Non dire gatto…

Articolo di: Fabio Ferrari e Chiara Gioffré

Protagonisti della locandina della trentacinquesima edizione del Torino Film Festival sono Kim Novak e il gatto Cagliostro (Pyewacket in inglese); non sorprende quindi che in questa edizione del TFF vi sia una speciale retrospettiva dedicata ai nostri amici a quattro zampe, omaggio della direttrice Emanuela Martini, “gattara” cinefila, alla mostra “Bestiale” attualmente allestita presto il Museo Nazionale del Cinema.Misteriosi, magnetici e imprevedibili, i gatti sono stati infatti protagonisti di numerosi film nel corso della storia del cinema, arrivando perfino a rubare la scena ai personaggi umani.

“Non dire gatto…” prevede cinque opere e un cortometraggio di tre minuti, Chat ecoutant la musique di Chris Marker, opera di tre minuti che mostra un gatto sonnecchiante che muove orecchie e occhi a ritmo della musica.

Tutt’altro che sonnecchiante appare invece l’evanescente Stregatto (Cheshire Cat, in inglese), ambiguo felino viola dal largo sorriso che scompare e riappare a proprio piacimento in Alice in Wonderland (Alice nel Paese delle Meraviglie, di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson e Hamilton Luske), uno dei classici Disney più amati, oltre che uno dei più originali e sperimentali.
Basato sull’omonimo romanzo di Lewis Carroll, narra le avventure di Alice, vivace ragazzina inglese che, inseguendo un coniglio bianco parlante, cade in un pozzo e si ritrova in un mondo fantastico, privo di qualsivoglia logica. Qui, in mezzo ad ambientazioni che paiono uscite da un quadro di Dalì, incontra tanti bizzarri personaggi.
Sarà proprio lo Stregatto ad avvertire Alice che nel Paese delle Meraviglie sono quasi tutti matti e sarà sempre lui ad indicarle la strada per raggiungere il Bianconiglio, ma la metterà anche nei guai con la terribile Regina di Cuori, facendole rischiare la vita. Un tipo imprevedibile quindi, perfetta sintesi di quel mondo in cui è l’assurdo, il non-sense, a trionfare.

In Rhubarb (Il gatto milionario, di Arthur Lubin) un eccentrico uomo d’affari decide di adottare un vivace gatto randagio, a cui dà il nome di Rabarbaro. Alla sua morte, il milionario lascia in eredità al felino una fortuna, nonché la squadra di baseball di cui è proprietario. Il tutore del gatto, Eric Yaeger (il Ray Milland di Delitto perfetto), per sedare il malcontento e l’imbarazzo dei giocatori li convince che l’animale porta fortuna. Incredibilmente la squadra consegue una vittoria dopo l’altra, ma le cose si complicano quando Rabarbaro viene rapito. Frizzante commedia di impronta quasi disneyana, è forse il film più “gattocentrico” della rassegna. Anche se durante la produzione sono stati utilizzati 14 differenti gatti, protagonista indiscusso è il micione Orangey, vera e propria star di Hollywood negli anni ’50 (è apparso anche in Colazione da Tiffany). Il gatto milionario non sarà un capolavoro, ma è comunque un concentrato di divertimento della durata di 90 minuti, durante i quali lo spettatore non potrà non affezionarsi all’irresistibile Rabarbaro.

Il denaro è fondamentale anche in The Shadow of the Cat (L’ombra del gatto, di John Gilling), un thriller gotico in cui la gatta Tabhita è l’unica testimone dell’efferato omicidio della propria padrona, commissionato dal marito per ottenerne l’eredità.
La pacifica soriana muta così il suo carattere e si trasforma in una sorta di spirito vendicatore che porterà i colpevoli sull’orlo della follia, aiutando la nipote della sua padrona a risolvere il mistero.
Le apparizioni di Tabhita sono strutturate in modo analogo a quelle degli spiriti che infestano le case nei film horror, ma si differenziano da queste ultime per i momenti comici da cui The Shadow of the Cat è caratterizzato. Motivo di interesse di questo film sono anche le soggettive della gatta (in cui l’immagine appare distorta) che permettono allo spettatore di immedesimarsi in lei.

Ispirato a uno dei più celebri racconti di Edgar Alan Poe, Black Cat (Gatto Nero) è un giallo/horror all’italiana diretto da Lucio Fulci. In un piccolo villaggio inglese avvengono misteriosi incidenti mortali. Indagando insieme a un agente di Scotland Yard, la fotografa Jill scopre che ogni volta era presente un inquietante gatto nero e che nella faccenda potrebbe essere coinvolto il professor Miles (Patrick Magee), ambiguo psicologo dotato di poteri paranormali. Si può dire che Black Cat è un film riuscito a metà. Da un lato ha il pregio di riuscire abilmente a restituire un’atmosfera inquietante e spettrale, pur non rinunciando a scene molto violente. Grazie a movimenti di macchina non convenzionali e a un’ottima fotografia, Fulci realizza alcune sequenze veramente d’impatto, valorizzate dalla memorabile colonna sonora di Pino Donaggio (che proprio in questa edizione del TFF ha ricevuto il Gran Premio Torino). Dove però il film fallisce è nella sceneggiatura confusa e a tratti ridicola, oltre che nei pessimi effetti speciali. Infine è davvero difficile affezionarsi ai personaggi, complici anche degli attori non proprio eccelsi (con forse la sola eccezione di Magee).

Infine, in Bell, Book and Candle (Una strega in paradiso, di Richard Quine) la strega Gil (Kim Novak) usa il proprio gatto Pyewacket (in italiano Cagliostro) per fare un incantesimo e sedurre Shepherd (James Stewart); proprio questo è il momento “catturato” dalla locandina di questa edizione del Torino Film Festival.
Divertente e romantica comedy inglese con un cast eccezionale, questo film dalla sceneggiatura incalzante è anche estremamente ironico e sofisticato. Pyewacket appare estremamente freddo e distaccato, osservatore dallo sguardo impassibile e quasi ammaliatore.

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