“UN CUERPO ESTALLÓ EN MIL PEDAZOS”, DI MARTIN SAPPIA

«Nobile, grandioso, impeccabile, ogni istante si forma, si colma, si sgretola, si riforma in un nuovo istante che si crea, che si forma, che si consuma, che si sgretola e si riforma in un nuovo istante che si crea, che si forma, che si colma e si piega e si collega al seguente che si annuncia, che si crea, che si forma, che si colma e si esaurisce nel seguente che nasce, che sorge, che soccombe e nel seguente che viene, che sorge, si ripristina, matura e si unisce al seguente che si forma…E così senza fine, senza fermarsi, senza stanchezza, senza incidenti, con una perfezione smisurata e monumentale.» -Henri Michaux

«Volevo fare uno spettacolo con un linguaggio inventato da me, per riunire gente solo per una sera. […] Insistevano perché la rifacessi, ma io non volevo». Quello di Jorge Bonino (1935-1990) è teatro puro, nella misura in cui ogni sua opera, parola o azione è presenza, atto indissolubilmente legato all’istante in cui si esprime.

Martín Sappia tenta di dare forma ad un corpo esploso in una miriade di frammenti, ognuno egualmente irrintracciabile. Nel suo documentario la natura formalizzante del cinema, capace di imbrigliare spazio e tempo, si scontra con l’assoluta evanescenza del teatro. Con la sua informità. Un tentativo -preliminarmente fallimentare- di identificare Bonino, di ricostruirne il profilo, la biografia. Di delineare con accuratezza topografica i movimenti di un artista che «non lascia tracce». Ma la cui eco ancora persiste.

Ecco che Un cuerpo estalló en mil pedazos si configura in primis come un dispositivo di tracciamento spaziale: lunghi carrelli che percorrono strade deserte, piani statici e di lunga durata atti a indagare spazi disabitati, o in cui la figura umana è comunque marginale, di scarso interesse compositivo. Alle immagini cinematografiche si sommano scansioni di cartoline, locandine teatrali, e di quei pochissimi documenti pervenutici. Viene accuratamente ripercorso ogni luogo in cui si suppone Bonino abbia presenziato nel corso della sua enigmatica vita.

Parallelamente alle immagini fluiscono, fuori campo, le voci di chi ancora ricorda qualcosa dello «Jacques Tati argentino». Non sappiamo chi stia parlando, che legame abbia intessuto con l’artista. Eppure, siamo costretti a fidarci di loro. Ogni testimonianza, veridica o sognante, è un tesoro prezioso.

A essere un cuerpo explotado non è solo quello (fisico e mnemonico) di Jorge Bonino, ma la stessa opera che si propone di delinearne la figura. Un film che segue ogni misera traccia, diramandosi in una ragnatela dai confini incerti. Attraverso il lavoro di Sappia il documentario rivela la sua distanza dal mero documento. Laddove quest’ultimo identifica, formalizza sub specie aeternitatis, il primo è un’opera costantemente in fieri, che rilancia l’incompletezza dell’istante presente al fotogramma successivo, «senza fermarsi, senza stanchezza». Nulla è dato, tutto è ricerca.

Niccolò Buttigliero

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