ITALIANA.CORTI

Ripartiti in due programmi distinti di circa un’ora ciascuno, sono otto i film che compongono la sezione competitiva ITALIANA.CORTI del 38° Torino Film Festival. La varietà di sguardi è notevole, ma forse c’è un filo rosso che li unisce e che va ricercato nell’attenzione che quasi tutti i registi rivolgono a storie intime e quotidiane, spesso capaci di elevarsi, talora inaspettatamente, verso i territori dell’epica. Soprattutto, li accomuna una vivace ricerca linguistica, che nella sperimentazione quasi disperata di nuove soluzioni espressive ricorre in molti casi al materiale d’archivio, al found footage, al Super 8, al collage.

ALL’ALDILA’DIQUA (30’), il più lungo dei titoli selezionati e il più ambizioso negli intenti da cui prende le mosse, bene esemplifica questo insieme di tensioni. La regista Alessandra Cianelli intraprende un viaggio di ricerca nel passato coloniale italiano, a partire dalla scoperta di alcune lettere del nonno. Le immagini della Napoli odierna scorrono sullo schermo assieme a quelle del passato, legate indissolubilmente da un’unica dissolvenza incrociata. All’altro lato dello spettro si pone il brevissimo NON CE NE SIAMO RESI CONTO di Giorgio Vicozzi e Alfredo Dante Vallesi, un lampo dada di tre minuti che, tramite l’animazione di stampe e ritagli di giornale, illustra didascalicamente alcune stoccate pasoliniane alla società consumistica.

Tra i titoli più riusciti c’è LA TECNICA di Clemente De Muro e Davide Mantegna, l’unico cortometraggio della sezione a misurarsi esplicitamente con la narrazione classica (pur lasciando spazio a diverse impressioni da cinéma vérité). Nella cronaca dell’estate di Leo e Cesare compaiono gli archetipi del racconto di formazione e dell’arcadia, e i due registi sono bravissimi a modellare questa materia in uno spazio ridotto (appena 10 minuti), grazie ad un ottimo uso del découpage. Gli è affine nell’estetica e nei toni pastorali ISSA (12’), ambientato in un piccolo villaggio della campagna sarda destinato allo spopolamento. Ma in questo caso la narrazione e i suoi paradigmi (qui siamo alle prese con la gravidanza e il parto) sono filtrati attraverso la lente del simbolismo.

OLD CHILD (16’) di Elettra Bisogno, è notevole perché sa raggiungere con discrezione la poesia. Hazem, che ha lasciato la Palestina per arrivare in Europa clandestinamente, racconta la sua storia sussurrando dal fuori campo, mentre sullo schermo scorrono frammenti confusi che compongono un vero e proprio flusso di coscienza in immagini. Il finale ambientato in mare, fatto di tonalità di blu e di pura luce, rafforza i rimandi a Joyce e all’Odissea omerica.

MALUMORE (12’) di Loris Giuseppe Nese è invece musica concreta. Il ticchettio di un orologio, il rantolo di un anziano in fin di vita, i frammenti della messa o di una telenovela che provengono dalla televisione accesa, uniti dall’elettronica di Davide Maresca, raccontano la routine dell’ansia in un quartiere popolare di Salerno. Il tutto è messo in immagini con un’animazione suggestiva, fatta di sagome, di ombre e di chiaroscuri. Anche ‘NA COSA SOLA (24’) ruota attorno ad un’attesa campana – quella che si respira nelle stazioni di una linea ferroviaria ai piedi del Vesuvio – ma la strada scelta dal regista Giovanni Sorrentino è quella del documentario.

E la musica ritorna anche in SRISARAYA (11’) di Patricia Boillat e Elena Gugliuzza. Il commento, molto sobrio, è di Giovanni Venosta, compositore sodale di Silvio Soldini, ma a vedere le case degli spiriti thailandesi ai bordi delle strade, una in fila all’altra, vengono in mente Philip Glass e le sue cellule ritmiche. Con un bellissimo passaggio dal gigantesco al minuscolo, le due registe creano un parallelismo tra questi piccoli santuari e la realtà oggi quasi scomparsa delle sale cinematografiche indipendenti del Sud-Est asiatico.

Infine, a questi otto titoli si aggiunge un’appendice fuori concorso – THEEND (6’) – firmata da Jacopo Benassi, che tra Vincent Price, Creature from the Black Lagoon e Lydia Lunch, compone un’elegia per la morte dell’arte underground.

Andrea Bruno

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