“RE GRANCHIO” DI ALESSIO RIGO DE RIGHI E MATTEO ZOPPIS

Per gli umani non c’è nessuna cosa reale se non è raccontata.

Alessandro Baricco

Attorno al fuoco, gli anziani del villaggio si riuniscono per raccontare antiche storie di paese che hanno influenzato la cultura popolare e che sono ormai avvolte dal manto della leggenda. Rievocano e donano linfa vitale a personaggi mitici, uomini che hanno sfidato principi e reami in nome della giustizia, della libertà e dell’amore, e che si sono distinti per le loro virtù o per aver commesso dei “fattacci”.

Così, i vecchi della Tuscia ricordano la leggenda di Luciano (Gabriele Silli), eroe atipico che ha vissuto in quelle terre a fine Ottocento, uomo “solengo” e anima incompresa che, ribellandosi al suo infausto destino, follemente attraversa gli oceani del tempo e supera ogni confine per ricongiungersi all’amore tragicamente perduto. Accompagnato da uomini avidi e traditori, il Re Granchio cerca il suo tesoro nascosto nelle lande desolate e pietrose del proprio inconscio trovandolo, infine, immerso in un lago ameno che vagamente ricorda la forma di un cuore.

Come già accaduto per le storie della Belva nera e di Mario de’ Marcella, raccontate nei loro precedenti documentari – Belva nera (2013) e Il Solengo (2015) -, i registi Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis attingono dal pozzo dei racconti popolari del territorio della Tuscia, nel Lazio settentrionale. La storia di Luciano è però persa nella memoria, si confonde fra le mille versioni raccontate, tanto da condurre i due registi fino alla Terra del Fuoco, dove si dice il Re Granchio si sia diretto dopo essere stato esiliato a causa del delitto commesso. Appare dunque naturale l’approdo a un cinema di finzione meticcio in cui, travalicando la categorizzazione dei generi, il realismo magico della fiaba europea e il western americano si amalgamano, dando vita a un personaggio invincibile, immune tanto alle leggi della natura quanto agli attacchi del nemico.

Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis sembrano percepire l’urgenza di rievocare, per ricordare e congelare, un passato che sta scomparendo, fatto di tradizione orale e leggende, cannibalizzato da un presente che non lascia tregua al progresso tecnologico e all’immagazzinamento di dati. Le avventure di Luciano, infatti, esulano dal paesaggio industriale, alla scoperta invece di boschi incantati e terre selvagge, in cui l’imperativo che viene sussurrato fra gli alberi e le montagne resta sempre lo stesso: non è il valore che trovi, è l’immagine che vedi.

Michelangelo Morello

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