Tutti gli articoli di Alessandro Pomati

“QUI RIDO IO” DI MARIO MARTONE

Nel 1904, Gabriele D’Annunzio mette in scena La figlia di Iorio. C’è grande attesa e sui giornali non si parla d’altro. Eppure, a una delle rappresentazioni svoltesi a Roma, c’è uno spettatore che, nel clima di grande tensione nella sala, riesce a stento a trattenere le risate. Questo individuo non si trova nelle file della platea, ma in alto, nei palchi, tra le autorità: il suo nome è Eduardo Scarpetta (Toni Servillo), il “re” della commedia napoletana di quegli anni, che in quel momento sta portando a Roma il suo Miseria e nobiltà. Ma l’idea di realizzare un parodia della tragedia di D’Annunzio diventa per lui irresistibile. Il “re” chiede così udienza al “vate”, che gli dà il suo benestare per realizzare l’opera, che si intitolerà Il figlio di Iorio. Tuttavia, le cose non vanno come previsto e Scarpetta, privo di un qualsiasi documento che attesti l’approvazione di D’Annunzio, si ritroverà sotto processo per plagio.

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“THE CARD COUNTER” DI PAUL SCHRADER

Una figura si aggira per i casinò d’America: una figura spesso vestita di nero o di grigio, un autentico pugno in un occhio se messa a contatto con le luci sgargianti delle slot machines; una figura dallo sguardo tagliente, profondo e impenetrabile; una figura che, soprattutto, vince sempre al tavolo del Black Jack, non somme grosse, ma comunque discrete; un uomo (Oscar Isaac) che si fa chiamare William Tell, un nome troppo “grosso” rispetto al suo modo di fare geometrico e schivo. E che tuttavia ha attirato degli sguardi su di lui: quello di una “agente” di giocatori d’azzardo (Tiffany Haddish), che lo vorrebbe nella sua scuderia; e quello di un ragazzo, Cirk (Tye Sheridan), che vorrebbe assoldarlo per una missione che affonda le mani proprio nel suo passato, un passato che William farebbe di tutto pur di sotterrare.

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“MONDOCANE” DI ALESSANDRO CELLI

All’ombra dell’acciaieria di Taranto, in un futuro non meglio precisato, avvolta in una nube gialla abbacinante è sorta una piccola megalopoli, una favela. A nessuno che non sia autorizzato è permesso entrarci, ma i suoi abitanti, radunatisi in veri e propri clan, sono soliti compiere delle sortite all’esterno con intenti non particolarmente leciti, e si spartiscono il territorio al di qua del muro che separa la favela dal resto del mondo . Ma non tutti riescono a integrarsi nei clan di questa colonia, si accede solo su invito: è il caso di Pietro (Dennis Protopapa) e Cristian (Giuliano Soprano), due giovani al servizio di un burbero pescatore, che agognano un posto in una delle bande. Nel loro tentativo di emergere nel mondo della favela, incroceranno la loro strada con quella di una ragazzina proveniente dal mondo esterno e impiegata nell’acciaieria (Ludovica Nasti), e con quella di una tenace poliziotta determinata a porre fine alle scorribande dei clan (Barbara Ronchi), in particolare di quello delle “Formiche”, capitanato dal temibile “Testacalda” (Alessandro Borghi), a cui i due giovani finiranno con l’affiliarsi.

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“LIMIAR” DI CORACI RUIZ, LUIZA FAGA’

Brasile, 2016. La documentarista Coraci Ruiz riprende i concitati momenti seguiti alla destituzione della presidente Dilma Rouseff e al successivo insediamento del suo vice Michel Temer, vissuto dal popolo brasiliano come un vero e proprio golpe, contro il quale si organizzano diverse manifestazioni di piazza. Negli stessi turbolenti giorni, la figlia di Ruiz, Violeta, comunica alla madre la sua volontà di cambiare sesso.

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“A PRIMEIRA MORTE DE JOANA” DI CRISTIANE OLIVEIRA

Brasile, 2007. All’indomani della morte della sua amata prozia Rosa, la giovane Joana, discendente di seconda generazione di una famiglia di immigrati tedeschi, comincia a indagare sul suo passato. In particolare, un aspetto la turba particolarmente: come mai la donna non si è mai voluta sposare? E perché i suoi genitori e i suoi parenti, parlando di lei, si esprimono con parole evasive e superficiali? Aiutata dall’amica e coetanea Carolina, Joana comincerà a scoprire verità inaspettate sulla sua famiglia. Ma anche su sé stessa e sul rapporto con la sua compagna di investigazioni.

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“THE DISCIPLE” DI CHAITANYA TAMHANE

Mumbai, 2006. Sharad (Aditya Modak), giovane aspirante performer di gaar (canti popolari indiani di argomento sacro), cerca di emergere nel mondo della musica seguendo le orme del padre, un musicista che non è mai riuscito a “sfondare” ma che sin da piccolo lo ha instradato alla cultura musicale locale, e del suo guru, un tempo una celebrità dell’ambiente ma ormai sul viale del tramonto. Il cammino di Sharad è tuttavia ostacolato da vari fattori esterni (concorsi canori che non vanno mai come dovrebbero, scarsi apprezzamenti del pubblico in rete) che lo portano a dubitare delle sue capacità e dello stesso ruolo degli inni sacri in un Paese sempre più orientato verso la modernità. Tuttavia, nel corso degli anni, tra alti e bassi, capirà presto quale sia il suo posto nel variegato mondo della musica.

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“DICK JOHNSON IS DEAD” DI KIRSTEN JOHNSON

2017. C. Richard “Dick” Johnson, stimato psichiatra, è costretto ad abbandonare la propria attività a causa dei primi sintomi dell’Alzheimer e a trasferirsi dalla sua casa di Seattle nell’appartamento newyorchese di sua figlia, Kirsten Johnson, celebrata documentarista dalla carriera ormai trentennale. La convivenza significa confrontarsi con le inevitabili conseguenze della malattia, e il padre decide di assecondare la figlia in un progetto solo in apparenza macabro: utilizzare le risorse del cinema per inscenare la propria dipartita, non una, ma molte volte, nelle modalità più variegate, in modo da rendere quel momento più sopportabile quando si presenterà.

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“SOUL” DI PETE DOCTER, KEMP POWERS

New York. Joe Gardner è un insoddisfatto professore liceale di musica che coltiva il sogno di suonare il pianoforte in un complesso jazz. L’occasione di realizzarlo gli si presenta quando uno dei suoi ex studenti gli propone di sostituire il pianista del quartetto in cui suona come batterista, uno dei più famosi della scena newyorchese. Eccitato, Joe accetta la proposta, e grazie a un provino particolarmente efficace riesce a ottenere un ingaggio per quella sera stessa.

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“ZAHO ZAY” DI MAÉVA RANAÏVOJAONA E GEORG TILLER

Madagascar, terzo millennio. In una prigione dove i detenuti vivono ammassati l’uno sull’altro e hanno diritto a un’ora d’aria quotidiana in un cortile le cui condizioni di decoro sono al limite, lavora una guardia carceraria, una donna ossessionata dal ricordo del padre omicida, mai catturato e mai processato per i suoi delitti. Nel momento in cui uno dei nuovi detenuti del carcere afferma di averlo conosciuto, l’ossessione della ragazza si fa sempre più pressante.

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“A RIFLE AND A BAG” DI CRISTINA HANES, ISABELLA RINALDI, ARYA ROTHE

Nella jungla indiana, a partire dagli anni Sessanta, opera il gruppo maoista militante dei naxaliti, preposto alla tutela (anche violenta) delle minoranze tribali del sub-continente. Dalla loro fondazione, questi gruppi armati hanno rivestito il ruolo di “nemico pubblico n.1” per la sicurezza interna del Paese.

Per i ribelli che si fossero arresi sono però sempre state garantite la totale amnistia e la protezione dalle ritorsioni dagli ex compagni di militanza, all’interno di comunità ben salvaguardate. Ed è su una di queste realtà di “rifugiati” che si concentra A Rifle and a Bag, opera prima del collettivo “NoCut Film”, formato da Cristina Haneş, Isabella Rinaldi e Arya Rothe.

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“MOVING ON” DI YOON DAN-BI

“Bramo quel luogo lontano, dove vivono i miei cari”: su questi versi di una canzone si apre “Moving On”, opera prima di Yoon Dan-bi, premiata con ben 4 premi all’ultima edizione del festival di Busan. Versi che sembrano indicare un ritorno, per chi li ha scritti, alle proprie origini, al proprio nucleo di partenza.

Ed è proprio questo che accade ai due protagonisti, fratello e sorella, del film di Yoon quando, abbandonata la casa del padre divorziato, un modesto venditore ambulante di imitazioni di scarpe di marca, si trasferiscono nella casa del nonno paterno, un anziano sofferente e spesso costretto al ricovero in ospedale.

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TORINO JOB FILM DAYS

Nell’ambito delle celebrazioni di “Torino città del cinema 2020”, dal 21 al 23 settembre, presso il cinema Massimo, si è svolta la prima edizione dei “Torino Job Film Days”, festival dedicato ai diritti dei lavoratori, ma non solo.

Nato in occasione del settantesimo anniversario dello Statuto dei Lavoratori, il festival, diretto dalla dottoressa Annalisa Lantermo, medico del lavoro e dirigente della ASL di Torino, si è configurato infatti sia come un vero e proprio concorso aperto a cortometraggi documentari o di fiction dedicati, in varia forma, alla tematica, sia come un momento di riflessione sulla rappresentazione del lavoro nel cinema e sulla professioni fel cinema, in particolare nella tribolata fase post-pandemia di COVID-19.

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“LE SORELLE MACALUSO” DI EMMA DANTE

Nella periferia di Palermo, in una grande casa avvolta in una perenne penombra, vivono da sole cinque sorelle, ognuna di loro diversa dalle altre quattro, sia per età sia per indole: chi ha sempre il naso dentro un libro; chi pensa solo a farsi bella; chi ha la passione per il cibo; chi sogna di diventare una ballerina; e chi, ancora, non ha una personalità ben definita, e guarda alle sorelle maggiori per capire chi vuole essere.

L’unico mezzo di sostentamento delle ragazze è l’allevamento e l’addestramento di colombe per i grandi eventi mondani. E quando non si occupano di questo compito a tratti snervante, le cinque sorelle vanno al mare, per ballare e per sconfiggere la canicola facendo un tuffo nell’azzurro male siciliano. Ma è proprio in questo luogo deputato al loro svago che si abbatterà la disgrazia che cambierà per sempre le loro vite.

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“MATTHIAS E MAXIME” DI XAVIER DOLAN

Lui si chiama Matthias (Gabriel D’Almeida Freitas): 26 anni, promessa di un prestigioso studio legale canadese, irsuto, concreto. Lui si chiama Maxime (Xavier Dolan): 26 anni, barista, ipersensibile, una voglia rosso acceso sulla guancia destra, in procinto di lasciare il Canada per trasferirsi in Australia. I due sono amici sin dall’infanzia e nel corso degli anni hanno sviluppato un rapporto di fratellanza più di sangue che spirituale, onesto e scevro da qualsiasi imbarazzo.

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“BOMBSHELL” DI JAY ROACH

Us and Them, titolava una canzone dei Pink Floyd. Letteralmente, “Noi e loro”. Si parla molto di questo rapporto “pronominale” in Bombshell di Jay Roach, un rapporto da intendersi in chiave prettamente temporale: i “noi” siamo gli spettatori del 2020, ma chi sono i “loro” rappresentati sullo schermo?

Siamo nell’America del 2015, nel pieno delle primarie del Partito Repubblicano, quelle che avrebbero incoronato Donald Trump come candidato alla Presidenza. Tanti sono gli americani che stanno seguendo l’evento, ma uno di loro vi si sta dedicando più degli altri: il suo nome è Roger Ailes (John Litgow), amministratore delegato di Fox News, canale che egli gestisce con piglio da Grande Fratello orwelliano secondo il mantra: “Un network è come una nave: se molli un attimo la presa sul timone, questa vira a sinistra”.

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“ATLANTIQUE” DI MATI DIOP

“Il mare è amaro”, sentenziava uno dei personaggi de La terra trema di Luchino Visconti. E pare essere questo il leitmotiv che scandisce Atlantique, lungometraggio d’esordio dell’attrice francese Mati Diop, premiato allo scorso Festival di Cannes con il Gran Premio della Giuria.

L’azione si svolge a Dakar, capitale del Senegal: una torre dalle linee architettoniche ultramoderne svetta alta e ingombrante sulla città, avvolta nella nebbia dell’Oceano Atlantico. Alla base dell’edificio, un gruppo di operai lavora al complesso abitativo che dovrà sorgere attorno a esso. Uno di questi, Souleiman, ha una relazione clandestina con Ada, promessa sposa a Omar, l’imprenditore che ha dato vita al progetto della torre.

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“VOLEVO NASCONDERMI” DI GIORGIO DIRITTI

Nell’Italia del primo dopoguerra, uno spettro si aggira per le campagne emiliane: vive in cascine abbandonate dove soffre il freddo e la fame; schiva la presenza umana in ogni sua forma; elabora composizioni pittoriche dal carattere primitivo, servendosi soltanto degli strumenti che la natura gli mette a disposizione. Questo spettro ha un’età e un nome: Antonio Ligabue, 20 anni, nato e cresciuto in Svizzera e in seguito estradato in Italia.

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“MEMORIES OF MURDER” DI BONG JOON-HO

Corea del Sud, fine anni Ottanta. In una cittadina di provincia cominciano a essere rinvenuti cadaveri di giovani donne brutalmente assassinate, soffocate attraverso l’uso inconsulto dei loro stessi indumenti intimi. La polizia locale indaga, ma la scarsità di competenze e di adeguati strumenti d’indagine, unitamente alla mancata collaborazione della comunità locale, mette l’intero dipartimento in crisi.

A fare maggiormente le spese di questa crisi è il detective Park Du-man (Song Kang-ho), poliziotto dai sentimenti nobili ma dai modi bruschi, un po’ antropologo, un po’ chiromante, che si improvvisa anche membro della Scientifica, medico legale e aguzzino durante gli interrogatori.

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“RICHARD JEWELL” DI CLINT EASTWOOD

Atlanta, 1996. Durante un concerto legato alle Olimpiadi appena iniziate, viene rinvenuto, a pochi passi dagli spettatori, uno zaino contenente un ordigno esplosivo. I servizi di sicurezza si adoperano immediatamente affinché gli artificieri possano disinnescare la bomba, che però scoppia prima del loro arrivo, riversando una pioggia di chiodi che solo per miracolo non si abbatte sulla folla.

Quello che avrebbe potuto trasformarsi in un massacro, grazie alla solerzia dei servizi di sicurezza si è tramutato in una tragedia dalle perdite limitate. Ma nulla sarebbe stato possibile se Richard Jewell, uno dei responsabili della vigilanza dell’evento, non avesse denunciato la presenza della bomba in tempo utile. Eppure, quest’uomo sovrappeso, che vive ancora con la madre, passa in poco tempo dall’essere un eroe nazionale a diventare il principale sospettato dell’FBI nell’inchiesta sull’attentato.

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