COMING HOME IN THE DARK DI JAMES ASHCROFT

“Le stanze di Rol”, sezione parallela del TFF39 dedicata al cinema di genere, si apre con Coming home in the dark che fin dall’inizio mette in guardia lo spettatore. La famiglia Hoaganraad, in gita in un isolato tratto di costa neozelandese, si imbatte in due misteriosi vagabondi, e il dubbio è subito posto: questo incontro è stato minuziosamente pianificato o non è altro che un crudele scherzo del destino?

James Ashcroft, esattamente come Mandrake, uno dei due aggressori (Daniel Gillies), è interessato esclusivamente al padre della famiglia (Erik Thomson). Non esita quindi nel mostrare il brutale e inaspettato omicidio dei due figli da parte dei due carnefici che, eliminato il fardello, costringono i coniugi a intraprendere un viaggio in macchina senza apparente destinazione.

Dopo un incipit narrativo molto semplice (e proprio per questo solido), il regista costruisce un film che si muove tra il thriller e il road movie fondendo le atmosfere ansiogene del primo con la prossimità ai personaggi del secondo. Un interrogatorio dentro una macchina. Un interrogatorio lungo un viaggio. E al termine del viaggio, l’annullamento psicologico prima ancora che fisico, della persona entrata in macchina. Il brutale processo ad Alan Hoaganraad, innocuo padre di famiglia con un passato tutt’altro che innocente, è condotto, con l’aiuto di un silenzioso aiutante (Matthias Luafutu), da Mandrake, mostruoso (lui stesso cita Frankestein) ma al contempo acculturato assassino. Cita il capolavoro di Mary Shelley non tanto per la sua identificazione con il mostro quanto per accusare Alan di essere il suo creatore. Con il passare del tempo il loro passato condiviso torna infatti in superficie e il film si stringe attorno a questi due personaggi. La missione di Mandrake è far ammettere ad Alan di essere colpevole dei soprusi da lui subiti durante l’infanzia che hanno irrimediabilmente rovinato la sua intera vita. Di contro l’imputato si trincera attorno alla convinzione di non essere colpevole per il semplice fatto di non aver partecipato materialmente ai fatti accaduti, di essere stato costretto a osservare ciò che avveniva senza poter intervenire.

Il film di James Aschroft, nonostante qualche eccessiva semplificazione, ha il merito di coinvolgere sapientemente lo spettatore, facendo emergere una delle paure più recondite dell’animo umano: la non esistenza di alcuna forza superiore che ci aiuti nella lotta contro il male o che, ancora più tragicamente, essa esista, ma goda nel vederci soccombere.

Enrico Nicolosi

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