Tutti gli articoli di Noemi Castelvetro

“FRANCES FERGUSON” DI BOB BYINGTON

North Platte, Nebraska, cittadina di 8.000 residenti in cui “tutti conoscono tutti e chiunque conosce chiunque”. Una giovane donna, Frances Ferguson (Kaley Wheless), supplente di inglese infelicemente sposata con un uomo ossessionato dal porno e con una figlia di nome Perfait (sì, “Perfetta”), viene arrestata dopo essere andata a letto con uno studente minorenne. Ma la macchina da presa decide di non colpevolizzarla per questo. Basta già la comunità in cui vive a farlo.

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“RAF” DI HARRY CEPKA

Il giovane regista Harry Cepka, al TFF37 con il suo lungometraggio di debutto, esplora le dinamiche di potere nei rapporti interpersonali. “Un film costato 5 anni di sudore, lacrime e sangue”: così Cepka introduce l’opera, resa possibile dalla ormai già consolidata collaborazione con l’attrice Grace Glowicki (di cui ha prodotto Tito, 2019), interprete della protagonista Raf.

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“GREENER GRASS” DI JOCELYN DEBOER E DAWN LUEBBE

Jill (Jocelyn DeBoer) e Lisa (Dawn Luebbe), madri frenetiche, casalinghe mantenute e migliori nemiche, vivono in una piccola città residenziale maniacalmente organizzata, dai nauseanti colori pastello, dove la gente va in giro in golf cart. Jill ha uno strano bisogno di compiacere le persone, a tal punto da offrire impulsivamente il proprio neonato a Lisa, che lo accetta: questo episodio, considerato come perfettamente normale da tutti coloro che vorticano attorno alla vita delle due donne, apre la strada a eventi sempre più surreali, in cui è possibile riconoscere, attraverso un occhio più analitico, alti contenuti simbolici.

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“NE CROYEZ SURTOUT PAS QUE JE HURLE” DI FRANK BEAUVAIS – “SIX PORTRAITS OF PAIN” DI TERESA VILLAVERDE

Un flusso continuo di immagini in movimento scandito da un monologo diaristico in voce fuori campo: Ne croyez surtout pas que je hurle, in italiano “Non pensare che io stia urlando”, aderisce alla tendenza cinematografica delle opere “parlate”, in cui i registi-scrittori controbilanciano l’onnipotenza delle immagini con il significato delle parole. Alternando la narrazione di vicende intime e digressioni, il regista stesso confida allo spettatore la personale successione di eventi e di pensieri che, dall’aprile all’ottobre 2016, lo hanno condotto allo sviluppo di una “dipendenza cinematografica” quasi autodistruttiva: in questo breve periodo di tempo egli ha infatti visionato quasi 400 film. Opere cui Beauvais rende un sentito omaggio utilizzandone i frammenti come unica componente visiva del suo film .

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