“ASH IS THE PUREST WHITE” DI JIA ZANGKE

Anche grazie al consolidato sodalizio artistico con Zhao Tao, attrice feticcio presente in quasi tutti i film di Jia Zangke, il regista crea un fil rouge che lega tutti i suoi lavori, i quali, attraverso le storie dei personaggi, narrano da un lato la storia dell’autore, dall’altro la storia della Cina che rimane una presenza sullo sfondo. Ash is the Purest White continua su questa strada, offrendo allo spettatore un viaggio che, dall’inizio di questo secolo, arriva ai giorni nostri, attraversando migliaia di chilometri.

Il film racconta una storia lunga diciassette anni, un lungo lasso di tempo che racchiude al suo interno, tra le molte cose, l’esperienza di Quiao e le microstorie di tutti i personaggi con qui questa viene a contatto, per chiudersi poi, dopo aver attraversato anche geograficamente gran parte della Cina, nello stesso luogo da cui il film era cominciato. Lo stesso regista si dice interessato a storie che abbracciano un grande lasso di tempo, perché queste contengono al loro interno l’esperienza e i cambiamenti, sia dei rapporti umani che delle tradizioni. Il viaggio che la protagonista compie, infatti, non è soltanto un viaggio fisico, geografico e temporale, ma è anche un viaggio personale, sentimentale: il tempo della storia si presenta quindi come il tempo dei sentimenti e delle emozioni.

Il film inizia come un gangster movie particolare, a partire dall’ambientazione: siamo a Datong in una regione del Nordest della Cina, un luogo ai margini della società e ai confini della legge. Qui ha inizio la narrazione dove si racconta della storia d’amore tra Quiao e Bin, un gangster. Jia Zangke non vuole giudicare la coppia né difenderla; piuttosto sceglie di osservarla anche attraverso la ricostruzione di una ritualità e una gestualità tutta quotidiana. In questo modo si rendono percepibili i riti e i miti di quella società, le sue abitudini più radicate e nuovi immaginari provenienti dall’Occidente – si pensi ai Village People – ; ma emerge anche una forte tensione dovuta al conflitto generazionale.

Vi è poi la parte centrale del film, dall’uscita dal carcere di Quiao fino al suo ritorno al paese d’origine, che si presenta come una sorta di road movie e di romanzo di formazione della protagonista. Il viaggio da lei compiuto è infatti anche una crescita, quasi per affastellamento di esperienze, il più delle volte negative, le quali temprano il suo carattere fino a farla tornare nello Shanxi, dove il film era cominciato. La struttura circolare del film accompagna Quiao nel suo lungo percorso e alla fine l’ordine che si presentava all’inizio è completamente rovesciato e la protagonista dà prova di quel coraggio e quella forza che per tutto il film sembravano mancarle.

Per quanto tutti i personaggi siano utili ad arricchire il paesaggio di figure umane e i cambiamenti in atto, l’intera narrazione, forte di rimandi intertestuali tra i film dell’autore, sembra reggersi sulla forza di Zhao Tao, che si adatta e si trasforma contemporaneamente al continuo mutamento della società. Questa sembra una scelta tematica ricorrente, dal momento che Jia Zangke ha sempre portato in scena il violento impatto della contemporaneità sulla Cina.

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