“AS FAR AS I CAN WALK” DI STEFAN ARSENIJEVIĆ

Per inscenare la tragedia di Strahinja (Ibrahim Koma) e Ababuo (Nancy Mensah-Offei) – due migranti ghanesi condannati a errare nelle waste lands geografiche e burocratiche di un’inospitale Est Europa – Stefan Arsenijević ricalca e rimodella il poema epico-cavalleresco serbo Strahinja Banović. L’operazione persegue un (almeno) duplice scopo.

In prima istanza: insinuare due corpi alieni nel seno della tradizione. Far convivere, armonicamente, etnie e temporalità distoniche. Integrazione per via estetica.

In secundis: rivelare – ribadire – la circolarità delle vicende umane. Si fa sempre ritorno a casa, al già narrato. A variare sono solo le coordinate. Lo Strahinja ghanese e quello serbo sono – narratologicamente – un’unica carne. Vivono gli stessi traumi, tracciano lo stesso percorso.

La storia del giovane migrante, impegnato nella disperata ricerca della moglie scomparsa, viene puntellata da citazioni del poema in voice over, infondendosi dell’eco atavica del classico, della purezza dell’icona. In fondo, a detta dello stesso autore, il film non è che una semplicissma «love story».

Guardare As Far As I Can Walk è come leggere Mob Psycho 100 di One, o ascoltare un disco dei Beat Happening. Purezza e vaga imprecisione formale convergono. Arsenijević mostra tutto, scevro dalla velleità patologica di voler dimostrare alcunché. Questo attraverso immagini disadorne, frontali, tendenti alla geometrizzazione. Pure sempre sporcate, lontane dall’assurgere a forme pure. Sempre un sussulto di camera, un subbuglio naive a scompaginarne l’asetticità. Una vitalità insopprimibile soggiace a ogni immagine di Arsenijević e Stankovic. Le inquadrature non sono mai quadri autosufficienti. Pulsano, vibrano nei loro contorni. Il frame è uno spazio di confine. E, come ogni confine, è arbitrario. Può essere messo in discussione.

Niccolò Buttigliero

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