“TITANE” DI JULIA DUCORNAU

Una bambina imita con la bocca il rumore del motore dell’auto su cui sta viaggiando con il proprio padre annoiato. La bambina all’improvviso si toglie la cintura e l’uomo perde il controllo del veicolo nel tentativo di riportarla all’ordine. In men che non si dica, la macchina è in panne al fianco del guardrail: il padre è quasi illeso, ma la bambina è gravemente ferita alla testa. In ospedale, le verrà applicata una placca di titanio sul lato destro della scatola cranica per riparare il danno; e la prima cosa che la bimba farà una volta uscita sarà andare ad abbracciare la macchina del padre, come se con questa “aggiunta” metallica lei e il veicolo fossero finalmente uguali: niente più imitazioni infantili.

Così ha inizio Titane, opera seconda di Julia Ducornau; un inizio che è tutto un programma, che già rivela le fonti di ispirazione della regista (Cronenberg in particolar modo) e il cui spirito viene mantenuto con coerenza  per tutta la durata del film. Una volta cresciuta, infatti, Alexia, la bambina dell’incidente adesso ventenne (Agathe Rousselle), passa dalla fase di imitazione a quella di venerazione della macchina, grazie al suo lavoro di lap dancer in saloni dell’auto dove, con balli sinuosi e altamente provocanti sui cofani dei veicoli, rende loro omaggio. Ma alla venerazione si accompagna naturalmente l’attrazione fisica, che porta Alexia ad avere un amplesso con una delle auto e a rimanerne incinta. Accanto all’attività di lap dancer c’è poi quella di serial killer: per fare dispetto al padre snaturato e borghese, Alexia ha infatti cominciato a seminare il terrore e a mietere vittime nella regione. E proprio a seguito di un quadruplo omicidio, sarà costretta a fuggire e a spacciarsi per il figlio scomparso di un comandante dei pompieri (Vincent Lindon), che le offrirà protezione fino al momento del parto dell’homo novus.

Pur essendo stato presentato come geniale e provocatorio, Titane scorre in maniera alquanto convenzionale e lineare: certo, le esplosioni di violenza ci sono e sono molto ben congegnate (e talvolta strappano una risata, talaltra provocano una sensazione di sincero disgusto), ma per tutta la durata del film non accade nulla che lo spettatore non si aspetti; inoltre, i momenti salienti (il coito con l’automobile e il parto dell’ibrido uomo-macchina) sono messi in scena in maniera francamente deludente e priva di mordente immaginifico.

Dove ricercare dunque le virtù del film di Ducornau? Sicuramente nella caratterizzazione dei personaggi, connotati da una straziante umanità; in particolare, il personaggio di Vincent Lindon, padre annebbiato dal dolore che decide di tenersi in casa Alexia anche quando capisce il suo inganno; e Alexia stessa, che trova nel comandante una figura paterna decisamente migliore di quella che l’ha cresciuta e che, man mano che la gravidanza va avanti, comincia a perdere i pezzi della sua armatura di freddezza. E proprio di pezzi, per lo più di ricambio (siano essi materiali o spirituali) parla forse, alla fine, Titane. E di sentimenti e di emozioni che anche in un mondo dai colori così saturati e plastici, come quelli di un’auto appena uscita dalla fabbrica, si possono in qualche maniera trovare.

Alessandro Pomati

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