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“Rolling Thunder” di John Flynn

Un reduce dal Vietnam disadattato, insonne, incapace di integrarsi nella Società alla fine del film si arma di tutto punto e fa una carneficina.  No, non sto parlando di Taxi Driver, bensì di un film appena successivo (di un anno: è infatti del 1977) al capolavoro di Scorsese: Rolling Thunder. Entrambi i film nascono dalla penna tormentata di Paul Schrader che, dopo una notevole attività di sceneggiatore (The Yakuza per Sidney Pollack, Complesso di colpa per Brian De Palma), era fermamente intenzionato a passare dietro la macchina da presa ma, per problemi produttivi, il progetto è stato poi affidato per la regia John Flynn e per la riscrittura a Heywood Gould.

Schrader esordì  ripiegando sul dramma “operaio” Tuta blu nello stesso anno. Ma la storia di alienazione e vendetta del Maggiore Rane era perfetta: questi torna a casa, in Texas, dopo sette anni di prigionia in Vietnam (che lo segnano profondamente) e la comunità gli riconosce “per eroismo” una cassa di dollari d’argento. Dei banditi rubano i soldi e gli uccidono barbaramente moglie e figlio. Rane decide di farsi giustizia da solo.Nonostante un pesante rimaneggiamento della sceneggiatura che ha eliminato buona parte del razzismo patologico del personaggio,  Rane è il perfetto eroe schraderiano: è tormentato dalla colpa e convinto che l’unico modo per redimersi siano la violenza e il sacrificio personale. La sua colpa è quella di essere sopravvissuto alla prigionia, di aver sopportato il dolore, di essere orgoglioso di ciò che ha fatto. Questo orgoglio lo conduce alla vendetta secondo un’assurda legge del taglione.

Il film è gelido, con molte inquadrature fisse, senza quasi accompagnamento musicale. Su tutto impera una violenza autoconclusiva che non dà soddisfazione, non è esaltante. La vendetta è soltanto un rimedio temporaneo per colmare un vuoto. È spietata come tutto il resto. La violenza del personaggio non è motivata solo dal disgusto e dal rifiuto, ma è anche il riflesso di una violenza subita ed esercitata per anni in Vietnam.

Il protagonista è incapace di comunicare agli altri il proprio dolore, i propri tragici ricordi, e la sua comunità è incapace di accoglierlo: lo considera un eroe, ma riesce soltanto a dargli un risarcimento in denaro e ad omaggiarlo in modo pacchiano. La violenza che si abbatte sulla sua famiglia è la violenza della società democratica ipocrita che riconosce ai suoi un valore di 2.555 dollari per sette anni di vita .

Il viaggio dell’Eroe è una eterna odissea, e il ritorno a casa è soltanto l’inizio di un altro lungo peregrinare senza ritorno: non c’è una Penelope pronta ad aspettare Ulisse, ma a metterlo alla porta. L’Eroe è costretto a vagabondare, ad allontanarsi, a perdersi nel silenzio e nell’oblio, anticipando il primo sangue di Rambo, un altro eroe nato dalla violenza e dalla disperazione. Gli Eroi del Vietnam sono eroi pazzi e violenti. Hanno perduto qualsiasi connotato di umanità, e la Democrazia li respinge senza pietà, li condanna.

Non sventolano tante bandiere americane da queste parti e le poche che rimangono, sono fatte di stracci.

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