“THE OAK ROOM” DI CODY CALAHAN

Un locale, poche luci ancora accese: qualche debole neon colorato, l’illuminazione del bancone, un vecchio juke-box che manda pigri bagliori da un angolo. Paul (Peter Outerbridge), il barista, si sta preparando a chiudere, mentre fuori è ormai notte e infuria una tempesta di neve. D’improvviso irrompe Steve (RJ Mitte), un viandante che porta con sé il racconto di un altro bar, di un altro barista e di un altro sconosciuto condotto lì dalla bufera. Da questa prima storia ne nascono molte altre, mentre la mezzanotte si avvicina e qualcuno guida inesorabile sotto la neve.

Presentato fuori concorso nella sezione LE STANZE DI ROL del 38° Torino Film Festival, The Oak Room è, dopo Lucky di Natasha Kermani, un altro titolo costruito attorno al principio della mise en abyme. In questo caso, il canadese Cody Calahan smonta e riflette sui meccanismi del noir attraverso l’espediente della narrazione dentro la narrazione, popolando il suo film di continui omaggi al cinema di genere anni ’80 e di personaggi che sembrano usciti da un romanzo di Cormac McCarthy. In The Oak Room tutti, baristi e avventori, hanno almeno una storia da raccontare, e devono farsi di volta in volta narratori o uditori, in un costante e inquietante scambio di ruoli, un gioco di specchi che evoca il mito di Sherazade.

Sì, perché The Oak Room è fatto di vicoli ciechi, false piste e cortocircuiti narrativi, con il racconto orale che diventa arma di seduzione e di inganno, una forza ammaliatrice che fa abbassare le difese. Quelle dei personaggi e del pubblico. In effetti, sebbene i dialoghi di Peter Genoway funzionino a puntino e si facciano seguire religiosamente, più volte la regia sembra richiamare l’attenzione dello spettatore sulle immagini. Bisogna, in altre parole, aguzzare la vista, non solo per orientarsi nell’oscurità di una fotografia pesantemente sottoesposta, ma anche per scovare una chiave di lettura, un particolare rivelatore che altrimenti potrebbe venire spazzato via dal continuo flusso di parole.

Da questo punto di vista, l’incipit del film è fondamentale, una vera e propria dichiarazione di intenti. Nell’immagine di una bottiglia di birra che risplende nel buio, prima capovolta e poi rimessa a testa in su grazie ad un avvitamento della cinepresa, è ricostruito il meccanismo della camera oscura. È il principio dello sguardo, distillato in un unico movimento di macchina. Qui va ricercato il senso di The Oak Room, che a dispetto della grande densità della propria sceneggiatura, sa restituire alle immagini di genere il loro statuto.

Andrea Bruno

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