“DON’T LOOK UP” DI ADAM MCKAY

In sala per poche settimane e a Natale su Netflix, Don’t Look Up è una commedia divertente ma disillusa, sorretta da interpreti d’eccezione e capace di ibridare il cinema impegnato con quello di puro intrattenimento.


Due astronomi, interpretati da Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence, scoprono una cometa in procinto di abbattersi sulla Terra e disintegrarla. Entrambi cercano di allertare la popolazione del pericolo imminente, ma le loro parole vengono fagocitate in un tritacarne mediatico di informazione mainstream e social che rende impossibile comunicare alle persone la gravità della situazione.

Il film gioca abilmente con differenti registri. Da una parte la storia ripropone gli stereotipi della commedia romantica e dei disaster-movie, riveduti e corretti secondo dettami che risentono fortemente dell’influenza di Judd Apatow e del Frat Pack. Dall’altra ci sono momenti di montaggio frenetico e straniante che riprendono il linguaggio dei social media e che sembrano usciti dagli Off the Air e dai Bumps di Adult Swim. Diverse tipologie di mainstream vengono unite in un matrimonio che esemplifica la condizione paradossale dei media: il più potente strumento d’informazione è anche il maggior dispensatore di distrazione. Quest’unione è sottolineata in modo ironico da una foto presente nel film, una piccola perla bizzarra, che raffigura Meryl Streep (che nel film interpreta la presidente USA) abbracciata all’icona dei b-movies Steven Seagal. Da un lato una delle attrici emblema della Hollywood impegnata, dall’altro uno degli attori che sforna film di cassetta, di mero consumo. Mckay mette queste due figure a braccetto, suggerendo che forse, alla fin fine, fanno la stessa cosa: intrattengono, distraggono.

Questa immagine, in più, gioca in modo intelligente con la memoria cinematografica dei due attori – ma in generale tutto il cast si diverte a mettere alla berlina la propria immagine. Ad esempio il personaggio di Mark Rylance è un evidente parodia del James Halliday interpretato in Ready Player One (Spielberg, 2018). Una sequenza molto efficace – i due minuti di follia che DiCaprio si riserva in ogni film – è il passaggio in cui l’astronomo Randall Mindy è al talk show televisivo in cui Cate Blanchett affianca Tyler Perry nel ruolo di presentatrice. McKay si sofferma sullo spessore del trucco sul volto di lei e su questa ostentata disinvoltura che i conduttori hanno nell’affrontare qualsiasi argomento. Il povero scienziato è in preda a un’irritazione sempre più esasperata dalla superficialità con la quale la gravità della situazione viene affrontata. Una leggerezza imbellettata e artificiosa che vuole apparire più umana dell’umano ma che, in realtà, dell’umanità segnala solo l’assenza.

Il regista unisce l’umorismo tagliente e grottesco dei primi lavori con Will Ferrell (Anchorman, Fratellastri a 40 anni) e la satira spietata che distingue i film dell’ultimo periodo (La grande scommessa, Vice. L’uomo nell’ombra). Ne esce fuori il ritratto di una società in preda a un bisogno spasmodico di distrazione, incapace di porsi con serietà davanti ai propri problemi e per questo destinata al collasso.

Luca Delpiano

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