Regina

“REGINA” DI ALESSANDRO GRANDE

Regina, unico film italiano in concorso al Torino Film Festival 2020, è il primo lungometraggio di Alessandro Grande.

La grande esperienza del regista con la forma cortometraggio risuona nella maestria nel narrare una storia in un tempo più dilatato, senza perdere mai l’attenzione dello spettatore. Un turbinio di musica, sguardi, silenzi e bugie confluiscono in un vero e proprio racconto di formazione. Ad esserne protagonisti sono la giovane Regina (Ginevra Francesconi) e suo padre Luigi (Francesco Montanari), impegnato ad aiutare la figlia a coronare il sogno di diventare cantante con ogni possibile sotterfugio; stesso obiettivo che lui ha dovuto abbandonare dopo la morte della moglie. Tutto cambia però quando un evento imprevisto sconvolge le loro vite.

Acclamato dalla critica per Bismillah (2018), Grande condisce il suo primo film con tante piccole storie che, una volta unite, ricompongono il flusso imprevedibile della casualità della vita. Il film gioca con il semplice concetto di causa-effetto, attingendo a codici specifici del film di genere pur mantenendo una forte identità autoriale. Il regista, anche sceneggiatore, cura ogni inquadratura al dettaglio, controllandone il ritmo e prediligendo riprese lunghe in piano sequenza. Questa possibilità di sfruttare un tempo d’azione più dilatato esalta il talento di Francesco Montanari e Ginevra Francesconi; il primo ha una presenza scenica che si avverte ogni volta che entra in campo: un volto che, da solo, potrebbe raccontare una storia; la seconda è convincente nel restituire, anche con i lunghi silenzi, lo struggente conflitto interiore di una quindicenne alle prese con i sensi di colpa.

Oltre ad essere ben scritto e interpretato, Regina è un film bello da vedere. I movimenti di camera delicati, quando non inesistenti, si sposano perfettamente all’illuminazione naturale scelta per acuire la drammaticità della vicenda. Nella fotografia di Francesco Pierro, ogni gioco di luce è giustificato diegeticamente: il neon nel solarium, il riverbero dei fuochi d’artificio, i riflessi dei lampioni sulle finestre. Un gusto documentaristico che abbraccia la volontà di uscire dalla tradizione italiana e raccontare una storia diversa. Se l’ambientazione cittadina richiama la Twin Peaks (1990) di David Lynch, Alessandro Grande rimane fedele alla sua storia e trae le giuste conclusioni. Il suo film non è un noir, non parla di vendette e nemmeno di odio. È una storia di svelamenti che riprende la struttura del giallo anche per il sapiente uso che fa del fuoricampo per gestire la suspense. Ma giungendo al fulcro del discorso, si torna sempre e solo a loro due. Un padre e sua figlia impegnati, nonostante tutto, a rimanere una famiglia.

Marco Ghironi

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