TFFDOC – APOCALISSE

Oggi il mondo intero vive in una costante emergenza: emergenza climatica, lavorativa, sociale, diplomatica ecc. In questo mondo sembra non esserci più spazio per la normalità, ogni notizia appare come una catastrofe; il mondo intero, sembra giocare sul filo di lana, fra il caos, la distruzione, la mera sopravvivenza e l’evoluzione verso un nuovo mondo. A cosa stiamo andando incontro, se non all’Apocalisse? Questa domanda ha sollecitato la creazione della sezione documentaristica del Torino Film Festival, intitolata “Apocalisse”, dove si esamina il termine nelle sue più svariate sfaccettature.

L’apocalisse non è solo quella religiosa, non comporta solo catastrofi enormi contro cui l’uomo potrà poco o niente; ma bisogna immaginarla su più livelli, come gli ingranaggi di un orologio. Il suicidio di una persona, per protesta o per fame, è concatenato ad eventi più grandi e di rilevanza planetaria; il gesto, apparentemente banale e ininfluente, di gettare i rifiuti per strada, fa sì che quegli stessi rifiuti contaminino le falde acquifere e si diffondano negli oceani; ogni emissione di gas tossico che sale verso il cielo verrà restituita sotto forma di pioggia, quella stessa con cui coltiviamo i campi. Dal dolore personale alle ideologie di sterminio, dalla caccia incontrollata agli animali, fino alle catastrofi nucleari, il mondo vive in una costante apocalisse.
Il termine, però, sottende un significato che spesso viene ignorato ed è un significato che lascia intendere, nella scia di distruzione e annullamento, la rinascita di un nuovo mondo. La sezione “Apocalisse”, dunque, vuole ragionare anche su ciò che sarà l’uomo nuovo .
In un percorso visivo che passa attraverso corti e lungometraggi diversi per approccio narrativo e visivo, il Torino Film Festival ha invitato coloro che hanno seguito l’intera sezione sopracitata, a un’immersione talvolta coinvolgente, altre volte respingente, in un ragionamento continuo e perenne su ciò che è accaduto, su ciò che accade e ciò che accadrà.

Locandina del cortometraggio “Vive la baleine”

La distribuzione dei corti e lungometraggi è stata oltremodo oculata, divisa in vari appuntamenti nel corso del Festival. Sono stati aggregati film che ponessero delle sotto-tematiche. Il primo gruppo, comprendente cortometraggi come Vive la baleine (Chris Marker e Mario Ruspoli, 1972) e Les ombres aquatiques (Philippe Cote, 2016), ragionava sul rapporto ancestrale fra l’uomo e l’elemento acquatico – talvolta inteso come sinonimo della natura in toto .
L’acqua è il liquido amniotico da cui nasce la vita. I mari sono la culla di un processo evolutivo che ha portato alla diffusione di innumerevoli specie vegetali e animali. Proprio per questo, la caccia incontrollata e sfrenata alle balene diventa il simbolo di un figlio che uccide la propria madre, incurante delle conseguenze.
«Balene, vi amo!»: la frase ripetuta più volte dalla voce narrante del cortometraggio si trasforma nel grido di chi vuole salvare l’ecosistema del pianeta.
L’uomo cacciatore diventa l’uomo che agogna alla terra perduta di Atlandite nel cortometraggio Atlantis (Ben Russel, 2014) o colui che resta ad ammirare estasiato la danza dei pesci costretti a vivere negli acquari.
L’apocalisse inizia, dunque, dalla natura che si estingue sotto lo sguardo ignavo di molti.

Fotogramma dal film “Der Wille zur Macht”

Il secondo appuntamento vedeva al centro della discussione apocalittica, la filosofia, il pensiero umano. Dal cortometraggio di Mauro Folci del 2017, intitolato Dell’azione negatrice, dov’è protagonista un flusso di pensieri e ragionamenti su ciò che diventerà l’uomo, si passa a Der Wille zur Macht (Pablo Sigg, 2013), dove gli abitanti della Nuova Germania, figli di un’ideologia razzista, sono sull’orlo dell’estinzione.
Pablo Sigg, nonostante la sua avversione verso i documentari, vuole provare a raccontare in immagini e poche didascalie la vita di due fratelli, ultimi testimoni di un tentativo di colonizzazione con motivi idelogici. La Nuova Germania venne fondata sul finire dell’Ottocento da Bernhard Förster, marito di Elisabeth Förster-Nietzsche, sorella del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. L’intento era quello di condurre nel nuovo mondo, precisamente in Uruguay, un gruppo di ariani e fondare una città con abitanti tutti di “razza pura”. Un’ideologia apocalittica che, qualche decennio più tardi, diede vita alla dittatura hitleriana ed all’olocausto degli ebrei. La Nuova Germania oggi testimonia che l’idea di una razza pura è contraria all’evoluzione naturale, caratterizzata da intrecci di popoli diversi e gli scambi culturali. Ciò che troviamo in quelle terre sono due fratelli molto anziani, i quali decisero di isolarsi dal mondo e di vivere nella natura, attendendo, inesorabilmente, la propria dipartita.

Dall’apocalisse naturale, simboleggiata dall’estinzione delle balene, si passa a quella ideologica.Il terzo appuntamento è capeggiato dal mediometraggio 4 Bâtiments, face à la mer e Machine to machine, entrambi del regista Philippe Rouy, il quale mette in scena il dominio della tecnologia su scenari post-apocalittici, sfruttando le rovine della centrale nucleare di Fukushima in Giappone.

Fotogramma dal film “Life = Cinematic imperfection”

Troviamo la conclusione di questo percorso cinematografico sul tema Apocalisse nel lungometraggio Life = Cinematic imperfection (Avo Kaprealian, 2018), di cui, su questo stesso Blog, Marco De Bartolomeo scrive: «Il titolo del film è la chiave per la sua interpretazione. La vita vera, quella crudele, dolorosa, immorale, si nasconde negli angoli bui della rappresentazione cinematografica contemporanea, nel non filmato, nel non ripreso. Se da una parte il mainstream sceglie di guardare solo alcuni aspetti del reale, filtrandoli, rendendoli innocui, dall’altra si assiste alla tendenza universale dei giorni nostri, di filmare tutto, senza alcuna selezione apparente. Come la scelta di filmare in modo integrale un monaco tibetano che si dà fuoco in segno di protesta, oppure le morti dovute ai bombardamenti in Medio Oriente o un papà che piange il cadavere del figlio mentre tutti gli astanti pensano a immortalare il momento con il cellulare, invece di agire. È un voyeurismo estremo. Filmare sembra essere diventato l’unico modo che hanno le persone di questo mondo contemporaneo di affacciarsi alla realtà, di sentirla, percepirla in qualche modo. In questa tendenza, il regista, ravvisa il suo significato di apocalisse». Dall’intervento barbarico e incontrollato sul mondo naturale, si arriva all’incapacità di reagire alla realtà che ci circonda se non tramite la tecnologia.
Così l’apocalisse interviene nel nostro quotidiano: un suono basso e costante che ci accompagna verso qualcosa che è fine e inizio.

 

Un commento su “TFFDOC – APOCALISSE”

  1. recensione molto bella un’analisi accurata dell’iter che ha costituito questa sezione del Torino festival film

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