“PICCOLO CORPO” DI LAURA SAMANI

Laura Samani parte da elementi bassi con cui si sporca le mani: l’acqua e il sangue, il latte e le lacrime. Ma soprattutto attinge dai riti e dalle credenze popolari di un villaggio di pescatori in Friuli, una zona lontana dall’avvento del “progresso” e della “modernità” (le lampadine sembrano uno scherzo) sospesa in un tempo quasi astorico, mitico e arcaico. La figlia di Agata, nata morta, non può ricevere battesimo e quindi è destinata a vagare in eterno nel limbo; salvo che la madre si metta in cammino per raggiungere una lontana e fredda val Dolais, dove si trova un santuario del respiro in cui il miracolo accade: il bambino nato morto viene riportato in vita per il tempo di un respiro così che possa essere battezzato e avere un nome.

Viaggio di resurrezione, Piccolo corpo assimila molti topoi della fiaba e del racconto iniziatico (dai briganti alla caverna che riconosce e mangia le donne che la attraversano, dal bosco ai riti di guarigione) tra cui, soprattutto, l’acqua, elemento primigenio da cui il film scaturisce e in cui il film sprofonda. Se la tradizione ci ha raccontato spesso l’acqua come elemento purificatore e vitale ma anche il suo significato mortuale, nel film il mare accoglie il rituale prenatale, di purificazione della donna che sta per partorire, così come è il mare la destinazione ultima, l’approdo dopo il cerimoniale del funerale. È da questi elementi naturali, strettamente legati alla credenza, al canto popolare e al mito locale, che Agata trova in sé la fede assoluta nel suo viaggio.

Come tanti viaggi iniziatici letterari, la quete porta con sé la ricerca dell’identità; e il film parte proprio da una questione tanto semplice quanto antica (quasi quanto l’uomo): se qualcuno non ha un nome è come se non esistesse. In un racconto ossessionato dal chiamare le cose con il proprio nome, non c’è soltanto il dramma dell’identità di Agata, che non riesce a riconoscersi come madre, strettamente legato a quello della figlia nata morta e senza nome (quindi inesistente), ma anche l’identità di Lince, compagna di viaggio che accetta di accompagnare la protagonista in cambio di metà del contenuto della sua scatola (la piccola bara). In un mondo tutto al femminile, dove Agata incarna una femminilità tradizionale e materna, Lince, oltre a non avere un nome proprio, dismette i suoi panni femminili e introduce l’unico sguardo “al maschile” nel racconto.

Elio Sacchi

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