Archivi categoria: Altri Festival

“Odd family – zombie for sale” di Lee Min-jae

Il cinema coreano sta vivendo un momento particolarmente felice, culminato con la Palma d’oro a Parasite di Bong Joon-Ho; gli zombie sono sempre più popolari negli horror televisivi e cinematografici, invadendo il mercato con svariate produzioni ogni anno. Lee Min-jae, al suo primo lungometraggio, si dimostra subito un autore consapevole dell’ambiente in cui si muove, riuscendo a cavalcare le tendenze con il suo zombie movie. The Odd Family – Zombie for Sale,  è un film ricco di richiami e citazioni ad altre opere dedicate ai non-morti, sia nazionali, come Train to Busan di YeonSang-ho, sia internazionali, come Fido o Zombieland.

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“KUWARESMA – THE ENTITY” di Erik Matti

Luis sta camminando lungo i corridoi del college in cui studia, quando trova davanti a sé la sorella che gli intima di tornare a casa e di non lasciarla mai più sola. Pochi istanti dopo viene chiamato al telefono dal padre, che gli comunica la notizia della morte della ragazza. Continua la lettura di “KUWARESMA – THE ENTITY” di Erik Matti

“the furies” di tony d’aquino

Le Furie che ispirano il titolo di questo film sono, nella mitologia, divinità che puniscono chi viola l’ordine morale e vendicano i delitti di sangue.
A partire da questo richiamo, Tony D’Aquino ha costruito un perverso gioco di oppressione e vendetta, che prende forma davanti agli occhi dello spettatore attraverso continui contrasti visivi e uditivi.

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“all the gods in the sky” di Quarxx

Anteprima italiana per il ToHorror film festival, All The Gods in The Sky (Tous les dieux du ciel) è il quarto lungometraggio di Quarxx: una storia oscura in cui il senso di colpa soffoca l’amore, che sarebbe riduttivo ascrivere al filone della New France Extremity. Benché lo scopo del regista sia quello di scioccare lo spettatore con immagini violente e scabrose, Quarxx riesce nell’intento di fondere più generi: dramma famigliare, fantascienza e body modification si mescolano in un’opera che rifugge da etichette troppo semplicistiche.

Simon (Jean Luc-Cochard) è un umile operaio della campagna francese che soffre di crisi psicotiche. La sua vita si alterna tra l’alienante lavoro in fabbrica e le cure prestate alla sorella Estelle (l’incredibile modella Melanie Gaydos), affetta da una forte disabilità motoria in seguito a un incidente di gioco di cui lo stesso Simon sembra attribuirsi la colpa. La salvezza per i due fratelli, intrappolati nelle rispettive prigioni corporee, sembra arrivare da entità spaziali con cui entrano in contatto.

L’ispirazione per il regista è la vera storia di un uomo che, non volendosi separare dalla sorella, ha dormito accanto al suo corpo per tre settimane: è chiaro quindi come l’amore fraterno sia il fulcro e la chiave di lettura di tutta l’opera. L’horror diventa lo strumento attraverso cui Quarxx indaga questo rapporto, lasciando lo spettatore disorientato, a cavallo tra realtà e allucinazione in un mondo ricco di misteri e segreti.

Proprio la creazione di questo mondo è l’elemento più interessante del film. La capacità di gestione dei personaggi secondari all’interno della storia è ciò che distingue Tous les dieux du ciel dagli altri film del genere. Personaggi generalmente trattati con superficialità sono qui presentati con estrema attenzione e inusuale profondità, al punto che molti di loro sono introdotti da lunghe sequenze di cui sono protagonisti, e in cui vengono presentate le loro misteriose vicende personali. Storie slegate dall’intreccio principale, nate dall’amore che il regista prova nei confronti di tutti i suoi personaggi. Nessuna di queste scene rallenta il ritmo del racconto ma, anzi, incuriosisce lo spettatore, donando spessore al mondo immaginario del regista; usciti dalla sala vi troverete riflettere sulla natura del rapporto tra Simon ed Estelle, ma anche a immaginare quanti film si nascondono tra le pieghe di tutte le side stories.

“IT COMES” DI TETSUYA NAKASHIMA

Tremate, tremate, il ToHorror Film Festival è tornato con la sua diciannovesima edizione e un film d’apertura firmato da Tetsuya Nakashima, intitolato It Comes, in concorso nella categoria lungometraggi. It Comes è un japanese horror che racconta di un viaggio infernale tra le menzogne di un padre e i segreti tormentati di una madre, entrambi manipolati da una presenza che credevano amica, impegnati nella lotta contro una sinistra e infernale presenza che vuole prendere possesso della loro figlioletta di due anni, la piccola Chisa.

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“o beijo no asfalto” di murilo benicio

Un uomo sta morendo a San Paolo. È stato investito da un autobus e visione della gente accorsa è molto intensa. Un bacio sull’asfalto. Delicato, innocente, definitivo.

Ad esaudire quest’ultimo desiderio è Arandir, impiegato di banca e fedele marito. Sulla scena ci sono un giornalista scandalistico che intrattiene frequentazioni con la polizia e il suocero di Arandir.

La macchina del fango può partire.

Alla sua seconda esperienza da regista, Murilo Benìcio, noto in Brasile per alcuni ruoli in importanti telenovelas, dirige un’opera seconda di convincente e quasi inaspettata maturità, tratta dall’omonimo dramma di Nelson Rodrigues. Si tratta della terza trasposizione cinematografica del lavoro del drammaturgo pernambucano, che questa volta diventa una meta-narrazione che interseca teatro e cinema. Lunghe sequenze del cast che lavorano alla lettura del testo si alternano alle scene dell’universo diegetico, poi ancora macchina e operatori in campo e di nuovo quadri della totalità degli interpreti che provano lo spettacolo tra errori e risate. I limiti delle scene, come quelli dell’emotività dei protagonisti sono aleatori ed inconsistenti.

E Benìcio indaga il tutto con fare da reporter, con un bianco e nero giornalistico tra le vite dei suoi attori e le tragiche vicende dei “suoi” protagonisti.

L’opera è profondamente moderna e con forti assonanze con i drammi di Tennessee Williams: passioni intense e convulse guidano protagonisti insicuri e deboli che confezionano una colpa per giustificare le loro mancanze, mistificare la realtà e avvelenarla.

Così, anche un gesto leggero come quello di Arandir si trasforma in un becero scandalo del quale si nutrono le due figure tematiche fondamentali della condizione umana. Quella esterna, dell’istituzione, della polizia che è violenta, quasi malvagia, autoritaria nel controllo dell’opinione pubblica; e quella intima della famiglia che perde il suo statuto di focolare sicuro per diventare un luogo spaventoso dal quale fuggire.

Arandir è l’uomo moderno che rimane solo, abbandonato da chi dovrebbe aver cura di lui, per via di pregiudizi, in particolare quelli della società brasiliana che Benìcio racconta nella sua complessità e grande contraddittorietà.

CONCORTO FILM FESTIVAL 2019

Alternativa di pregio per contrastare la nostalgia di fine vacanze, Concorto Film Festival macina edizioni – dal 17 al 24 agosto si è svolta la diciottesima – e riscuote consenso di pubblico e critica con il suo programma interamente dedicato a valorizzare la forma cinematografica del cortometraggio. I dati confermano la bontà di questa operazione: 49 film in concorso, tra cui ben 13 prime italiane, provenienti da 30 paesi diversi, per un Festival votato all’internazionalità, la stessa piacevolmente avvertita durante le giornate. Le opere sono proiettate en plein air nella suggestiva cornice di Parco Raggio a Pontenure – una manciata di chilometri da Piacenza- che, con un arredamento misurato e ospitale, si colora di sfumature uniche.

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“The truth about killer robots” di di Maxim Pozdorovkin

Non bisogna farsi trarre in inganno dal titolo del documentario di Maxim Pozdorovkin The Truth About Killer Robots: non ci troviamo davanti a un lavoro di science fiction in cui le macchine si ribellano e uccidono gli umani, e quella a cui assistiamo è un’invasione graduale e più subdola. Il regista utilizza il pretesto dell’indagine sulla morte delle prime vittime di intelligenze artificiali per mostrarci come la tecnologia stia evolvendo, trasformando totalmente il nostro modo di fruire di determinati beni e servizi.

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“Take Light” di Shasha Nakahai

Tra i grandi paradossi che segnano il continente africano vi è quello dell’inaccessibilità ai servizi basilari nonostante la grande disponibilità di risorse prime. È questo il caso della Nigeria che, nonostante possieda la più grande riserva di gas naturale in Africa e sia il maggior produttore di energia elettrica, può garantire accesso alla linea elettrica a meno del 50% della sua popolazione, e anche questo 50% ne può disporre per limitate fasce orarie, spesso interrotte da improvvisi blackout e malfunzionamenti.

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UBIQUiTY di Bregtje van der Haak

Tutti parlano dei benefici che le innovazioni tecnologiche portano alla società, molti ne discutono gli effetti alienanti, pochi si soffermano sui danni che provocano alla salute dell’uomo. È proprio quest’ultimo punto che si concentra Ubiquity, documentario che la regista olandese Bregtje van der Haak ha presentato alla ventiduesima edizione di Cinemambiente, pregando gli spettatori in sala di spegnere i telefoni cellulari prima dell’inizio della proiezione.

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FESTIVAL DI CANNES 2019

Si è chiusa sabato 25 maggio la 72esima edizione del Festival di Cannes, in cui l’Asia ha trionfato per il secondo anno consecutivo. Dopo la vittoria nella passata edizione del giapponese Kore’eda, la Palma d’Oro è stata infatti assegnata al regista sud-coreano Bong Joon-ho, che con Parasite conferma la sua abilità nel reinterpretare il cinema di genere.

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FLORENCE KOREA FILM FESTIVAL

Report di ARIANNA VIETINA

Si è svolto a Firenze dal 21 al 29 marzo il Florence Korea Film Fest, punto di riferimento per gli appassionati del cinema coreano in Italia. Questa manifestazione punta i riflettori su una cinematografia sempre più studiata e apprezzata in Occidente, grazie soprattutto all’ultima New Wave. Autori come Park Chan-wook, Kim Ki-Duk, Hong Sang-soo e Bong Joon-ho hanno reso il cinema coreano diffuso e popolare in tutto il mondo, grazie all’attenzione loro riservata dai festival internazionali che per primi si sono accorti della loro rilevanza, tra cui la Mostra del Cinema di Venezia, e i festival di Cannes e Berlino. Perché il cinema coreano contemporaneo è così interessante anche per gli spettatori occidentali?

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“A MOZZARELLA NIGGA” DI DEMETRIO SALVI

Il Torino Underground Cinefest, giunto alla sua sesta edizione, è un festival che dimostra quanto si possa riuscire a fare cinema anche senza grandi produzioni alle spalle: il documentario A Mozzarella Nigga di Demetrio Salvi si colloca proprio in una dimensione povera di strumenti ma ricca di contenuti. La scelta produttiva, ovvero quella di raccontare una storia con un budget davvero irrisorio, di soli mille euro, è frutto di una tensione artistica forte, tesa alla libertà: mettere a disposizione i propri (pochi) soldi vuol dire essere liberi di mostrare ciò che più si desidera, senza limiti, costrizioni e obblighi imposti da una produzione.

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“EVERYTHING IS BETTER THAN A HOOKER” DI OVIDIE

Quando si parla di Svezia, si parla della madre della Scandinavia. Si parla della nazione che ha guidato il nevoso settentrione, l’apice benestante della civiltà occidentale. È lo Stato Sociale per eccellenza, il modello da seguire. In Scandinavia un uomo che uccide settantasette persone (vedi Anders Breivik) è condannato a ventuno anni di carcere. È un sistema da emulare: hanno le scuole migliori, gli ospedali migliori, gli stipendi migliori… È una favola quasi utopica, sembra che nessuno stia male in Svezia. Ma Ovidie (che aprì IL Fish & Chips Festival nel 2018), l’occhio dietro la cinepresa di Everything is Better than a Hooker, vuole raccontare un’altra Svezia. 

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“THE ARTIST AND THE PERVERT” DI BEATRICE BEHN E RENÉ GEBHARDT

Georg-Fredrich Haas, per chi non lo sapesse, è uno dei più influenti compositori del XXI secolo, uno dei pochi musicisti che vede innalzare una propria opera a capolavoro mentre è ancora in vita. È un artista sofisticato ma non intellettuale, che beve venti caffè mentre lavora quindici ore al giorno nel suo appartamento a New York.

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“BEDBUGS” DI JAN HENRIK STAHLBERG

Rocky (Jan Henrik Stahlberg, regista e sceneggiatore del film) è un consumato Don Giovanni di mezz’età che vive con il suo cane –ovviamente un segugio – in un appartamento bohémien con poster di Mirò alle pareti, legge Philip Roth prima di addormentarsi, frequenta palestre e centri benessere dove mette in atto tecniche di seduzione obsolete e imbarazzanti. Thorben (Franz Rogowsk) è un giovane socialmente disadattato a causa dell’ossessione per il sesso e – nello specifico – per il porno, che vede nella donna una semplice valvola di sfogo per i propri impulsi, e i cui approcci con le donne sono aggressivi e disumani al punto di costargli una denuncia per tentato stupro.

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“TOUCH ME NOT” DI ADINE PINTILIE

Il corpo, l’imperfezione, il piacere e il rapporto che ognuno ha con la propria sessualità.
Sin dalla prima lunga carrellata su un (villoso) corpo maschile nudo che apre il film, la giovanissima regista rumena suggerisce allo spettatore quali saranno i temi trattati, rimaneggiati, esplorati e combinati durate le due ore successive.

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“WE” DI RENE HELLER

We è la storia di otto ragazzi, di un paese di campagna al confine, di un’età che è un confine: un solo passo per entrare nel mondo degli adulti. Racconta quella fase della vita in cui si sa tutto, in cui non si sa niente, in cui, forse, alcuni di loro sanno anche troppo.

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“PORTRAITS OF ANDREA PALMER” DI C. HOUSTON E J. LYONS

Uno sguardo sul degrado umano attraverso gli aspetti più perversi delle sue manifestazioni, un perturbante incubo di angoscia e miseria girato in 16mm. Nonostante la tragicità del soggetto risulta arduo definire Portraits of Andrea Palmer un film drammatico: che si guardi allo script oppure alla regia, immediatamente si ritrovano i canoni di appartenenza allo splatter e all’exploitation; i buchi di sceneggiatura sono colmati da ampie ed esplicite sequenze di sesso, violenza e autolesionismo che vanno a costituire il reale corpo del film; gli attori sono non professionisti – e si vede -, la fotografia è sciatta e la regia appare a tratti improvvisata.

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“SUPERPINA. GUSTOSO E’ QUANDO A GENTE FAZ” DI JEAN SANTOS

Superpina è nato come corto e viene riproposto da Jean Santos al Fish & Chips 2019 in forma di lungometraggio.

La storia ha molti protagonisti e non ne ha nessuno allo stesso tempo; protagonista è il quartiere di Pina, e più ancora il suo supermercato, attorno a cui ruotano le vicende dei personaggi principali.

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