“BLOOD ON THE CROWN” DI DAVIDE FERRARIO

7 giugno 1919: la piccola nazione di Malta decide di non abbassare nuovamente la testa a favore dell’Impero britannico, ribadendo la propria voglia di indipendenza. E tra gli anfratti cittadini, i tetti delle case e le piazze dell’isoletta al largo della Sicilia, comincia a sgorgare il sangue quando gli inglesi imbracciano le baionette e cominciano a imporre la loro legge.

Blood on The Crown non è, come potrebbe sembrare all’apparenza, un film esclusivamente politico. All’inevitabile critica sociale, Davide Ferrario unisce un’archeologica fame di scoperta di una cultura rimasta sepolta per oltre un secolo. In una terra bellissima e saccheggiata a più mani dal cinema moderno (tutti ricordiamo i suggestivi scorci di paesaggio de Il Gladiatore di Ridley Scott), nessuno si è mai interrogato sulle radici artistiche e sociali della piccola isola del mediterraneo, né sulla storia recente, sugli usi e i costumi di una comunità talmente piccola da essere considerata trascurabile. Ferrario, nel coniugare le anime politiche, artistiche e storiche del suo lungometraggio riesce nell’ardua impresa di non sacrificarne nessuna delle tre: agli stacchi riflessivi sui fregi dell’abitazione del Governatore inglese alle scene più crude della rivolta, l’occhio della macchina da presa non esalta i primi e non spettacolarizza le seconde, concedendosi inquadrature lunghe solo per le svolte narrative importanti, non appesantendo così il ritmo del film.

È interessante la fotografia di Keefa Chan. Il DOP tailandese lavora con la luce naturale, ricercando punti macchina virtuosi per sfruttare nel modo più originale possibile la morfologia dell’isola. Il film è luminoso e la scena della rivolta avviene sotto i raggi del sole, ma sono fondamentali le sequenze al buio. Sono i momenti riflessivi, più umani, in cui maltesi e soldati britannici sembrano crogiolarsi negli stessi dilemmi morali. Sono attimi fugaci, perché Ferrario non fa sconti fin dall’incipit: la prima scena è ambientata nell’infermeria al termine dell’intervento inglese, in cui si contano i feriti e i morti. La costruzione in verticale, dall’alto verso il basso, della maggior parte delle inquadrature acuisce ancor di più la disparità di trattamento che la storia riserva a oppressori e oppressi, posti costantemente su due piani differenti.

La storia del “Sette Giugno”, festa nazionale di Malta, preludio alla successiva indipendenza, è un capitolo sanguinoso archiviato come «just noise» dagli atti giudiziari del tempo. Per contrasto, il cineasta di rumori ne inserisce pochi nonostante i numerosi momenti caotici. Alterna la bella colonna sonora di Alexey Shore a componimenti di lirica classica e a insistiti silenzi e sospiri. Anche i pugni e gli spari sembrano perdere efficacia in confronto alle immagini del sacrificio umano della più piccola nazione di sempre a essersi opposta alla Corona d’Inghilterra.

Marco Ghironi

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