“BIPOLAR”, DI QUEENA LI

Bipolar inaugura la neonata sezione “Incubator” del Torino Film Festival, un nuovo spazio dedicato agli sguardi idiosincratici, all’in-incasellabile. Un febbricitante brusio creativo di cui il film di Queena Li trasmette alla perfezione l’energia.

Nelle volute traslucide di un bianco e nero argenteo, sporadicamente corrotto da venature arcobaleno, si muove Kun (Leah Dou), protagonista di Bipolar. Seguendo le sue divagazioni geografiche ed esistenziali, lo spettatore si ritrova in una sorta di vaporoso e delirante road movie, in cui – come in Two-Lane Blacktop (1971) di Monte Hellman – punto di partenza e di arrivo sono illeggibili al punto da equivalere e da rendere ineffabile l’intero film. Kun fugge da un trauma che verrà svelato solo a racconto inoltrato e dovrà cercare di raggiungere le acque sacre alle quali restituire un’aragosta dotata di capacità taumaturgiche in cui si è imbattuta durante il suo peregrinare. La seguiamo, percorrendo insieme a lei un viaggio vago che procede come per inerzia e che lei stessa pare riconoscere come sconclusionato: Kun fa un passo avanti e, contemporaneamente, ne compie altri due in direzioni diverse. E come lei il film sembra affetto da una continuativa necessità di metamorfosi alternando inquadrature caratterizzate da un’esasperata saturazione, piene fino a scoppiare, nelle quale risuona l’oppressione di Hard to Be a God di Aleksej German (2013), ad altre che dialogano con ampie campiture di vuoto. Cambi di ratio, flashback che improvvisamente squarciano la coerenza della visione, momenti di pura performance in cui il film assume i connotati del musical.

Il primo lungometraggio di Queena Li è un film fluido, proteiforme. Non solo per il ricorrere di immagini acquatiche, o perché il coprotagonista/MacGuffin è un’aragosta. Piuttosto perché, pur seguendo un percorso più o meno lineare, sembra sempre essere sul punto di esplodere in mille rivoli, minacciando quell’esile idea di struttura che gli soggiace. Per questo, per descriverne la caoticità, una parola banalmente binaria come “bipolar” non può essere abbastanza, non può renderne conto accuratamente. Quello di Kun è un viaggio introspettivo, di cui ogni (imprecisa) coordinata geografica non è che orpello mentre è piuttosto l’acqua – elemento che ricorre ossessivamente – a funzionare come corrispettivo della turbinosa inquietudine che affolla la mente di Kun. È d’altronde la stessa Queena Li, per intercessione di una didascalia in apertura, a invitare lo spettatore a perdersi in uno spazio ipnagogico, liminale.

Niccolò Buttigliero

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