“NOMADLAND” DI CHLOé ZHAO

Il film, vincitore del Leone d’Oro e di tre Oscar (miglior lungometraggio, regia, attrice protagonista) riflette, una volta di più nella storia del cinema, sul mito della frontiera, attualizzando l’ipotesi di Frederick Jackson Turner – secondo cui il mito è l’essenza stessa della cultura americana – in una rilettura personale e insieme universale.

Nomadland è il ritratto di un paese in continuo movimento, di una terra di instancabili viaggiatori che calcano le orme dei propri antenati, quei pionieri dallo spiccato senso pratico e dal sentito individualismo che hanno contribuito a dare forma all’America di oggi.

Fern, interpretata da Frances McDormand (anche produttrice del film), non è una home-less, come viene detto in uno dei dialoghi del film, ma una house-less, una senza dimora che attraversa con il proprio van (battezzato “van-guard”, un gioco di parole che rimanda allo spirito della protagonista, sempre determinata a muoversi e andare avanti) gli immensi paesaggi americani. Mantenendosi con piccoli lavori saltuari, la donna incontra alcune comunità erranti, intrattiene rapporti fugaci e non si lega mai a nessuno, conservando il proprio spirito indipendente – che è cosa ben diversa dall’essere individualisti. Infatti uno dei temi al centro del film è la solidarietà: le persone che Fran incontra sulla strada sono altruiste e generose, non stabiliscono alcun legame con gli oggetti e sono sempre disposte a dare al prossimo tutto ciò che possiedono.

Il personaggio della protagonista non poteva che essere affidato a Frances McDormand, le cui scelte artistiche e politiche si trovano in perfetta sincronia con quelle dei cineasti che negli ultimi anni sono stati capaci di attualizzare e mettere in discussione i temi su cui si fonda la cultura americana. L’attrice 63enne non nasconde le rughe alla macchina da presa, porta i capelli corti e veste indumenti sgualciti e poco femminili. Fern non è la madre arrabbiata di Tre manifesti a Ebbing, Missouri (M. McDonagh, 2017), ma una donna dolce e sensibile che conserva quella forza e quella determinazione tipiche dei personaggi interpretati dall’attrice.

Quello filmato da Chloé Zhao è uno scenario desolato e spaventoso, quasi post-apocalittico, che riflette le incertezze di un paese in crisi. In quest’ottica, lo stile semi-documentaristico si rivela il più efficace per mettere in scena dettagli antropologici di una realtà sociale poco conosciuta, quella dei nuovi nomadi d’America, rimasti senza dimora in seguito alla Grande recessione.

Zhao, regista cinese migrata negli Stati Uniti, si appropria del mito per raccontare una storia personale che sa farsi universale, quella di un paese di pionieri, di viaggiatori, migranti – di tutti coloro che, come lei e Fern, costituiscono l’America, la più grande frontiera della storia dell’umanità.

Fabio Bertolotto

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