DAVID BORDWELL E KRISTIN THOMPSON: TWO LECTURES ON CINEMA

“Si veda, a questo proposito, D. Bordwell e K. Thompson”; “cfr. D. Bordwell, K. Thompson”: ogni studente di un corso di Storia del Cinema ha trovato almeno una volta note a pié di pagina recanti questi due nomi, o li ha sentiti nominare da un professore o si è ritrovato a studiare direttamente i loro testi. Tuttavia ai suoi occhi questi nomi, tanto illustri e sempre citati, possono apparire lontani e restare per sempre solo questo: nomi, etichette, citazioni. Così accade ai vari Bazin, Kracauer, Morin, Zavattini ecc. Ma non è accaduto appunto a David Bordwell e Kristin Thompson che martedì 26 novembre, presso l’auditorium “Guido Quazza” di Palazzo Nuovo, hanno tenuto due interventi di fronte a un nutrito gruppo di studenti. E così i nomi si sono finalmente fatti corpo, il contenuto di un testo da imparare si è fatto confronto.

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“IL DIRITTO DI OPPORSI” DI DESTIN DANIEL CRETTON

Monroeville, Alabama, fine anni ’80. L’afroamericano Walter McMillian (Jamie Foxx) viene condannato alla pena capitale per l’omicidio, mai commesso, di una donna bianca. L’ avvocato Bryan Stevenson (Michael B. Jordan), neolaureato a Harvard, si interessa alla vicenda e, grazie al supporto della collega Eva Ansley (Brie Larson), decide di aiutarlo a uscire dal braccio della morte.

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“MEMORIES OF MURDER” DI BONG JOON-HO

Corea del Sud, fine anni Ottanta. In una cittadina di provincia cominciano a essere rinvenuti cadaveri di giovani donne brutalmente assassinate, soffocate attraverso l’uso inconsulto dei loro stessi indumenti intimi. La polizia locale indaga, ma la scarsità di competenze e di adeguati strumenti d’indagine, unitamente alla mancata collaborazione della comunità locale, mette l’intero dipartimento in crisi.

A fare maggiormente le spese di questa crisi è il detective Park Du-man (Song Kang-ho), poliziotto dai sentimenti nobili ma dai modi bruschi, un po’ antropologo, un po’ chiromante, che si improvvisa anche membro della Scientifica, medico legale e aguzzino durante gli interrogatori.

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“JUDY” DI RUPERT GOOLD

“Tu hai una voce che potrebbe portarti ad Oz”. Quella di L. B. Mayer sembrava una promessa, invece è stata una maledizione. Basato sullo spettacolo teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, il film di Rupert Goold è un biopic che racconta la vita di Judy Garland attraverso due livelli narrativi, l’inizio della sua carriera sul set de Il mago di Oz (Victor Fleming, 1939), che girò quando ancora non aveva 17 anni, e i suoi ultimi concerti a Londra nel 1969.

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MASTERCLASS – AMOS GITAI

Il 2020 è un anno importante per Torino, che diventa “Città del Cinema” in occasione del ventesimo anniversario dell’apertura del Museo Nazionale del Cinema nella Mole Antonelliana e della nascita di Film Commission Torino Piemonte. Nel ricco programma di eventi che accompagnerà le celebrazioni, la suggestiva Aula del Tempio del Museo si fa cornice di venti Masterclass con grandi maestri del cinema internazionale, inaugurate ieri, 28 gennaio, alle 18:00 dal direttore del museo Domenico De Gaetano. Il protagonista e ospite di eccezione della prima Masterclass è stato il regista israeliano Amos Gitai. Con lui ha dialogato la critica cinematografica Grazia Paganelli, supportata dalla prontissima traduttrice Gigliola Miglietti.

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“1917” DI SAM MENDES

Nel pieno della Prima Guerra Mondiale, due giovani caporali britannici, Schofield (George MacKay) e Blake (Dean-Charles Chapman) devono compiere una missione disperata. L’ordine è di attraversare le linee nemiche e consegnare un messaggio che impedirà a 1600 uomini, tra cui il fratello di Blake, di finire in una trappola mortale. Per portare a termine la missione i due soldati dovranno percorrere la terra di nessuno, oltrepassare le linee tedesche, attraversare trincee e città distrutte, in una terribile corsa contro il tempo che si trasformerà in un’odissea piena di pericoli e insidie.

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“HERZOG INCONTRA GORBACIOV” DI WERNER HERZOG E ANDRÉ SINGER

«Ci abbiamo provato».
Tre semplici parole, una sorta di testamento. Una dichiarazione in apparenza sconfortata, che si rivela monito per il futuro, racchiudendo forse il senso stesso del documentario Herzog incontra Gorbaciov, diretto da Werner Herzog e André Singer nel 2018 e distribuito in Italia per pochi giorni questo gennaio.

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“RICHARD JEWELL” DI CLINT EASTWOOD

Atlanta, 1996. Durante un concerto legato alle Olimpiadi appena iniziate, viene rinvenuto, a pochi passi dagli spettatori, uno zaino contenente un ordigno esplosivo. I servizi di sicurezza si adoperano immediatamente affinché gli artificieri possano disinnescare la bomba, che però scoppia prima del loro arrivo, riversando una pioggia di chiodi che solo per miracolo non si abbatte sulla folla.

Quello che avrebbe potuto trasformarsi in un massacro, grazie alla solerzia dei servizi di sicurezza si è tramutato in una tragedia dalle perdite limitate. Ma nulla sarebbe stato possibile se Richard Jewell, uno dei responsabili della vigilanza dell’evento, non avesse denunciato la presenza della bomba in tempo utile. Eppure, quest’uomo sovrappeso, che vive ancora con la madre, passa in poco tempo dall’essere un eroe nazionale a diventare il principale sospettato dell’FBI nell’inchiesta sull’attentato.

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“HAMMAMET” DI GIANNI AMELIO

Alla fine del secolo scorso, su una assolata spiaggia della Tunisia c’è un uomo che guarda verso l’orizzonte. Quella spiaggia non ha nulla di particolarmente invitante, anzi è piuttosto sporca. Eppure solo da lì, quando non c’è foschia, si vede l’Italia.

Quell’uomo si chiama Benedetto Craxi, ha ampiamente superato i 60 anni, è malato di diabete e ha una gamba quasi in cancrena. E’ irascibile, impreca, passa le sue giornate adagiato su una sdraio nella sua residenza presieduta dai militari. Ma non è sempre stato così: un tempo Benedetto, noto come Bettino, era capo del governo di una delle nazioni più potenti del mondo, segretario di uno dei partiti socialisti più influenti dell’Occidente, amato e applaudito da tutti.

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“THE FAREWELL – UNA BUGIA BUONA” DI lULU wANG

“La verità fa male per poco, ma una bugia fa male per sempre”, recita un detto popolare divenuto ormai una regola non scritta, un teorema che possiamo universalmente prendere per buono.

Eppure, nella Cina del ventunesimo secolo, questo teorema viene completamente ribaltato: la verità fa male per sempre, mentre una bugia fa male per poco. Quel tanto che basta perché la bonaria matriarca di una famiglia di emigrati muoia di un tumore.

Così inizia la storia di Billi, trentenne, nata e cresciuta in America con sporadiche visite in Cina per andare a trovare la nonna paterna, Nai Nai, con la quale la ragazza intrattiene un rapporto continuativo e affettuoso fatto di chiacchierate e confidenze telefoniche. Non sta combinando molto, Billi, nella vita: ha aspirazioni artistiche che non trovano forma concreta; vive di lavoretti part-time; si fa mantenere dai genitori, con i quali ha invece un legame tutt’altro che sereno, soprattutto con la madre.

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“RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME” DI CéLINE SCIAMMA

I titoli d’apertura sono accompagnati dal rumore dei carboncini che raschiano sulla carta e dalle mani di un gruppo di giovani allieve che cercano di tratteggiare la figura della loro maestra. Inizia quindi un lungo flashback in cui quest’ultima sarà la protagonista di una storia d’amore ardente, come il titolo stesso del film suggerisce. Nella Francia del 1700 la giovane pittrice Marianne (Noémie Merlant) si reca sulla suggestiva ed impervia costa del nord per realizzare il ritratto di Héloise (Adèle Haenel), un ex novizia costretta a subire il medesimo destino della sorella, morta suicida. Il dipinto è infatti commissionato dalla madre della ragazza (Valeria Golino) che vuole darla in moglie a un nobile milanese.

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“POR EL DINERO” DI ALEJO MOGUILLANSKY

In una Buenos Aires fagocitata dal libero mercato, una scalcagnata compagnia teatrale di quattro attori cerca di sopravvivere al progressivo annientamento delle produzioni indipendenti. Ognuno di loro vive di altro, e insieme combattono per difendere il sogno di un’arte radicale, libera, finalmente svincolata dai capricci del capitale. Madame Acuña (Luciana Acuña) ad esempio insegna coreografia all’università, suo marito (Alejo Moguillansky) gira spot commerciali su commissione, il vecchio Obelix (Gabriel Chwojnik) invece svende colonne sonore alle agenzie pubblicitarie e monsieur Perpoint (Matthieu Perpoint), il francese appena arrivato in Sudamerica con l’aspirazione della danza, si trova suo malgrado a dover impartire noiose lezioni di lingua.

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“SYNONYMES” DI NADAV LAPID

Passato in sordina al TFF (e non aiutato forse dall’essere stato proiettato nella saletta più piccola a disposizione del Festival, la 5 del Reposi), Synonymes è un film grande, di quelli che dopo la visione covano prepotenti e gonfiano nel tempo, avvinghiandosi alla memoria dello spettatore. Film feroce, saturnino, ingrato, delicato, caustico, frustrato – e via ancora elencando la lunga serie di sinonimi che, nel titolo e nella locandina, segnalano le aggettivazioni possibili per descrivere l’umore malmostoso che anima il protagonista e il suo viaggio alla ricerca di una nuova identità.

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PREMIO MARIA ADRIANA PROLO A LORENZO VENTAVOLI

Quando si parla di cinema a Torino c’è un nome che ritorna spesso: Lorenzo Ventavoli. Siamo abituati a parlare di registi, di attori, di produttori, mentre si parla molto meno di esercenti e pionieri nella divulgazione delle opere cinematografiche. Lorenzo Ventavoli è uno di questi, una figura poliedrica fondamentale per il cinema a Torino e in Italia, e che per questo è stato premiato il 23 novembre dall’Associazione Museo del Cinema con un premio alla carriera Maria Adriana Prolo. 

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“DELPHINE ET CAROLE, INSOUMUSES” DI CALLISTO McNULTY

Be Pretty and Shut Up! è il titolo del documentario che Delphine Seyrig – insieme a Carole Roussopoulus – ha realizzato alla fine degli anni settanta. Entrambe credevano fermamente che fosse indispensabile dare voce alle donne, in particolare a quelle che nell’immaginario comune vivevano soltanto veicolate dalle imposizioni di uomini: le attrici. 

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ITALIANA.CORTI

Contravvenendo a una elementare regola di buona educazione si parlerà prima degli assenti: i corti di finzione. È forse il limite più grande della sezione Italiana.corti, che toglie spazio alla fiction concedendolo esclusivamente al documentario, alla docufiction, al mockumentary. Tornando alle buone maniere per quanto riguarda, invece, i presenti, la linea della selezione è chiara: si parte da una base di realtà. Reale che può essere alterato, rielaborato, persino negato, ma che è punto di partenza imprescindibile. La realtà catturata mentre accade, in sostanza. 

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PREMIO DAMS A VLADIMIR GOLOV (“DYLDA”)

Per la prima volta nella storia del Torino Film Festival, il DAMS viene chiamato a partecipare attivamente alla composizione del palmarès della trentasettesima edizione. Il premio è dedicato alla figura, spesso sottovalutata, del casting director, colui che, in base alle specifiche necessità del copione, è chiamato a selezionare gli attori che parteciperanno alla produzione di un film.

Cinque studenti del Corso di studi – Niccolò Buttigliero, Dario Cerbone, Camilla Fusato, Stefano Tropiano e Chiara Varese – coordinati dalla professoressa Maria Paola Pierini, docente di Tecniche dell’attore, hanno visionato tutti i film in concorso per decidere quale tra essi disponesse della maggiore coerenza tra attori e copione. La giuria ha assegnato il premio a Vladimir Golov, casting director di Dylda di Kantemir Balagov.

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“SI PUÒ FARE!”: RETROSPETTIVA SUL CINEMA HORROR CLASSICO

La celebre battuta pronunciata da Gene Wilder in Frankenstein Junior (1974) di Mel Brooks è stata scelta come titolo per la retrospettiva che il Torino Film Festival 37 ha dedicato al cinema horror classico. Trentasei film che attraversano un periodo di cinquant’anni, dal 1920 al 1971.

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“DYLDA” DI KANTEMIR BALAGOV

Ila, Ija: è solo una lettera a differenziare i nomi delle protagoniste dei due film realizzati dal regista Kantemir Balagov. I nomi di due donne separate da più di cinquant’anni di storia, e che eppure sono legate: da un lato, Ila – protagonista di Tesnota– la ragazza ebrea che si atteggia da maschiaccio e lavora come meccanico; dall’altro, Ija, o Dylda (=“giraffa”), come la chiamano tutti, l’altissima infermiera che viene colta da improvvise crisi epilettiche che la isolano totalmente dal mondo circostante. Due donne, dunque, che vivono all’insegna della diversità, ma che vivono anche due diversi momenti della storia della Russia: da un lato, quello dell’entrata in guerra del Paese contro la Cecenia, che è dove troviamo Ila; dall’altro, quello dell’inverno del 1945 a Leningrado, dove invece c’è Ija. Da un lato la crisi del colosso sovietico e, dall’altro, la sua nascita. E, in mezzo allo spettro, due donne chiamate ad affrontare la sfida della maternità.

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“DYLDA” BY KANTEMIR BALAGOV

Article by: Alessandro Pomati
Translated by: Selene Novaro Mascarello

Ila, Ija: the names of the protagonists of two of director Kantemir Balagov’s films are separated only by one letter. Two women divided by fifty years of history and yet somehow connected: on the one hand, Ila, the protagonist of Tesnota, a young Jewish woman who acts like a tomboy and works as a mechanic; on the other hand, Ija, or Dylda (“beanpole”), as everyone calls her, a slender nurse who suffers from sudden epileptic seizures which completely isolate her from the real world. Two women whose lives are similarly marked by diversity, in spite of their living during two different periods of the history of Russia: for Ila, the start of the war between Russia and Chechnya; as for Ija, winter 1945 in Leningrad. On the one hand, the crumbling of the Soviet Union, on the other hand, its origins. And, at the two opposite ends of the spectrum, two women grappling with motherhood.

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Il blog degli studenti del Dams di Torino