“SAN DONATO BEACH” DI FABIO DONATINI

“Il mondo va avanti ma tu ti senti un po’ più indietro”.

Patrizia pronuncia questa frase fissando l’obiettivo. I rumori della strada vicina fanno da sottofondo alle sue parole. Il sole le illumina il volto e dai suoi occhi traspare la malinconia tipica di chi ha sofferto molto, ma anche la speranza di chi non si vuole arrendere. In questa istantanea si può riassumere il senso di San Donato Beach, il nuovo lungometraggio di Fabio Donatini in concorso al 38° Torino Film Festival nella sezione TFFDOC/ Italiana.

Il documentario parte da una premessa ambiziosa: raccontare la solitudine. Per farlo, è stato utilizzato un approccio diretto. Durante i torridi mesi estivi, il periodo in cui la città si svuota e il frenetico ritmo della vita metropolitana rallenta, il regista e i suoi collaboratori sono andati in giro per le strade del quartiere di San Donato, alla periferia di Bologna, per intervistare tutte le persone che vivevano da sole e farsi raccontare le loro storie.

Un lavoro che ha richiesto due anni (svolto nel periodo pre-Covid), dal quale emergono i ritratti di diversi personaggi. Oltre a Patrizia, affetta da depressione, vengono presentati anche Reza, costretto a vivere per strada, il giovane Andrea, affetto da ludopatia e Zio, un serbo – fuggito dalla Ex-Jugoslavia durante gli anni della guerra – ossessionato dalle donne e dal sesso.

Sono emarginati, vittime di eventi traumatici che ne hanno segnato le esistenze. Per loro il tempo è sospeso. Vivono in un eterno presente rimpiangendo il passato.

Il quartiere, con i suoi palazzi fatiscenti e le strade vuote, funge da cassa di risonanza per i loro disagi interiori. Il montaggio è ridondante, i tempi delle inquadrature sono dilatati e la macchina da presa torna ciclicamente sugli stessi luoghi, mostrando le facciate delle case popolari e i parchi abbandonati. L’impressione è quella del tempo che si è fermato. I rumori dei clacson, dei motori delle auto e del vento, sono amplificati quasi al limite della distorsione. Non sono dei semplici effetti sonori, ma delle vere e proprie voci fuori campo che sembrano dialogare con le persone intervistate.

La regia si limita al minimo, con macchina da presa fissa e inquadrature statiche. Donatini si pone come un umile spettatore, non vuole invadere lo spazio dei personaggi, lasciando che siano loro a prendersi la scena. Parlano a ruota libera, senza filtri, mettono a nudo la propria fragilità, i loro vizi e desideri. Ad ognuno di loro è associata una canzone che ne riflette lo stato d’animo – colonne sonore personalizzate che includono alcuni dei più grandi successi di Sanremo, come Il mondo di Jimmy Fontana, Che sarà dei Ricchi e Poveri e molte altre.

L’idea di fondo di San Donato Beach è interessante, soprattutto perché Donatini è stato abile nel descrivere la sofferenza senza cadere nel pietismo o nella retorica. L’ accostamento delle canzonette ai protagonisti fa sì che i loro ritratti siano più lievi e talvolta tragicomici. Rimangono delle perplessità su alcune scelte, come ad esempio quella del montaggio eccessivamente ripetitivo e la poca variabilità dei luoghi mostrati. Fin dai primi minuti si genera una certa prevedibilità di fondo ma, per fortuna, la breve durata del documentario scongiura il pericolo della noia.

Sirio Alessio Giuliani

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