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Antiporno by Sion Sono

Versione inglese a cura del Master in Traduzione per il Cinema, la Televisione e l’Editoria Multimediale

Article by: Mattia Capone

Translation by: Andreea Catana, Francesca Sala

Excessive, reckless, maverick, unscrupulous. But Sion Sono has also got flaws.

Before talking about  Antiporno, it might be better to explain what watching a movie by this incredible Japanese director really means.
Have you ever heard people saying “Asiatic movies are far too complex, I can’t understand them”? There you go, I’m sure that not even Asians can “understand” Sion. At least not at the first viewing.

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“Antiporno” di Sion Sono

Esagerato, sconsiderato, anticonformista, spregiudicato.  Ma Sion Sono ha anche dei difetti.

Prima di parlarvi di Antiporno forse è meglio che vi spieghi che significa andare a vedere un film di questo incredibile regista giapponese.
Avete presente quando vi dicono “Il cinema orientale è troppo complesso e non riesco a capirlo”? Ecco,sono convinto che non “capiscano” Sion Sono neanche gli orientali. Almeno, non alla prima visione.

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Riaru Onigokko / Tag by Sion Sono

Article by: Luca Richiardi                                                                                                 Translation by: Cristiana Caffiero

Life is surreal.

There are movies with no soul which just try to step towards any directions without a reason. There are movies that are just empty and dreary. Well, this movie is just their opposite. “Tag” is directed by Sion Sono: it violently breaks in and manages to find a sharp conclusion both in a literal and figurative way. It confuses the feelings and perception of its audience but it doesn’t hide the fact that it has lost the sense of perception itself. This film needs to show its total dismay in order to penetrate the subconscious side of its audience and finally break through its conscious one. However, “Tag” is not addressed to an ordinary audience, for the simple reason that the movie is directed by Sion Sono. It’s a typical Japanese film with its peculiar artistic language which could by perceived as unfamiliar by a western audience, or at least by an audience not acquainted with Japanese pop culture.
This kind of audience might fail to notice the potential for social criticism hidden behind an excess of grotesque violence, which may appear then as empty divertissement: what has been defined, in jargon (particularly in the world of anime, manga and videogames enthusiasts) sa fanservice.
What exactly is fanservice? Excessive and pointless violence, schoolgirls in extra short miniskirts which are constantly lifted, eroticism, promiscuity, reification of the woman.
Tagcontains all these elements. It’s thrown onto the screen in a shameless, exaggerated, intentionally provocative way, as if to ask: “Is this what you want?” As the film unravels, laughing at all this becomes a gesture that makes the spectator feel guilty.
This collage made of absurdities, which people may have fun in, is a heaven for “nerd” teenagers and hides a cruel and dreadful hell. It reveals itself step by step, while we follow the young female protagonist Mitsuko in her absurd suffering.
Among all this violence, torture and death, her loss of identity is what mostly harms. It makes her appear to be an empty box or a mannequin identical to many others. She looks as a figure, whose not uniform nature may be compared to that of Jesus and therefore doomed to sacrifice. It is a kind of essential sacrifice, a spontaneous gesture which gets away from this torture pattern felt as a function of a sadistic pleasure. And it takes place exactly in front of a parody which blames and despises these masses of obsessive fans.
What is such a heroic sacrifice aimed at? It is understood, its aim matches the film’s one: a sabotage internal to the system so that it can penetrate deeper and, hopefully, it can be able to reach and consequently wake up consciences, in order to take them away from this grotesque circle of hell.

 

“Real oni gokko” (“Tag-Tag”) di Sion Sono

Life is surreal.

Ci sono film che faticano a trovare un’anima e arrancano in mille direzioni; film che combinano il vuoto del proprio senso al tedio della visione stessa. Ecco, questo film è l’esatto opposto di tutto ciò.

Tag-Tag di Sion Sono è un film che irrompe violento in ogni direzione per poi riuscire (letteralmente e figurativamente) a tirare le fila del proprio discorso nella conclusione; un film che disorienta la percezione, ma non per celare la sua ricerca disperata di un senso smarrito, anzi. Il senso del film ha bisogno di un disorientamento totale per poter emergere nella coscienza dello spettatore. Ma sicuramente non di uno spettatore qualsiasi, perchè Tag-Tag è pur sempre un film di Sion Sono, nonché un film profondamente giapponese, che parla di e alla propria cultura e nazione, e che risulterà criptico ad uno spettatore occidentale che si trovi a digiuno di pop culture nipponica. Per questo tipo di spettatore il rischio è quello di non saper interpretare il potenziale di critica sociale nascosta dietro eccessi di violenza grottesca che possono quindi risultare divertissement fini a sé stessi: ovverosia all’incirca quello che è definito in maniera gergale (soprattutto negli ambienti di cultori manga, anime e videogames) come fanservice.

Cos’è il fanservice? Violenza eccessiva e gratuita, studentesse con gonne supercorte e che per giunta si sollevano continuamente, erotismo, promiscuità,  reificazione della donna. Tutto ciò è presente in Tag-Tag. E’ buttato sullo schermo in modo sfrontato, esagerato, volutamente provocatorio. Come a chiederci: “è questo che volete?” Più il film avanza e più il gesto di ridere divertiti davanti a tutto ciò diventa un gesto colpevole. Questo carrozzone di assurdità che tanto può divertire, questo paradiso per adolescenti nerd, nasconde un inferno crudele, agghiacciante, che si rivela di minuto in minuto, mentre seguiamo Mitsuko, la giovane protagonista, nel suo calvario assurdo.

Fra tutta questa violenza e morte, ciò che più ferisce è la perdita di identità della protagonista che la rende un recipiente vuoto, un manichino uguale a tanti, una figura cristica, e, pertanto, destinata al sacrificio. Un sacrificio necessario, un gesto spontaneo che sfugge a questa logica di tortura in funzione di un godimento sadico, compiuto all’interno di una parodia che accusa proprio le masse di fans ossessivi.

Un sacrificio eroico, ma a quale scopo? E’ chiaramente il medesimo scopo che ha il film: compiere un sabotaggio interno al sistema, che possa quindi penetrare a fondo e, si spera, risvegliare qualche coscienza per sottrarla a questo grottesco girone infernale.

“Shinjuku Suwan” (“Shinjuku Swan”) di Sion Sono

Nell’universo manga ed anime vi sono molti generi.

Lo shonen, ovverosia il genere d’azione e combattimento dedicato ad un pubblico di adolescenti e giovani adulti, è sicuramente tra i più popolari, nonché probabilmente il più noto al di fuori del Giappone. DragonBall, One Piece, Naruto, sono alcune fra le serie più famose nel genere, viste da milioni di ragazzi in Italia come in tutto il mondo; sono opere profondamente legate a cliché (le cui radici talvolta affondano nella mitologia orientale), percorse da personaggi caratteristici e sorrette da strutture narrative spesso prevedibili nel loro sviluppo.

Shinjuku Swan è l’adattamento di uno di questi manga shonen, girato da Sion Sono nel suo impegnatissimo 2015 (ben cinque film in uscita). Ed è un adattamento che non stravolge queste strutture e cliché, ma li adegua ai tempi cinematografici e alle necessità legate al trasferimento dell’azione tipica di fumetti e di film d’animazione in un film live-action. L’obiettivo di Sion Sono è evidentemente quello di soddisfare tanto il pubblico affezionato all’opera originale quanto i neofiti o coloro che sono interessati solamente al film in sé. L’operazione è delicata, ma la mano del regista è sapiente e rispettosa, e l’operazione si può considerare un successo.

Nel protagonista Tatsuhiko ritroviamo, secondo uno dei cliché più noti del genere, un personaggio già visto mille volte: un bonaccione, uno scapestrato dal cuore d’oro violento con i prepotenti, gentile con i deboli. Insomma un Goku, un Luffy o un Naruto, per ricollegarci ai manga più noti. La novità sta nel microcosmo in cui questo personaggio è calato, che è tutt’altro che mitico e fantastico: si tratta del quartiere di Tokyo dei locali a luci rosse e del gioco d’azzardo Shinjuku, dove l’eroe è un ragazzo di strada senza un mestiere che viene casualmente reclutato da una agenzia di scouting per prostitute.

Ma in realtà anche questo microcosmo non si sottrae alle regole caratteristiche del genere: i pestaggi frequentissimi lasciano ben poche tracce sull’eroe e sui suoi amici, un po’ gangsters papponi e un po’ monaci zen indifferenti al dolore (persino una palla da bowling in faccia guarisce con un paio di cerotti). Personaggi larger than life sono inseriti in strutture gerarchiche ben definite che ci danno immediatamente un’idea delle loro capacità e restituiscono una narrazione semplice da interpretare, immediatamente soddisfacente soprattutto per un giovane spettatore.

I meccanismi della storia sono, quindi, quelli noti, ben oliati e perfettamente funzionanti, e per chi li conosce ed apprezza la soddisfazione sta nel vederli girare con estrema precisione e sicurezza, lasciandoci totalmente liberi di apprezzare la bellezza nascosta in ogni dettaglio: nelle coreografie dei combattimenti, nei costumi, nella scenografia, nei dialoghi misuratamente esagerati, nelle gag da puro slapstick.

Da lodare, infine, l’estrema parsimonia nell’uso di CGI (Computer-Generated Imagery), uno strumento spesso abusato nel genere dei cinecomics, a discapito del realismo e della sensazione di solidità dei corpi; in Shinjuku Swan ogni corpo è palpabile, ogni pugno è percepibile, ogni gemito di sofferenza dei personaggi viene rispettato e valorizzato, per la soddisfazione ed il divertimento dello spettatore.

 

“Tokyo Tribe” di Sion Sono

“E lasciatemi divertire!” avrebbe detto Aldo Palazzeschi. La stessa cosa direbbe Sion Sono quando, una delle sue “ultime” fatiche (la sua prolificità è di almeno due, tre film l’anno) viene accolta nei festival internazionali in maniera bipolare: da una parte applausi e passione degli ammiratori; dall’altra la fredda perplessità (se non proprio disgusto) dei suoi detrattori.

Il film in questione è Tokyo Tribe, una Grand opéra rap nipponica che mescola suggestioni tratte dal manga di Inoue Santa, da Walter Hill, dal primo Takashi Miike, dai videogames, da John Woo, dal cinema di arti marziali che fu masticato e sputato nel gusto citazionistico tarantiniano.

Assistiamo alla delirante guerra scatenata da Lord Buppa, capo dei capi delle bande criminali di Tokyo, asserragliate in ghetti-fortezze e in perenne lotta fra di loro. Con un pretesto futile, Buppa decide di provocare una personale Notte dei cristalli assoldando le Felpe Nere della Wusa e due misteriosi mercenari. Per fermarlo le altre bande decidono di appianare i conflitti che le hanno sempre separate e dare il via a una battaglia finale.

 Coloro i quali amano il cinema di Sion Sono si trovano in una posizione difficile. Da una parte ci si abbandona alla visione di geniali trovate registiche (una su tutte l’incipit: un lunghissimo piano sequenza che segue il narratore, si sofferma su personaggi di varia umanità e mostra l’ambiente partendo da due ragazzini che giocano con dei petardi), dall’altra si rimane perplessi davanti all’eccessiva lunghezza di un musical folle dove lunghi piani sequenza accompagnano canzoni che hanno tutte lo stesso ritmo, lo stesso uso eccessivo dei bassi, le stesse rime martellanti come colpi di cannone sulle tempie. Inoltre gli interpreti paiono completamente incapaci di dare un senso e un pathos ai loro personaggi superando il limite della caricatura.

 Non bisogna però dimenticare che, comunque, si tratta di un cine-fumetto alla giapponese (manga vuol dire appunto questo) e in Giappone è consuetudine lasciare i personaggi dei film ispirati ai manga su un piano assolutamente inverosimile. Le emozioni sono parodie di reali emozioni, tutto è eccessivo, esagerato, grottesco, delirante, barocco, caleidoscopico. È da questa parte che sta il lato migliore del film, soprattutto se a maneggiare questa dinamite c’è un regista che ha fatto dell’eccesso, della violenza, dell’ironia disarmante e grottesca il suo marchio di fabbrica: non si possono dimenticare il sanguinario pamphlet Suicide Club, la sofferenza esistenziale di Guilty of Romance,  i deliri di Strange Circus.

Tutto è luccicante, i colori accesi, la macchina da presa compie novimenti vertiginosi nei budelli più sporchi e degradati di Tokyo dove il sesso è esibito e i gangsters sono folli, violenti e sadici. Lo sguardo dell’autore si muove in modo sinuoso come un serpente che entra nella tana del coniglio per a morderlo, stordirlo, avvolgerlo nelle sue spire, fagocitarlo e vomitarne i resti.  Di certo il musical “alla” Sion Sono può piacere o non piacere, ma certamente riesce a sopraffare lo spettatore più accanito che non riuscirà a dimenticarlo. La preda è stata fagocitata. Sion Sono non si dimentica, e lui basta questo: “…e lasciatemi divertire!!!”