I tre film di apertura dei “SoundFrames Days” esplorano il rapporto fra cinema e musica

Da aprile 2018 è nata una nuova collaborazione tra il Museo Nazionale del Cinema e il Seeyousound International Music Film Festival, nell’ambito della mostra SoundFrames ospitata all’interno della Mole Antonelliana (fino al 7 gennaio 2019). Si tratta dei SoundFrames Days, ovvero giornate di approfondimento  e proiezioni di film dedicati al rapporto tra cinema e musica. Il primo appuntamento ha avuto come protagonisti tre docu-film.

Monterey Pop, di D. A. Pennebaker

Non poteva mancare, nell’ambito dei SoundFrames Days, la versione restaurata di Monterey Pop, il film di D.A. Pennebaker che nel 1967 ha documentato uno dei primi festival musicali capaci di segnare un’intera generazione. L’enorme portata di questo evento viene resa dalla pellicola in maniera eccezionalmente genuina, tanto da tramandare fino a noi quelli che sono stati i maggiori talenti musicali di quegli anni attraverso le loro incedibili performance. Come non ricordare la celebre esibizione di Jimi Hendrix?  E con lui tanti altri, che con Monterey Pop hanno dato il via a quello che sarebbe stato uno dei fenomeni più pregnanti e innovativi della storia della musica e della cultura giovanile. (Martina Bonfiglio)

Festiwal, di Tomasz Wolski e Anna Gawlita

Questo documentario non si sviluppa in modo tradizionale, riportando semplicemente ciò che succede “prima della prima”: si sposta invece attraverso diversi momenti del concerto, fasi precedenti e successive, lasciando che siano la musica e i suoi interpreti a parlare. La macchina da presa, in continuo movimento, scandaglia l’orchestra nella sua interezza analizzando in parallelo diverse personalità che ricoprono il medesimo ruolo ( pianisti, direttori e cantanti) per esaltarne le differenze che le rendono uniche. Ciascun personaggio ha il proprio sguardo e il proprio approccio alla musica e la fotografia esalta le differenze e le peculiarità, rendendo unica ogni inquadratura e riuscendo a riportare l’essenza di chi sta suonando senza filtri e forzature.

Questo docu-film riesce a raccontare quanto tutti i musicisti e i cantanti sul palco siano diversi e unici, pur suonando lo stesso spartito, e come a ogni prova la musica scateni la propria magia anche se al termine del brano non scrosciano gli applausi del pubblico, ma si sente il direttore d’orchestra dire “Bene, rifacciamola da capo”. (Lucia Grosso)

Let’s get lost, di Bruce Weber

Una voce calma e flemmatica dice qualche battuta e scandisce il tempo sullo sfondo nero dei titoli di testa: “three, two, one”, poi vediamo lui, il protagonista di questo film documentario, Chet Baker, su una vasta spiaggia californiana in compagnia di due amici, a cantare, parlare e correre spensieratamente. È così che si apre Let’s get lost, con l’immagine di Chet ragazzo, un’immagine che traspare dai racconti di una vita che sembra uscita da un’opera di Kerouac.

Il regista e fotografo Bruce Weber ha seguito Chet durante l’anno 1987 per girare questo docu-film; nessuno poteva sapere che esattamente l’anno successivo Chet Baker sarebbe morto, probabilmente sotto effetto di un potente mix di droghe, volando giù da una finestra del Prins Hendrik Hotel ad Amsterdam, dove soggiornava. Nei verbali, la polizia olandese si limitò a scrivere di aver trovato il corpo senza vita di un uomo di circa trent’anni con una tromba. Di anni Chet ne aveva cinquantanove e a vederlo da vivo ne dimostrava anche molti di più: il volto scavato, consumato dagli eccessi e dall’aggressione subita anni prima che gli costò tutti i denti. Da quell’episodio, gli ci vollero tre anni per riprendere a esibirsi davanti a un pubblico.

Sarebbe impossibile descrivere la vita e i successi di questo grande nome del jazz in una recensione; questo documentario, costruito con molto materiale d’archivio, lo fa passando dalle testimonianze dirette di Chet, a quelle della madre, delle ex mogli – che lo raccontano chi con più, chi con meno rancore – dei figli, quasi dimenticati… Il tutto, grazie al talento visivo di Weber, immerso in quell’atmosfera “cool” di cui Chet Baker era incarnazione. Lui era “cool” come il jazz che suonava, elegante e rilassato, frutto di un talento naturale. “Alla fine di tutto, Chet, pensi che, quelli di questo film, saranno bei ricordi?” chiede Weber sul finale. “Non vedo come potrebbe essere diversamente, Bruce” risponde Baker, con il suo sguardo rugoso e sornione, la costante sigaretta tra le dita, e un mezzo sorriso che ci porta a chiederci se non è più il personaggio che l’uomo, quello che stiamo vedendo. Perché Chet, come dice una delle sue ex mogli, la cantante Ruth Young, sapeva mentire bene, per rendersi simpatico; ma forse è anche qui che sta il suo enorme fascino, oltre che nella sua musica e nella voce,  chiara come il suono di una tromba. (Sofia Nadalini)

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