“TROMPERIE” DI ARNAUD DESPLECHIN

«Il luogo in cui non si mente», per Emmanuel Carrère, è la letteratura (Yoga, Adelphi, 2021). Desplechin non adatta il più influente scrittore francese contemporaneo, bensì traspone uno dei più importanti autori americani recentemente scomparso, Philip Roth. Se Carrère parte dalla propria vita e inventa per farne trasparire il senso, Roth-Desplechin fanno esattamente l’opposto: usano la finzione per raggiungere l’autenticità dei sentimenti dei personaggi, riproponendo così l’annosa questione sullo statuto della relazione tra arte e vita.

Philippe (Denis Podalydès) è uno scrittore americano quasi sessantenne che vive a Londra e trae l’ispirazione per i suoi romanzi prevalentemente dalle relazioni extraconiugali. Gli incontri con la sua amante (Léa Seydoux) avvengono quasi sempre nel suo studio, dove i due si mettono a nudo confrontandosi sulle proprie relazioni, sulla vita e sulla morte. In un film eccentricamente bavard e logocentrico, Desplechin traspone la polisemia della parola letteraria nella costruzione degli spazi. Quando Philippe chiede alla sua amante di descrivere il suo studio tenendo gli occhi chiusi, è come se il luogo fosse ri-creato sul momento e venisse mostrato veramente per la prima volta. Le immagini di Tromperie chiedono di essere indagate e interrogate proprio a partire dalla loro natura cinematografica; e Desplechin non si sottrae, sceglie tutte le soluzioni possibili in una messa in scena volutamente non realistica, che spazia dall’uso dei mascherini alla neve posticcia.

L’immagine si sostituisce alla parola perché, come quest’ultima, non dà certezza. Se Léa Seydoux non viene creduta quando racconta di essersi procurata un livido – un segno fisico – avendo un rapporto con un famoso scrittore americano nel suo studio, Philippe viene processato per misoginia per via dei personaggi dei suoi romanzi da un tribunale tutto al femminile, in una sequenza onirica e molto contemporanea; e, ancora, lo scrittore cerca di persuadere la moglie della natura fittizia del suo lavoro quando lei trova il suo taccuino. Philippe, uno scrittore che può quasi essere accusato di non aver scritto nessuno dei suoi romanzi, tanto sono la trasposizione fedele della personalità delle proprie amanti e tormentato dalla vicinanza della morte, fissa l’immagine della sua amante nel suo ultimo romanzo e lei, proprio come gli indiani con la fotografia, si sente privata di un pezzo della sua anima.

Elio Sacchi

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