“THE LOST DAUGHTER” DI MAGGIE GYLLENHAAL

La decisione di Leda (Olivia Colman) di trascorrere una vacanza in Grecia all’insegna dell’ozio viene insidiata da vicini chiassosi e sinistri che ne turbano la quiete e destano la sua curiosità, innescando una fatale dinamica di attrazione e repulsione. A catturare il suo sguardo è in particolare la giovane Nina (Dakota Johnson) il cui rapporto di complicità e conflitti con la figlia piccola ne fa presenza fantasmatica della sé del passato (Jessie Buckley) e della sua maternità dolorosa.

La tensione serpeggiante che scandisce il soggiorno solitario di Leda stride con l’ambientazione vacanziera in cui è calata: eventi di per sé banali si caricano di una valenza ulteriore, di una forza perturbante che risuona col suo vissuto, disattendendo ogni tentativo di svago o di riposo. A tormentarla sono i fantasmi delle scelte controverse compiute in giovane età quando, sentendosi annullata dalle incombenze di madre, abbandona per diversi anni le figlie e il compagno per perseguire una sua realizzazione personale. Lontana dal prototipo virtuoso di donna disposta a consacrare la propria vita ai figli o capace di conciliare le cure domestiche con le ambizioni lavorative, Leda incarna le difficoltà e le contraddizioni, incluse quelle aberranti e quindi taciute, dell’essere madre. Ciò la rende una figura irrisolta, a un tempo vittima e carnefice, capace di disorientare lo spettatore che viene ora portato a empatizzare con lei e la sua frustrazione, ora a dissociarsi dagli aspetti più scabrosi del suo agire e, addirittura, a provare un senso di disagio per l’immedesimazione prima esperita. Questo sembra espresso anche a livello intradiegetico dal comportamento dei villeggianti che, sebbene ignorino il vissuto di Leda, la trattano con sospetto e diffidenza, finanche con disprezzo, come se trascinasse con sé il peso delle sue azioni. In tal senso gli avvenimenti ripugnanti che ricorrono nel suo appartamento e che si trova a ricacciare a più riprese – la cesta di frutta che si rivela putrida e infestata dai vermi, il risveglio notturno con una grossa falena sul cuscino, il lombrico che fuoriesce dalla bocca della bambola di cui si prende cura, ecc.– se da un lato si fanno presagio di un male inevitabile (esibito sin dall’incipit), dall’altro si configurano quali rimandi allegorici ai vani tentativi della protagonista di reprimere i suoi impulsi più conturbanti, destinati a riemergere.

Affidandosi in larga parte alle performance attoriali e alle capacità comunicative della prossemica, degli sguardi e del non detto, l’esordio alla regia di Maggie Gyllenhaal è riuscito a restituire lo spirito e la complessità del romanzo di Elena Ferrante cui si ispira, aggiudicandosi il premio per la migliore sceneggiatura a Venezia 78.

Valentina Velardi

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