“MONDOCANE” DI ALESSANDRO CELLI

All’ombra dell’acciaieria di Taranto, in un futuro non meglio precisato, avvolta in una nube gialla abbacinante è sorta una piccola megalopoli, una favela. A nessuno che non sia autorizzato è permesso entrarci, ma i suoi abitanti, radunatisi in veri e propri clan, sono soliti compiere delle sortite all’esterno con intenti non particolarmente leciti, e si spartiscono il territorio al di qua del muro che separa la favela dal resto del mondo . Ma non tutti riescono a integrarsi nei clan di questa colonia, si accede solo su invito: è il caso di Pietro (Dennis Protopapa) e Cristian (Giuliano Soprano), due giovani al servizio di un burbero pescatore, che agognano un posto in una delle bande. Nel loro tentativo di emergere nel mondo della favela, incroceranno la loro strada con quella di una ragazzina proveniente dal mondo esterno e impiegata nell’acciaieria (Ludovica Nasti), e con quella di una tenace poliziotta determinata a porre fine alle scorribande dei clan (Barbara Ronchi), in particolare di quello delle “Formiche”, capitanato dal temibile “Testacalda” (Alessandro Borghi), a cui i due giovani finiranno con l’affiliarsi.

Prodotto da Matteo Rovere, Mondocane, primo lungometraggio di Alessandro Celli (presentato alla Mostra di Venezia e contemporaneamente uscito nelle sale), sembra voler proseguire la strada inaugurata dal recente La terra dei figli di Claudio Cuppellini nel filone della “distopia all’italiana”. Tuttavia, se il film di Cuppellini presentava degli spazi ben definiti e aveva una strategia di world-making decisamente efficace (coadiuvata anche dalla graphic novel di Gipi), il punto debole del film di Celli è proprio la mancanza di precisione nel creare gli spazi che riprende: si sentono tanti nomi evocativi di luoghi sparsi nella favela, ma la sua geografia nel complesso è piuttosto confusionaria. Onore comunque al merito per averci provato in autonomia.

Ma, come ogni distopia che si rispetti, la componente spettacolare predomina, e le sequenze d’azione sono particolarmente riuscite (e più elaborate che nel film di Cuppellini) grazie a uno stile di ripresa dinamico e un buon utilizzo degli effetti speciali. Il cast poi si spartisce la scena in modo equanime, con un copione che evita di lasciare troppo spazio al luciferino Borghi (in una delle sue prove migliori) e rivelando due promesse come Protopapa e Soprano, alla loro prima prova sul grande schermo. E proprio i loro due personaggi, Pietro (detto “Mondocane”), spavaldo ma non ancora al punto da premere un grilletto, e Cristian (detto “Pisciasotto”), un galletto perfettamente integrato nel suo ambiente ma purtroppo affetto da epilessia, sono la vera anima del film: un bildungsroman avvolto dal giallo delle nubi tossiche, che lancia un j’accuse neanche troppo velato alle acciaierie Arcelor-Mittal, ma che non rinuncia a parlare di tematiche universali come amicizia e famiglia, e apre a uno spiraglio su un mondo migliore, appena al di là di quelle coltri.

Alessandro Pomati

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