“C’È UN SOFFIO DI VITA SOLTANTO” DI MATTEO BOTRUGNO E DANIELE COLUCCINI

“Perché una donna non può chiamarsi Luciano?”
Lucy Salani

C’è un soffio di vita soltanto, presentato nella sezione “Fuori concorso / L’incanto del reale”, racconta la storia di Luciano Salani, la transessuale più anziana d’Italia, segnata dalla sopravvivenza al campo di concentramento di Dachau. Partendo dall’idea di realizzare un documentario sulla storia di una sopravvissuta, Botrugno e Coluccini si trovano di fronte a una figura che va ben oltre qualsiasi possibile incasellamento. Lucy è fluida, sfaccettata, aliena. Una fluidità che emerge fin dalla scelta di mantenere il proprio nome di battesimo: Luciano. La proposta di modificare ufficialmente il suo nome al femminile, fatta più volte a Lucy, ha sempre ricevuto infatti una risposta negativa. Il nome non viene visto come un’etichetta per definire il proprio gender, ma rappresenta la memoria dei propri genitori, una memoria che forgia la personalità di Lucy Salani.

Ed è proprio nella memoria che si materializza la Lucy di novantasei anni. Per raccontare la sua storia, i due registi si affidano ai dialoghi tra Lucy e i visitatori della sua casa che diventa epicentro gravitazionale del film. La protagonista attua una politica di accoglienza dell’alieno, rendendo la propria casa intersezione di diverse culture e storie che, dialogando con quella di Lucy, ne fanno emergere la memoria. Le persone che fanno parte della vita dell’anziana sono anch’esse figure aliene, estranee in qualche modo alla società: l’amica transessuale, il ragazzo musulmano accolto in casa sua, la ragazza orfana adottata molti anni prima con cui ha creato un legame familiare che persiste anche dopo la scomparsa della donna. Sono gli stessi registi a essere accolti e attratti da Lucy: nella ristrettezza degli spazi domestici, la macchina da presa rimane costantemente focalizzata sulla protagonista, attuando un pedinamento giornaliero costituito da momenti intimi e privati che mostrano un ulteriore lato di C’è un soffio di vita soltanto: il film infatti è anche un delicato racconto sulla terza età.  

La storia di Lucy è però segnata dall’internamento nel campo di concentramento di Dachau. Ciò che stupisce è come la protagonista sia in grado di appropriarsi della memoria di quei terribili avvenimenti, trasformandoli in uno strumento di forte autodeterminazione. La partecipazione alla celebrazione dei settantacinque anni dalla liberazione del campo di Dachau diventa quindi lo scopo della vita di Lucy ed è lo stesso film a tendere verso questo momento. Se per la più parte il racconto è messo in forma attraverso immagini molto ravvicinate, l’arrivo nel territorio marziano del campo di Dachau segna una svolta registica con le riprese in campo lungo che prendono il sopravvento. Immagini che sembrano venire da un altro pianeta, ma che in realtà inquadrano il teatro di uno dei più tristi capitoli della storia umana. In questo territorio estraneo, Lucy fissa una grande croce. A questo punto la macchina da presa torna a focalizzarsi sulla protagonista:

“Se ci fosse veramente un Dio, tutte queste cose non sarebbero mai successe. Ma non c’è purtroppo. Il Dio siamo noi, perché è la nostra volontà che comanda il mondo, non Dio. Quale Dio? Per fortuna sono arrivata in fondo, almeno ho potuto constatare che non valeva la pena rimanere su questo pianeta”.

C’è un soffio di vita soltanto si apre con le immagini di un’eclisse e, intrecciando al racconto della vita di Lucy alcune immagini d’archivio quasi fantascientifiche, si chiude con l’immagine kubrickiana dei primi sviluppi di un feto quasi a voler rappresentare la palingenesi di un nuovo mondo. Se per creare un Dio che non permetta ciò che è accaduto è necessario un nuovo mondo, la memoria di Lucy ci dimostra che prima di tutto serve una nuova umanità, probabilmente aliena a quella precedente.

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