“BETWEEN TWO DAWNS” DI SELMAN NACAR

Presentato in concorso al TFF39, il primo lungometraggio del regista turco Selman Nacar è un dramma etico e psicologico, che si concentra sul processo di cambiamento fissandone ogni suo più piccolo passaggio.


Un incidente sul lavoro riduce in condizioni critiche un operaio dell’azienda familiare e Kadir, intrappolato nel tempo che intercorre tra due mattine, si ritrova bloccato in una scelta impossibile: commettere un’ingiustizia per proteggere la sua famiglia o, al contrario, compiere un atto ritenuto giusto che danneggerebbe irrimediabilmente i suoi cari e le sue speranze per il futuro.

Il film inizia con la segnalazione di una “grande rasatura”: Kadir si è appena sbarbato e sulla guancia riporta una piccola ferita di rasoio incrostata di sangue. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un ragazzino che si è fatto la barba per la prima volta e che deve ancora imparare a radersi. L’immagine infatti dà l’idea di un uomo immaturo, bloccato in prospettive ormai superate. E l’interpretazione di Mucahit Kocak restituisce in maniera efficace un personaggio che tenta di mostrarsi adulto assumendo un atteggiamento di calma e distacco di fronte al turbamento del vedere le proprie convinzioni sgretolarsi a poco a poco nel corso delle ventiquattro ore fatali in cui si sviluppa la storia.

Questo piccolo taglietto è, in qualche modo, l’introduzione di ciò che sta per succedere, la prima visione di una perdita di sangue destinata ad allargarsi in un’emorragia e a degenerare in maniera irreversibile di pari passo con la sorte di Kadir. Da notare che nel film il rosso è solo quello del sangue, nonostante si tratti di un colore evocato più volte nel corso della narrazione, ricorrendo sovente nei dialoghi che sottolineano l’assenza di questo elemento.

Ogni scena è ripresa con lunghi piani sequenza che indugiano sui protagonisti in ampi quadri dai tagli di luce nettissimi e dai colori morbidi e rilassanti, che ricordano nell’atmosfera Il cliente di Asghar Farhadi, conferendo alla storia un tono sospeso e dilatato. Long take che fissano, scrutano i personaggi, descrivendo al meglio la sensazione della durata e del trovarsi intrappolati in una successione di fatti ancora in via di sviluppo, facendo provare allo spettatore un senso d’incertezza che stringe lo stomaco.

Luca Delpiano

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