“LA TRAVERSÉE” DI FLORENCE MIAILHE

Evanescente e al contempo materico, l’universo espressivo a cui l’animatrice Florence Miailhe dà forma con La traversée riesce a coniugare atmosfera fiabesca e crudo realismo, restituendo con estrema evidenza la forza di una storia universale, archetipica, quella di chi è costretto ad abbandonare la propria terra e, esule, si barcamena per arrivare altrove.

L’approdo al lungometraggio di Miailhe – unico film d’animazione in concorso al TFF39 – prende infatti le mosse da una fuga forzata, quella della giovane Kyona e della sua famiglia: il loro villaggio, ormai depredato della sua quiete bucolica, è divenuto scenario di razzie, incendi e violenze perpetrate da un non meglio specificato gruppo armato contro la popolazione (immaginaria) degli Yelzid, trasfigurazione simbolica delle pulizie etniche susseguitesi nella storia. Come ogni esodo, anche il lro viene segnato dalla perdita, che lascia Kyona e il fratellino Adriel a proseguire da soli il loro viaggio attraverso un continente ostile e infestato dalle persecuzioni contro i migranti. Portati dagli eventi a doversi confrontare troppo presto con le brutture del mondo, i due sembrano affetti da una sindrome di Peter Pan rovesciata che, anziché indurli a rifugiarsi nella fanciullezza, li priva della spensieratezza e dell’innocenza portandoli a diventare adulti o, perlomeno, ad atteggiarsi come tali nel fronteggiare le umiliazioni e i soprusi che gli vengono continuamente inflitti. Ecco allora che l’attraversamento cui fa rifermento il titolo sembra rimandare non solo all’atto fisico e concreto di valicare i luoghi, ma anche a un passaggio emotivo, quello dall’infanzia a un’età più matura e consapevole – rendendo La traversée anche un classico film di formazione, come esplicitato dalla regista stessa.

L’instabilità e la mutevolezza che le pieghe del racconto assumono si riflettono nel dinamismo delle immagini, il cui fluire vorticoso sembra a tratti ricordare un altro film d’animazione dalla folgorante libertà espressiva, L’Extraordinaire voyage de Marona (La mia fantastica vita da cane, Anca Damian, 2019), sebbene la tecnica qui impiegata rappresenti un unicum in ambito cinematografico, trattandosi di una «base assolutamente pittorica, artistica e artigianale», come precisa Miailhe, ottenuta dipingendo direttamente con la pittura a olio su delle lastre di vetro, poi riprese a passo uno. L’originale estetica che ne deriva trova la sua forza intrinseca in quel connubio ossimorico di evanescente e materico, che riesce a far coesistere l’indeterminatezza del tratto con le palpabili striature della pittura.

Il film porta poi a interrogarsi sullo statuto dell’immagine, chiamato in causa fin dall’incipit, unico momento fotografico in cui delle mani disegnate sfogliano il taccuino su cui Kyona ha immortalato volti e paesaggi della sua esistenza e da cui prende avvio la narrazione in voce over dei ricordi evocati. Al di là dell’espediente diegetico, il taccuino, che rischia a più riprese di essere rubato e distrutto, risulta l’unico mezzo di cui Kyona dispone per resistere al tempo, conferendo alle immagini quindi il valore di testimonianza.

Valentina Velardi

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