“ALL LIGHT, EVERYWHERE” DI THEO ANTHONY

Un occhio si rivolge alla camera. La camera entra per esaminare il nervo ottico da cui si dipartono i collegamenti verso il cervello mentre la fredda voce over spiega come esso sia responsabile della ricostruzione dei dati ricevuti. Una ricostruzione che però non è mai neutrale, ma sempre influenzata dalle strutture culturali in cui siamo immersi. La sequenza di apertura di All Light, Everywhere, espone da subito l’intento che sta alla base del saggio per immagini diretto da Theo Anthony: ribaltare la dialettica tra osservatore e osservato per dimostrare come storicamente sia stata celata dai portatori dello sguardo al fine di nascondere quanto a essa si leghi la gestione del potere.

L’atto della visione è un esercizio di potere e il film indaga questa natura dello sguardo cercandone la concretizzazione storica nell’unione tra sorveglianza e militarizzazione. La sede della Axon Enterprise è uno dei luoghi dove questo matrimonio avviene quotidianamente. Anthony ci porta al suo interno guidato dal CEO dell’azienda. Emergono fin da subito tutte le contraddizioni della narrazione neoliberista e falsamente libertaria che ci viene proposta. Narrato come luogo di totale libertà, la sede di Axon ha invece chiaramente la struttura del panopticon foucaultiano. Questa struttura di sorveglianza e punizione riflette la produzione dell’azienda.  La Axon, famosa per aver inventato il teaser, annovera allo stesso tempo tra i suoi prodotti di punta la body-cam, una videocamera integrata usata dalla polizia americana durante la propria attività. Camera e teaser sono propaggini di uno stesso corpo politico che produce una struttura di controllo e di visione nella quale il punto di vista rimane nascosto. Ciò che accade di fronte alla camera non viene quindi ripreso neutralmente, ma è una rappresentazione costruita attraverso la prospettiva di questo specifico corpo.

Anthony porta inoltre avanti la riflessione sulla non neutralità dell’immagine attraverso due capisaldi del suo cinema: l’attenzione verso la sperimentazione scientifica e l’analisi storica. Come in Rat Film, suo primo lungometraggio, in All Light, Everywhere il regista analizza le dinamiche dello sguardo attraverso alcuni moderni esperimenti neuroscientifici, ma soprattutto esaminando l’evoluzione della relazione storica tra fotografia, potere e armi. Esempio paradigmatico è il fucile di Marey. La straniante voce over, altro elemento tipico del cinema di Anthony, narra come una delle invenzioni alla base del cinema derivi da un’arma e, soprattutto, come la sua nascita sia radicata nella storia colonialista della Francia. Molti degli studi fotografici di Marey erano infatti osservazioni etnografiche delle popolazioni africane colonizzate. All Light, Everywhere diventa quindi anche una autoriflessione sul cinema e su come le influenze culturali condizionino la visione personale delle cose e delle immagini.

Frammentando tutte queste linee narrative, cui si aggiunge anche l’incontro tra lo sguardo di Anthony e la comunità afroamericana di Baltimora – pur senza esternare una posizione di giudizio netta – All Light, Everywhere è un film altamente politico: come sostenuto da Donna Haraway, la cui citazione da The Persistence of Vision apre il secondo capitolo, evidenziare il potere sottostante le strutture di visione è il primo passo per mostrare la loro innaturalità e successivamente giungere al loro rovesciamento.

Cristian Cerutti

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