente svelato alla prima inquadratura, ai Fratelli Lumière. Il treno entra in scena, anche solo con un fischio, ogni volta che Maria si sente soffocata dalla sua vita. Quasi a suggerirle di prendere il largo, andare via, scappare per colmare quel vuoto, quel buco, che sente nel cuore. O in testa.   

Marco Ghironi

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