“PETITE MAMAN” DI CéLINE SCIAMMA

Il ticchettio di un orologio accompagna i titoli di testa. Compare una donna anziana: “Alexandrie”. La donna suggerisce a una bambina la risposta alla domanda di un cruciverba. Nelly, la bambina protagonista del film, si alza e inizia a camminare, seguita in long take dalla macchina da presa, entrando nelle varie stanze a salutare le abitanti di una casa di riposo. Nell’ultima incontra la madre intenta a svuotare la camera della nonna della bambina appena deceduta. Nel prologo di Petite Maman di Céline Sciamma si trovano in nuce tutti i temi che caratterizzano il film: lo scorrere del tempo, il lutto, il dire addio.

All’intero di questo film di breve durata, circa 72 minuti, la regista francese riesce nell’intento di realizzare un’opera di grande delicatezza, ma che allo stesso tempo non rinuncia a sovrapporre diversi strati di significato. Il tema che prevale su tutti è però la riflessione sullo scorrere del tempo che Sciamma sviluppa attraverso una narrazione che fa brillantemente uso dell’assenza di un tempo stabilito il suo nodo principale. Dopo che Marion, la madre di Nelly, svanisce dalla casa materna che stava svuotando insieme al marito e alla figlia, il racconto entra nella sua fase principale, in cui tutti sono tutti i riferimenti temporali realistici a saltare. Nel bosco, Nelly incontra Marion, una bambina molto simile a lei (interpretata nel film dalla gemella della protagonista), che intuirà dopo poco essere sua madre da bambina. Tra le due nasce subito un rapporto di amicizia e solidarietà: Nelly sta affrontando il lutto della morte della nonna, mentre Marion sta per affrontare un’operazione che le permetterà di non sviluppare la malattia che ha colpito la madre.

 Tra i tanti elementi presenti nel prologo è uno in particolare a tornare: il cruciverba. Invitata da Marion a casa sua, Nelly incontra la nonna defunta con cui, in una delle scene di questa fase centrale, compila un cruciverba. In un’opera come Petite Maman in cui i rumori, le pause e i suoni della natura sono l’elemento sonoro principale del film, le parole che vengono dette assumono ancora maggiore importanza. In questo caso, sono le risposte al cruciverba a poterci guidare. Tra le soluzioni trovate compare la parola zona.

Petite Maman, pur essendo lontanissimo da Stalker di Tarkovsky, si sviluppa però all’interno di uno spazio, il bosco che circonda la casa della nonna materna, simile nelle dinamiche alla zona del film del cineasta russo: un luogo in cui le leggi del tempo e della scienza sembrano non valere. L’incontro con la madre coetanea, con la nonna ancora in vita e giovane, la casa che si sdoppia fisicamente e l’assenza di una collocazione spaziale precisa, sono tutti elementi che non permettono allo spettatore di avere delle coordinate precise e degli appigli alle leggi fisiche. Per questo motivo non resta che abbandonare qualsiasi tentativo di decifrare la dimensione temporale e porre l’attenzione sul rapporto che, in questa dimensione a-temporale, si crea tra le due bambine

Il loro legame si sviluppa attraverso la condivisione di momenti di grande semplicità: il gioco – proprio attraverso il gioco di ruolo emerge il lato più militante del femminismo di Sciamma che, attraverso i personaggi interpretati dalle bambine, lavora sulle dinamiche di genere in maniera delicatissima – la cucina, la costruzione della capanna di Marion. All’interno di questo frame sospeso nel tempo si percepisce però una tensione verso il loro ultimo saluto. Prima però vi è posto un’ultima avventura che si configura proprio come un viaggio verso la stanza al centro della zona. Accompagnate da La Musique du Futur, un brano dream-pop che evoca atmosfere evanescenti e unico momento musicale del film, le due bambine giungono in canoa all’interno di una costruzione piramidale bianca che si trova nel letto di un fiume. Si arriva in questo modo a una sintesi del rapporto dialettico tra notte e giorno che percorre l’intero film: l’interno di questa stanza si configura come una delle tante camere vuote buie della casa della nonna materna. Se però questa stanze sono buie perché osservate di notte, qui ci troviamo di fronte a una situazione diversa: fuori è giorno e un fascio di luce penetra l’antro. È la luce che penetra all’interno del buio della morte, sintesi del processo di accettazione del lutto e del rinnovato rapporto con la madre. A questo punto, Nelly è finalmente in grado di dire addio. Al suo ritorno a casa, trova la madre adulta, tornata per un ultimo saluto alla casa materna e per riabbracciare la figlia: l’au revoir del loro ultimo incontro si trasforma nella pronuncia dei rispettivi nomi: “Marion”, “Nelly”.

Cristian Cerutti

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