Archivi categoria: Film

“9TO5: THE STORY OF A MOVEMENT” DI JULIA REICHERT E STEVEN BOGNAR

Dopo l’acclamato, e crudo, esordio con American Factory (2019), la Higher Ground Productions di Barack e Michelle Obama torna a occuparsi di un tema vicino al mondo del lavoro. Attuali più che mai in questi anni, e in questi giorni, i tema dell’occupazione femminile e delle pari opportunità vengono analizzati e raccontati dal punto di vista delle attiviste del Movimento 9to5, baluardo delle lotte sindacali dagli anni ’70 a oggi sul territorio statunitense.

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“LA CONQUISTA DE LAS RUINAS” DI EDUARDO GOMEZ

Nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma: le persone, gli ideali, le città. Il modo di concepire il peso della singola persona all’interno di una comunità, sempre più sospesa sul filo dell’ambiguità tra interessi, cause sociali e necessità di sopravvivere. Eduardo Gomez si muove liberamente lungo il ponte che collega l’anima rurale del Sudamerica e la sua sublimazione industriale: pietre, che forgiano l’asfalto e segnano la via per un nuovo mondo. Non per forza migliore.

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“QUI RIDO IO” DI MARIO MARTONE

Nel 1904, Gabriele D’Annunzio mette in scena La figlia di Iorio. C’è grande attesa e sui giornali non si parla d’altro. Eppure, a una delle rappresentazioni svoltesi a Roma, c’è uno spettatore che, nel clima di grande tensione nella sala, riesce a stento a trattenere le risate. Questo individuo non si trova nelle file della platea, ma in alto, nei palchi, tra le autorità: il suo nome è Eduardo Scarpetta (Toni Servillo), il “re” della commedia napoletana di quegli anni, che in quel momento sta portando a Roma il suo Miseria e nobiltà. Ma l’idea di realizzare un parodia della tragedia di D’Annunzio diventa per lui irresistibile. Il “re” chiede così udienza al “vate”, che gli dà il suo benestare per realizzare l’opera, che si intitolerà Il figlio di Iorio. Tuttavia, le cose non vanno come previsto e Scarpetta, privo di un qualsiasi documento che attesti l’approvazione di D’Annunzio, si ritroverà sotto processo per plagio.

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“THE CARD COUNTER” DI PAUL SCHRADER

Una figura si aggira per i casinò d’America: una figura spesso vestita di nero o di grigio, un autentico pugno in un occhio se messa a contatto con le luci sgargianti delle slot machines; una figura dallo sguardo tagliente, profondo e impenetrabile; una figura che, soprattutto, vince sempre al tavolo del Black Jack, non somme grosse, ma comunque discrete; un uomo (Oscar Isaac) che si fa chiamare William Tell, un nome troppo “grosso” rispetto al suo modo di fare geometrico e schivo. E che tuttavia ha attirato degli sguardi su di lui: quello di una “agente” di giocatori d’azzardo (Tiffany Haddish), che lo vorrebbe nella sua scuderia; e quello di un ragazzo, Cirk (Tye Sheridan), che vorrebbe assoldarlo per una missione che affonda le mani proprio nel suo passato, un passato che William farebbe di tutto pur di sotterrare.

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“MONDOCANE” DI ALESSANDRO CELLI

All’ombra dell’acciaieria di Taranto, in un futuro non meglio precisato, avvolta in una nube gialla abbacinante è sorta una piccola megalopoli, una favela. A nessuno che non sia autorizzato è permesso entrarci, ma i suoi abitanti, radunatisi in veri e propri clan, sono soliti compiere delle sortite all’esterno con intenti non particolarmente leciti, e si spartiscono il territorio al di qua del muro che separa la favela dal resto del mondo . Ma non tutti riescono a integrarsi nei clan di questa colonia, si accede solo su invito: è il caso di Pietro (Dennis Protopapa) e Cristian (Giuliano Soprano), due giovani al servizio di un burbero pescatore, che agognano un posto in una delle bande. Nel loro tentativo di emergere nel mondo della favela, incroceranno la loro strada con quella di una ragazzina proveniente dal mondo esterno e impiegata nell’acciaieria (Ludovica Nasti), e con quella di una tenace poliziotta determinata a porre fine alle scorribande dei clan (Barbara Ronchi), in particolare di quello delle “Formiche”, capitanato dal temibile “Testacalda” (Alessandro Borghi), a cui i due giovani finiranno con l’affiliarsi.

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“IN THE HEIGHTS” DI JON M. CHU

Washington Heights è un quartiere ispanico di Manhattan dove tutti coltivano un “sueñito”, un piccolo sogno. Usnavi gestisce una bodega insieme al cugino Sonny e sogna di tornare nella Repubblica Dominicana, suo paese di origine, per riaprire il vecchio bar del padre deceduto. L’amica Vanessa, di cui è innamorato, vorrebbe diventare stilista mentre Nina, l’orgoglio del quartiere, frequenta il prestigioso college di Stanford. Nel torrido caldo newyorkese che ricorda Do the right thing di Spike Lee, a ritmo di scene di festa collettiva in perfetto stile West Side Story, il nuovo musical di Jon M. Chu racconta una storia tanto allegra quanto politicamente necessaria.

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“OLD” DI M. NIGHT SHYAMALAN

Una coppia in crisi parte con i figli per un’ultima vacanza prima della separazione; la meta è un resort tropicale trovato su internet, un luogo apparentemente da sogno che si rivela teatro di avvenimenti oscuri e inspiegabili. Queste le premesse di Old, l’ultimo thriller di M. Night Shyamalan tratto dal graphic novel Château de sable. Il fumetto di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters diviene lo spunto perfetto per declinare temi e modi tipici del regista, che aggiunge un altro tassello al proprio universo fantastico e inquietante, dominato dal sovrannaturale. A minacciare i protagonisti, costringendoli a fronteggiare le proprie debolezze, è questa volta un’anomalia nello scorrere del tempo (ogni mezz’ora corrisponde a un anno), per cui la famiglia Capa si ritrova a invecchiare precocemente.

Shyamalan si confronta con una delle ossessioni più antiche dell’umanità, quella del tempus fugit, riaggiornandola alla luce delle nevrosi attuali, della coazione alla pianificazione e al consumo di esperienze, ambientandola nel contesto che più la esaspera: le vacanze. La nevrosi affligge gli adulti (il padre è un contabile fissato con le statistiche) quanto le nuove generazioni, come indicano i passatempi del piccolo Trent, che cataloga gli sconosciuti per nome e professione e programma per tappe il proprio futuro, con tanto di accenno al mutuo. Ma come ogni volta in cui il regista affronta la catastrofe questa si fa rivelazione, e il sovrannaturale è occasione per una presa di coscienza: ogni tentativo di spiegare il mondo è instabile e per quanto i personaggi affastellino teorie il mistero dell’isola resta insolubile. Come in The Happening (2008), ci si salva accantonando l’assillo interpretativo, riscoprendo i legami e il valore del qui e ora, e la rivelazione giunge tornando a costruire castelli di sabbia.

Laddove statisti e medici falliscono, la chiave sta dunque in un gioco tra bambini, in un messaggio in codice che richiede il salto della fede, non in un dio ma nel gioco narrativo. Ancora una volta in Shyamalan, le storie salvano così come si svelano, mettendo a nudo le proprie strutture: dalla compressione temporale permessa dal montaggio che si fa centro tematico, alla presenza del regista in scena (qui demiurgo e spettatore, che osserva i personaggi appostato su un’altura), all’elaborazione stilistica evidenziata dagli insistiti fuori-campo; l’impalcatura cinematografica si manifesta apertamente, senza però minare la sospensione dell’incredulità. Come a ribadire che il cinema è sì finzione, ma è una storia a cui vogliamo (e forse dobbiamo) credere.

Chiara Rosaia

“SWAN SONG” DI TODD STEPHENS

Una biografia raccontata come un road movie, percorso a piedi.
Ciò che colpisce di Swan Song di Todd Stephens è la volontà di narrare la vita di un uomo, o meglio di un’icona della bellezza, nell’arco di una giornata della sua vecchiaia. Pat è stato infatti un celebre parrucchiere nella sua cittadina, Sandusky in Ohio, ma si trova a vivere da tempo in una casa di riposo, dove lotta per restare fedele a se stesso. La morte di una vecchia e ricca cliente, che ha richiesto nel suo testamento di essere acconciata da lui prima di essere sepolta, lo spinge al confronto con il suo passato, con le delusioni ricevute e con la tragica fine della sua relazione con il compagno David, scomparso a causa dell’AIDS.

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“PETITE FILLE” DI SÉBASTIEN LIFSHITZ

Presentato alla Berlinale 2020, l’ultimo film di Sébastien Lifshitz arriva finalmente in Italia al 36° Lovers Film Festival, proiettato come Evento Speciale fuori concorso.

Petite Fille è la storia di Sasha, una bambina di otto anni che non si riconosce nel proprio corpo maschile e che deve fare i conti con un mondo ostile alla sua diversità. Al centro del conflitto (e del documentario) il legame con la famiglia, che tra lei e la società fa da intermediaria e “scudo affettivo”, secondo le parole del regista. È in particolare la madre Karine a farsi carico di aiutarla, di farla comprendere e difenderla dalle maestre e dal preside, contrari a riconoscere Sasha in quanto femmina.

Lo stesso ruolo di mediatore viene adottato da Lifshitz, che sceglie di sacrificare una prospettiva imparziale ed esaustiva e lasciare l’opposizione fuori-campo, dando spazio e voce a chi in genere sta ai margini. In questa lotta lunga un anno il contrasto non è mai esplicito ma trapela dalle parole di Karine e dal volto della bambina, dalle sue microespressioni timide e inequivocabili, messe in luce dai frequenti primi piani. La macchina da presa diviene così per lei “un terzo genitore”, che le si accosta senza forzarla e mettendosi alla sua altezza, in amorosa e paziente attesa.

Opposto ma complementare a Petite Fille è un altro film recente, Bad Luck Banging or Loony Porn: anch’esso è incentrato sulla violenza delle convenzioni di genere, che similmente si manifestano in ambito scolastico (qui il casus belli è la pubblicazione di un video porno che minaccia il posto di lavoro dell’insegnante Emi).

Ma là dove Lifshitz sceglie linearità e lirismo, accompagnando il percorso di Sasha con la musica sacra di Vivaldi e la Rêverie di Debussy, il film di Radu Jude gioca al contrario sull’urto e aggredisce lo spettatore tramite stile e contenuti, sfociando in una scontro tra protagonista e scuola nel primo volutamente assente.

La conclusione è in entrambi casi amara: Emi può ottenere giustizia solo con l’intrusione nel film del genere Superhero, così come Sasha può danzare in abiti femminili (non da Wonder Woman, ma con ali di farfalla) solo confinata del proprio giardino. Nella speranza che crescendo i confini (di casa, di genere) divengano superflui.

“SOCKS ON FIRE” DI BO MCGUIRE

C’è una certa retorica nelle rappresentazioni spettacolari del profondo sud degli Stati Uniti che li inquadra in maniera “assoluta”: luoghi dalla forte radice culturale conservatrice, cristiani fino al midollo e insofferenti verso le comunità etniche e queer.

Da qui partono i meriti di Socks on Fire, che sfugge abilmente questa rappresentazione e circoscrive lo stereotipo. O forse lo centra in pieno, rispecchiandone le contraddizioni.

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“LIMIAR” DI CORACI RUIZ, LUIZA FAGA’

Brasile, 2016. La documentarista Coraci Ruiz riprende i concitati momenti seguiti alla destituzione della presidente Dilma Rouseff e al successivo insediamento del suo vice Michel Temer, vissuto dal popolo brasiliano come un vero e proprio golpe, contro il quale si organizzano diverse manifestazioni di piazza. Negli stessi turbolenti giorni, la figlia di Ruiz, Violeta, comunica alla madre la sua volontà di cambiare sesso.

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“DRAMARAMA” DI JONATHAN WYSOCKI

Il 36° Lovers Film Festival si è aperto con la proiezione di Dramarama, il primo lungometraggio di Jonathan Wysocki. Il film, ambientato nel 1994 a Escondido (California), è una commedia brillante e ricca al contempo di questioni e riflessioni profonde. Un gruppo di cinque amici follemente appassionati di teatro (e di cinema) si riunisce a una festa in maschera per salutarsi prima della partenza per i rispettivi college. 

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“A PRIMEIRA MORTE DE JOANA” DI CRISTIANE OLIVEIRA

Brasile, 2007. All’indomani della morte della sua amata prozia Rosa, la giovane Joana, discendente di seconda generazione di una famiglia di immigrati tedeschi, comincia a indagare sul suo passato. In particolare, un aspetto la turba particolarmente: come mai la donna non si è mai voluta sposare? E perché i suoi genitori e i suoi parenti, parlando di lei, si esprimono con parole evasive e superficiali? Aiutata dall’amica e coetanea Carolina, Joana comincerà a scoprire verità inaspettate sulla sua famiglia. Ma anche su sé stessa e sul rapporto con la sua compagna di investigazioni.

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“THE DISCIPLE” DI CHAITANYA TAMHANE

Mumbai, 2006. Sharad (Aditya Modak), giovane aspirante performer di gaar (canti popolari indiani di argomento sacro), cerca di emergere nel mondo della musica seguendo le orme del padre, un musicista che non è mai riuscito a “sfondare” ma che sin da piccolo lo ha instradato alla cultura musicale locale, e del suo guru, un tempo una celebrità dell’ambiente ma ormai sul viale del tramonto. Il cammino di Sharad è tuttavia ostacolato da vari fattori esterni (concorsi canori che non vanno mai come dovrebbero, scarsi apprezzamenti del pubblico in rete) che lo portano a dubitare delle sue capacità e dello stesso ruolo degli inni sacri in un Paese sempre più orientato verso la modernità. Tuttavia, nel corso degli anni, tra alti e bassi, capirà presto quale sia il suo posto nel variegato mondo della musica.

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“NOMADLAND” DI CHLOé ZHAO

Il film, vincitore del Leone d’Oro e di tre Oscar (miglior lungometraggio, regia, attrice protagonista) riflette, una volta di più nella storia del cinema, sul mito della frontiera, attualizzando l’ipotesi di Frederick Jackson Turner – secondo cui il mito è l’essenza stessa della cultura americana – in una rilettura personale e insieme universale.

Nomadland è il ritratto di un paese in continuo movimento, di una terra di instancabili viaggiatori che calcano le orme dei propri antenati, quei pionieri dallo spiccato senso pratico e dal sentito individualismo che hanno contribuito a dare forma all’America di oggi.

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“SEARCHERS” DI PACHO VELEZ

Primo piano di Shaq Shaq, 24 anni. Nell’aria il frastuono inconfondibile del traffico newyorkese. Il ragazzo, con lo sguardo in macchina, scruta le profondità dell’obiettivo, borbotta qualche parola, ammicca nervosamente. D’un tratto, sulla sua immagine si sovraimprimono le linee dell’interfaccia di una dating app, e subito si ha la sensazione che lo schermo stia restituendo lo sguardo a Shaq Shaq. Il quale, ormai è chiaro, è intento a scorrere su Tinder i profili di alcune ragazze, alla ricerca di quella giusta per un incontro.

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“OSTROV-LOST ISLAND” DI SVETLANA RODINA e LAURENT STROOP

Film in concorso nella sezione Competition Internationale Longs Métrages al Festival Visions du Réel 2021, Ostrov-Lost Island di Svetlana Rodina e Laurent Stoop è uno spaccato sulla vita degli abitanti di un’isola persa nelle acque fangose del Mar Caspio e dimenticata dalla Russia a partire dalla fine dell’Unione Sovietica. L’isola sopravvive all’ombra di una nazione della quale continua inutilmente ad alimentare il culto: a essa la legano solo la nostalgia e i divieti, tanto che l’unica fonte di guadagno degli isolani, la pesca degli storioni e la produzione di caviale, è ora illegale e tenuta sotto stretto controllo dalle autorità russe. Il paesaggio di Ostrov, un tempo ricco e fiorente, è ora scarno e desolato. Non ci sono più le strade, non c’è più un ospedale: restano gli uomini, i bambini che giocano, la sabbia, le cavallette.

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“GUERRA E PACE” DI MASSIMO D’ANOLFI E MARTINA PARENTI

Qualcosa di magnetico emana dal cinema di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, una forza attrattiva difficilmente decifrabile che scorre da un film all’altro, facendo della loro opera un oggetto misterioso e singolare. Qualcosa che ha in parte a che fare con la sospensione, con un clima di attesa e tensione verso un futuro costantemente dilazionato: un respiro trattenuto in cui lo slancio umano si congela a contatto con l’istituzione. In questo stallo i registi milanesi trovano casa, e da qui partono per indagare le situazioni più disparate: il matrimonio come procedura e burocrazia (I promessi sposi, 2007), il viaggio come flusso placcato e abortito (Il castello, 2011), la sperimentazione bellica come preludio alla guerra (Materia oscura, 2013), le grandi opere in completamento perenne (L’infinita fabbrica del Duomo, 2015 e Blu, 2018). Un impasse perpetuo, cui contribuisce largamente il trattamento sonoro che attraverso i rumori d’ambiente e le musiche di Massimo Mariani dà consistenza al tempo, creando mondi ovattati e subacquei.

In Guerra e pace, il loro ultimo film (presentato prima a Venezia e al FilmMaker Festival e ora sbarcato al Visions du Réel), D’Anolfi e Parenti portano quest’analisi a un ulteriore livello di complessità e scelgono di lavorare sulla sospensione temporale per eccellenza, quella del cinema, interrogato proprio in quanto tramite fra passato e futuro, nel suo farsi memoria attiva che plasma il presente. La riflessione prende forma in quattro movimenti, dedicati ciascuno a un diverso tempo verbale e a una diversa tappa nella storia delle immagini di guerra: si va dal passato remoto della guerra in Libia, la prima filmata sistematicamente; al passato prossimo dell’esplosione delle immagini, di cui l’Unità di crisi della Farnesina (“finestra sul mondo”) è contenitore emblematico; al presente di chi, come gli alunni dell’Ecpad, apprende oggi a filmare la guerra; sino a un futuro ipotetico che immancabilmente si ripete ed è perciò rappresentato dalle immagini d’archivio (qui, quello della Croce Rossa Internazionale conservato presso la Cineteca di Losanna).

Si tratta dunque di un film-saggio (o “film-impalcatura”, come definito dai registi), che analizza le possibilità dell’immagine, la sua doppia e ambigua capacità di riflessione. Da un lato l’immagine come coltello, impugnata da chi filma contro chi è filmato, riflesso del suo tempo e delle sue ideologie. Dall’altro l’immagine come coscienza, supporto eloquente che a distanza di anni demanda a noi la riflessione, la decodifica dei rapporti di potere al suo interno. È proprio a partire dalla capacità dei posteri di decodificare le immagini che il lavoro d’archivio acquista valore e che lo stesso Guerra e pace assume intento militante: restituire dignità alle vittime di guerra, evidenziando l’urgenza di un’etica della visione, più che della rappresentazione. Uno scopo raggiunto non con un’analisi fredda e scientifica, ma attraverso la coesistenza d’inchiesta e poesia, in uno sguardo volutamente impuro che instaura con noi un dialogo diretto. Ne sono esempio le immagini improvvise e apparentemente incongrue che spiazzano lo spettatore, risvegliandone l’attenzione con il fascino del fuoriluogo e spingendolo a indagare la loro stratificazione (in questo caso, la macabra apparizione del busto di un manichino o i legionari in maschere anti-gas fra aiuole verdeggianti). Il personale irrompe nell’oggettivo e il reale si arricchisce di sfumature magiche: come ne L’infinita fabbrica del Duomo le statue paiono muoversi da sé, librandosi nell’aria per raggiungere Milano, anche qui nel finale le immagini prendono vita, proiettandosi autonomamente su cataste di pellicole. Sono le testimonianze delle vittime di guerra, che prendono parola e ci interpellano di rimando: cosa faremo, noi, di queste immagini?

Chiara Rosaia

“FAYA DAYI” DI JESSICA BESHIR

Una leggenda sufi etiope vuole che la pianta del khat, le cui foglie rilasciano sostanze stimolanti una volta masticate, venne scoperta durante la ricerca dell’acqua della vita eterna. Oggi il khat costituisce la coltura commerciale più redditizia d’Etiopia: la sua assunzione trascende la mera esperienza fisica, si presta invece a pratiche simposiali che trovano giustificazione nel tramandarsi di miti religiosi. A partire da questo racconto, Faya Dayi, in concorso internazionale al festival Visions du Réel, propone un percorso spirituale che segue la montuosa Harar e la cultura del khat, masticato per secoli per potersi avvicinare al proprio Dio, come anche per far scorrere più rapidamente i giorni di fatica e monotonia.

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