Archivi categoria: Corso di Critica Cinematografica

“Microbo & Gasolina” di Michel Gondry – 2

Al centro della storia due adolescenti, Daniel e Theo, i Microbo e Gasolina del titolo. Uniti da grande amicizia decidono di sfruttare le abilità meccaniche di Theo per costruire un’automobile con la quale girare la Francia durante le vacanze estive. Il tutto all’insaputa dei loro genitori. Continua la lettura di “Microbo & Gasolina” di Michel Gondry – 2

“Suburra” di Stefano Sollima – 2

La selvaggia parata di Suburra: una questione privata

Quello di Suburra è un immaginario che si dipana su orizzonti disparati, disorientanti ma mai incoerenti. Questo massimalismo tematico, prima ancora che stilistico, obbliga qualsiasi spettatore, dal più critico al più disinteressato, a confrontarsi con un torrente di questioni politiche e morali, a fare appello a memorie storiche e affettive, a calarsi in una contemporaneità che non puzza lontanamente di cronaca. L’ultima fatica di Stefano Sollima e della sua giustamente definita da qualcuno “bottega” scansa in questo modo il pericolo sempre dietro l’angolo di un postmodernismo facile, bandendo così dallo schermo qualsiasi tentazione di pastiche cinefelo e costruendo la narrazione su due figure che risultano sorprendentemente consone ed attuali ad una tale opera: l’iperbole e l’allegoria. Questo pare chiaro sin dal primo cartello: “5 Novembre 2011 – Sette Giorni Prima Dell’Apocalisse”.

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“Suburra” di Stefano Sollima – 1

Cinclinazione alla violenza e alla rabbia di una generazione senza via di scampo

Quello che viene ritratto in Suburra, l’ultimo film di Stefano Sollima, è un quadro complesso. La sua protagonista è Roma, la città eterna, simbolo di un’Italia che si dimena affannosamente in un presente più che mai contraddittorio. Quello che il regista romano porta avanti ormai da quasi dieci anni è un discorso sulla violenza, le sue forme e le sue modalità, declinate in un contesto che è quello del film di genere. Il modus operandi è ormai consolidato, il soggetto viene prelevato da una fonte letteraria (Cataldo, Bonini, Saviano) per poi essere rielaborato attraverso il linguaggio cinematografico.

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“Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti

Roma, giorni nostri. Protagonista Enzo Ceccotti, ladruncolo di periferia che si barcamena tra piccoli furti nella speranza di non essere preso. Ma in fondo non è nessuno, mai riuscito ad entrare nel giro della criminalità che conta, schivo, deluso dalla vita e ancor più da se stesso.

Claudio Santamaria calza a pennello nel ruolo del nuovo superhero italiano, per interpretare il quale è dovuto aumentare di peso di ben 20 kg, 100 in tutto. Il film, ispirato alla serie manga Jeeg Robot d’acciaio di Go Nagai, è un film d’azione moderno, a cui viene però aggiunta una buona dose di ironia. È il mito dell’uomo qualunque che, in seguito ad un incidente, riceve super poteri tali da poter cambiare il mondo. O così crede Alessia (Ilenia Pastorelli), protagonista femminile che, vittima di violenza domestica e mentalmente disturbata, è ossessionata dall’idea che Hiroshi Shiba, eroe della serie, esista nel mondo reale e che proprio Enzo sia il fatidico Jeeg Robot d’acciaio. L’uomo compie così un percorso verso la redenzione, maturando la consapevolezza di avere un obbligo morale.

Nel cast, minuziosamente scelto dal regista Gabriele Mainetti, in stretta collaborazione con lo sceneggiatore Guaglianone, risalta un personaggio eccezionale: lo Zingaro, Luca Marinelli, boss eccentrico fino alla follia, innamorato della propria immagine e del sogno di diventare famoso e rispettato dalla malavita, che cerca di carpire i segreti della sovraumana forza fisica, ma non solo, del protagonista.

Ciò che emerge dal lungometraggio è la facilità con cui le storie che assorbiamo influenzano la nostra vita. Alessia crede che Jeeg Robot esista; Enzo, nonostante sappia non sia così, lentamente comincia a crederci e a ragionare da eroe (emblematico il gesto di sostituire i film porno con i dvd della serie animata).

Si tratta di un film come non se ne vedono molti in Italia, che prende solo il meglio dai più gettonati superhero movies americani. Un cinema di intrattenimento che nonostante il basso budget (1.700.000 euro) guadagna più di un posto d’onore alla premiazione dei David di Donatello e soprattutto riesce a far nascere in ciascuno di noi la domanda: possono ancora esistere, fra noi, uomini così fuori dall’ordinario?

Alice Dall’Agnol, studentessa del Corso di Critica cinematografica (DAMS, a.a. 2015-2016)

 

“Microbo & Gasolina” di Michel Gondry – 1

Quanti di noi da piccoli davanti a un foglio bianco non hanno mai disegnato una casa? Tetto rosso triangolare e finestre come occhi sorridenti, oppure assi di legno inchiodate? E quanti, spinti da un’immaginazione un po’ stereotipata, non ci hanno mai aggiunto quattro ruote, e un asfalto su cui zigzagare? Il film di Michel Gondry dà tridimensionalità a quel sogno comune, calandolo in una Francia problematica nell’istruzione e nei nuclei familiari. Microbo e Gasolina sono le vittime di questi due mondi: troppo “diversi” per adattarsi alla scuola (i soprannomi provengono proprio da lì, e dal bullismo dilagante), troppo liberi per restare nel nido di famiglie dure e distanti.

“Un calcio in culo al futuro! Non hai mai anelato l’indipendenza di andare di qua e di là, senza chiedere niente a nessuno?”: ecco il punto chiave del film, una scena notturna in cui l’insonnia porta consiglio: viene fondata la ditta Microbo & Gasolina. Perché la “e commerciale” del titolo non è semplice congiunzione, ma vero e proprio marchio dell’unione tra due amici per la pelle che fabbricano sogni. Un’azienda di successo che scopre anche l’amaro delle favole che finiscono. A sorpresa non c’è vera letizia nella chiusura, quando un funerale e le regole delle istituzioni dividono per sempre il biondo e timido Microbo dal socio moro e appassionato di motori, anche se il primo porterà sempre qualcosa di quella “fragranza alla benzina” che la vicinanza del secondo gli ha trasmesso: la sicurezza in sé, e la difesa dei propri valori, anche a costo di dare un pugno sul naso a chi arrogantemente li ha appena calpestati. E poi di nuovo via di corsa, novello Antoine Doinel, che non si volta né una, né due, né sette né infinite volte, nemmeno se è il pensiero della ragazzina spasimata a chiederglielo, in un ultimo monologo interiore che è ennesima prova di una sceneggiatura coi fiocchi.

Marco Bellani, studente del Corso di Critica cinematografica (DAMS, a.a. 2015-2016)

“Sole alto” di Dalibor Matanić

Metafora di amore flagellato da guerra culturale, sociale e politica nella ex Jugoslavia.

Sole alto, film croato del 2015 vincitore del Premio della Giuria di Cannes dello stesso anno, è metafora di vita e amore, di conflitto e passione, di lotta umana e natura. Quest’ultima invade il film in tutta la sua interezza: in ogni episodio; in ogni scena, inquadratura.

Natura in contrasto con la modernità e con l’uomo che tenta di piegarla, uscendo sempre sconfitto. I protagonisti del primo episodio, Jelena e Ivan, 1991 fumano di fronte ad un lago e qualche minuto dopo alcune camionette, con degli uomini armati a bordo, attraversano un prato incontaminato. Case devastate e i loro scheletri si ergono tra gli alberi con sottofondo di fruscio di foglie e canto di uccelli nel secondo episodio, Nataşa e Ante, 2001. Il Rave del terzo episodio, Marija e Luka, 2011 appare circondato dalla natura, la quale infine vince quando Luka torna dalla donna amata. La natura vittoriosa, quindi, fa riflettere Luka, ossia l’uomo.

È esemplare l’uso del dettaglio: il ragno sotto un quadro o su una finestra, il cibo in una busta prima che Jelena parta, la valigia della stessa, la campanella e il libro tra le macerie della scuola, la tromba in mano ad Ivan. Il dettaglio onnipresente è quello di un cane, nero. Un cane guida è davanti a Luka mentre torna a casa, un cane spettatore guarda l’auto di Ante che va via dalla casa di Nataşa.

Un uso eccellente del Primo Piano mette in risalto l’elevata interpretazione degli attori protagonisti (Tihana Lazović e Goran Marković): si vedano gli sputi di Goran durante i litigi, la riflessione di Tihana accovacciata tra due muri, la scena di sesso tra Nataşa e Ante, prima che lei rifiuti il bacio e gli dica: “abbiamo finito”.

Insomma, un film d’autore che potrebbe delineare delle basi solide per un ritorno di tematiche ancora forti.

Davide Ferraro, studente del Corso di Critica cinematografica (DAMS, a.a. 2015-2016)

“Nodo alla gola” (“Rope”) di Alfred Hitchcock

Il primo film a colori di Alfred Hitchcock, basato interamente sul piano sequenza, non è semplicemente un film sperimentale. La cura con cui vengono descritte due menti deviate che si macchiano di un omicidio per il puro gusto di farlo sfida il codice Hays con la sottintesa omosessualità di Brandon e Philip. I due sono legati da un rapporto servo-padrone: Brandon, la mente criminale attratta dal brivido del delitto perfetto, architetta un buffet sopra il sarcofago del morto, invitando – qui sta l’humour necrofilo e perverso – i parenti della vittima, nonché la sua fidanzata e il suo migliore amico. La provocazione di Brandon sta anche nell’invitare un suo vecchio insegnante di filosofia, Rupert Cadell (interpretato da James Stewart), intollerante verso le convenzioni sociali e sostenitore di una nietzschiana teoria sull’omicidio riservato a pochi eletti, ovviamente presa alla lettera e fraintesa dagli assassini.

Sarà il nervosismo di Philip, anello debole della catena, a fare insospettire Rupert e a portarlo allo svelamento dei colpevoli. Il titolo del film, infatti, non si riferisce soltanto allo strangolamento, ma anche al senso di angoscia provocato dall’uccisione. Ma la vera protagonista del film è la macchina da presa che segue i personaggi non solo nei loro movimenti, ma talvolta anche nei loro ragionamenti: lo dimostra la finale ricostruzione del delitto da parte di Rupert. I raccordi sulla schiena (la tecnica di allora non avrebbe permesso di realizzare un unico piano sequenza) e la recitazione degli attori condizionati dagli ostacoli del set e dall’ingombro dei macchinari tecnici, aumentano il senso di claustrofobia e tensione nevrotica. Non a caso, oltre a Nietzsche, viene più volte citato Freud: gli oggetti non sono semplicemente “prove” ma veri e propri “simboli”, come il portasigarette che serve a Rupert per incastrare i colpevoli.

Carlo Montrucchio, studente del Corso di Critica   cinematografica (DAMS, a.a. 2015-2016)

“Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese

Le cosiddette commedie casalinghe”, quelle giocate interamente su un gruppo di persone riunite attorno ad un tavol, sono diventate negli ultimi anni sempre più diffuse all’interno della cinematografia europea. Ha deciso di cimentarsi in questo particolare genere anche Paolo Genovese con il suo film Perfetti sconosciuti.

Il punto di partenza della vicenda è una proposta, apparentemente innocente, fatta dalla padrona di casa ai suoi ospiti: mettere il proprio cellulare sul tavolo e rivelare pubblicamente ogni tipo di comunicazione che verrà ricevuta nel corso della serata. Ben presto questo gioco si tramuterà in un massacro in cui ognuno vedrà svelati i propri segreti, presenti e passati. Le certezze che tutti avevano nei confronti dei loro amici o amiche, mogli o mariti, vengono sgretolate una ad una. Nessuno può fidarsi più di nessuno. Quelli che ognuno ritrova davanti a sé sono dei perfetti sconosciuti.

Il grande pregio di questo film, per certi versi apertamente comico, per altri decisamente malinconico, consiste nell’aver creato un’alchimia assoluta fra i sette attori coinvolti; infatti interagiscono fra loro con una naturalezza talmente disarmante da farli sembrare, anche nella vita reale, amici di lunga data.

Fra di loro spiccano Valerio Mastandrea (Lele) e Giuseppe Battiston (Beppe) ma sono tutti perfettamente adatti ai personaggi che interpretano e hanno saputo caratterizzarli al meglio. Ma prima di tutto sono da apprezzare i dialoghi, ai quali è stata prestata una cura tanto particolareggiata da non farli cadere mai nel banale, evitando così ogni tempo morto per l’intera durata del film. Infine è da notare la metafora dell’eclissi lunare, che segnala il fatto che venga illuminato il “dark side of the Moon” proprio mentre la Luna finisce per oscurarsi.

Mattia Olivero, studente del Corso di Critica cinematografica (DAMS, a.a. 2015-2016)