“Kami no tsuki” (“Pale Moon”) di Daihachi Yoshida

Rika (Rie Miyazawa ) vive con il marito, ma non ha figli. Lavora part-time presso una banca ricevendo valutazioni positive da parte del suo capo, ed è inoltre apprezzata dai clienti per la sua disponibilità e gentilezza. Tuttavia, la donna non è soddisfatta della sua vita troppo programmata. A complicare il tutto è la situazione coniugale: un marito assente che non l’ascolta e non si interessa a lei. Tutto questo la porta ad avere una relazione extraconiugale con un uomo più giovane di nome Kota (Sosuke Ikematsu), nipote di un suo anziano cliente. Subito scoppia la passione e i due si incontrano di nascosto dopo le ore lavorative. Il giovane racconta all’amante che, per pagarsi gli studi universitari, ha parecchi debiti con gli usurai. Questa motivazione spinge Rika ad aiutarlo, non con i propri soldi, ma rubandoli ai clienti. Chiudere il debito con gli usurai ad entrambi non basta, così la donna continua a rubare dei soldi per poter pagare costose cene, week-end in hotel di lusso e un nuovo appartamento.

Ambientato nel 1994, Pale moon (Kami no tsuki) è un film di Daihaki Yoshida tratto dal romanzo omonimo di Mitsuyo Kakuta. Il film contiene molti elementi interessanti, dalla sceneggiatura alla fotografia. Le immagini hanno un aspetto quasi opaco e i colori non sono quasi mai forti. Durante la conferenza stampa tenutasi il 28 novembre, il regista ha spiegato che il titolo inglese non corrisponde letteralmente all’originale, che equivarrebbe in italiano a “La donna di carta”. Il titolo inglese è giustificato dal fatto che all’interno del film compare la luna (moon), e visivamente il film ha toni pallidi (pale).

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Daihachi Yoshida ha messo in scena personaggi che non sono né cattivi né buoni, perché tutto tende a mescolarsi. Il personaggio di Rika compie azioni riprovevoli perché vuole spogliarsi della sua vita, vuole essere quella che veramente è. Ma alla fine si ritroverà a scappare a causa di tutto quello che ha fatto per se stessa e per il giovane amante. Il regista ci fa notare come ad un certo punto lei stessa dice: “Tutto è finto!”, come se fin dall’inizio già sapesse come sarebbe andata a finire. Daihachi Yoshida afferma: “ciò che è finto non implica nessuna possibilità che qualcosa sia vero, ma il vero implica sempre il fatto che qualcosa potrebbe essere finta!”

Il “quasi perdono” finale della protagonista ha diviso il pubblico femminile giapponese, e la domanda che si pone il regista è come reagirebbero le donne degli altri Paesi se si trovassero nei panni del personaggio di Rika. Infine ha precisato che il suo modo di fare cinema non è influenzato da una particolare cinematografia, neanche quella classica giapponese dei grandi maestri quali Kajirō Yamamoto o Akira Kurosawa.

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