“DICK JOHNSON IS DEAD” DI KIRSTEN JOHNSON

2017. C. Richard “Dick” Johnson, stimato psichiatra, è costretto ad abbandonare la propria attività a causa dei primi sintomi dell’Alzheimer e a trasferirsi dalla sua casa di Seattle nell’appartamento newyorchese di sua figlia, Kirsten Johnson, celebrata documentarista dalla carriera ormai trentennale. La convivenza significa confrontarsi con le inevitabili conseguenze della malattia, e il padre decide di assecondare la figlia in un progetto solo in apparenza macabro: utilizzare le risorse del cinema per inscenare la propria dipartita, non una, ma molte volte, nelle modalità più variegate, in modo da rendere quel momento più sopportabile quando si presenterà.

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“HAM ON RYE”, DI TYLER TAORMINA

Immaginiamo di dilatare la sequenza finale di Blue Velvet (D. Lynch, 1986) fino a farne un lungometraggio. Il risultato sarebbe molto simile a Greener Grass (J. DeBoer, D. Luebbe, 2019), un deliro (apparentemente) nonsense, in cui i tropi e gli stilemi dell’olimpica produzione hollywoodiana si ritorcono su e contro se stessi, svelando la loro insincerità e artificiosità. Un film in cui una luce dalla potenza ipertrofica, più che farsi garante della leggibilità delle immagini che investe, le rende evanescenti. Una fotografia lobotomizzante, in cui ogni cosa è (troppo) illuminata. Sullo stesso terreno altamente ironico si muove Ham on Rye (2019), esordio di Tyler Taormina. Un’operazione consistente nel recupero di un’estetica cinematografico-televisiva estremamente familiare, che viene intinta in un liquido oscuro, che ne corrode le fondamenta. Un coming of age destrutturato in cui a essere raffigurata non è la metamorfosi pacifica dei teenagers in qualcosa d’altro, verso il terreno inesplorato ma prospetticamente accogliente dell’adulthood, quanto un processo di sostanziale annichilazione. Una carneficina color pastello.

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“Pieces of a Woman” di Kornél Mundruczó

Pieces of a Woman, in concorso alla 77ª Mostra di Venezia e distribuito in Italia da Netflix, è un racconto impregnato di rabbia interiore e coraggio, che tenta di confrontarsi criticamente con un tema dibattuto – la scelta di come partorire – esplorando la rete di relazioni affettive che ruotano intorno alla protagonista.

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“SOUL” DI PETE DOCTER, KEMP POWERS

New York. Joe Gardner è un insoddisfatto professore liceale di musica che coltiva il sogno di suonare il pianoforte in un complesso jazz. L’occasione di realizzarlo gli si presenta quando uno dei suoi ex studenti gli propone di sostituire il pianista del quartetto in cui suona come batterista, uno dei più famosi della scena newyorchese. Eccitato, Joe accetta la proposta, e grazie a un provino particolarmente efficace riesce a ottenere un ingaggio per quella sera stessa.

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CHE COSA CI LASCIA QUESTO 2020?

Chissà se il 2020 potrà essere ricordato non come l’anno dello stallo imposto dal Covid-19, bensì come l’anno in cui abbiamo potuto farci più domande rispetto al futuro. Vale per tutti i campi, ma parlando di cinema questo è stato l’anno in cui non abbiamo potuto andare in sala, in cui molti eventi culturali sono stati cancellati, in cui abbiamo visto emergere lo strapotere incontrastato delle piattaforme audiovisive. E mentre si spegnevano le nostre quotidiane attività abbiamo dovuto chiederci: come sarebbe il mondo senza Cinema? Che cosa trovo in sala che a casa non ho? Frequenterei davvero tutti i festival che desidero se li avessi a portata di mano? Quanto vale un film quando non abbiamo più i numeri del botteghino a confortarci sul suo successo?

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“NIMIC” DI YORGOS LANTHIMOS

Dopo il grande successo di The Lobster (2015) e The Killing of a Sacred Deer (2017), Yorgos Lanthimos aveva spiazzato pubblico e critica portando sul grande schermo The Favourite (2018), un film che a detta di molti non rispecchia a pieno il suo inconfondibile stile. Con l’uscita del cortometraggio Nimic nel 2019, il regista greco sembra invece ritornare in sintonia con le sue opere precedenti, allontanando gli assurdi sospetti intorno al presunto “talento bruciato” o all’autore caduto nella “trappola hollywoodiana” colpevole di averlo privato della sua originalità stilistica.

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“EL ELEMENTO ENIGMÁTICO” by ALEJANDRO FADEL, “THE PHILOSOPHY OF HORROR – A SYMPHONY OF FILM THEORY” by PÉTER LICHTER and BORI MÁTÉ

Article by Chiara Rosaia

Translated by Simona Sucato

Slow panoramic scour a sidereal landscape, an expanse of mountains covered by snow and dominated by the wind. It is perhaps an alien territory that is at the center of El elemento enigmático, a hostile environment in which three men struggle to advance. Men in helmets and motorcycle suits, without face or voice (we under stand the dialogues only through subtitles), wandering aimlessly waiting for their own end. An atmosphere of suspension persist throughout the movie, a work difficult to categorize, halfway between storytelling and video art. Indeed, if it is possible to trace aspects dear to science fiction,such as the clash between nature and man, these are sucked into the omnipresent aura of mystery, a dense and at the same time impalpabile atmosphere, like the icy vapors emanating here from the rocks.

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“EL ELEMENTO ENIGMÁTICO” DI ALEJANDRO FADEL, “THE PHILOSOPHY OF HORROR – A SYMPHONY OF FILM THEORY” DI PÉTER LICHTER E BORI MÁTÉ

Lente panoramiche perlustrano un paesaggio siderale, una distesa di montagne ricoperte dalla neve e sovrastate dal vento. È forse un territorio alieno quello al centro di El elemento enigmático, un ambiente ostile in cui tre uomini avanzano a fatica. Uomini in casco e tuta da motocliclista, senza volto né voce (ne comprendiamo i dialoghi solo mediante i sottotitoli), che vagano senza meta aspettando la propria fine. Un clima di sospensione permane per tutto il film, un’opera difficilmente catalogabile, a metà strada fra narrazione e videoarte . Se infatti è possibile rintracciare aspetti cari alla fantascienza, come lo scontro fra natura e uomo, questi vengono risucchiati dall’onnipresente aura di mistero, un’atmosfera densa e al tempo stesso impalpabile, come i vapori ghiacciati qui emanati dalle rocce.

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“THE OAK ROOM” by CODY CALAHAN

Article by Andrea Bruno

Translated by Aurora Sciarrone

A bar, a few lights on: some dim colored neon-lights, the counter’s illumination, an old jukebox emitting a soft glare in a corner. Paul (Peter Outerbridge), the bartender, is about to close the place while outside in the night,a snowstormblows.All of a sudden Steve (RJ Mitte) bursts in,a wanderercarrying a story from a different bar, of a different bartender, of a different stranger brought there by the storm. From this first one, a lot more stories come up, while midnight approachesand someoneis relentlessly driving in the snow.

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“THE OAK ROOM” DI CODY CALAHAN

Un locale, poche luci ancora accese: qualche debole neon colorato, l’illuminazione del bancone, un vecchio juke-box che manda pigri bagliori da un angolo. Paul (Peter Outerbridge), il barista, si sta preparando a chiudere, mentre fuori è ormai notte e infuria una tempesta di neve. D’improvviso irrompe Steve (RJ Mitte), un viandante che porta con sé il racconto di un altro bar, di un altro barista e di un altro sconosciuto condotto lì dalla bufera. Da questa prima storia ne nascono molte altre, mentre la mezzanotte si avvicina e qualcuno guida inesorabile sotto la neve.

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“RED ANINSRI OR TIPTOEING ON THE STILL TREMBLING BERLIN WALL” by RATCHAPOOM BOONBUNCHACHOKE and “MOM, I BEFRIENDED GHOSTS” by SASHA VORONOV

Article by Niccolò Buttigliero

Translated by Nadia Tordera

Red Aninsri opens with a dialogue between cats. They communicate through the most artificial of cinematographic techniques that allow them to speak: dubbing. No attempt to follow the expressions of their faces or their movements. The human voice adheres to their bodies forcibly asserting its technological superiority. That of Red Aninsri is a universe in which everything is exquisitely fake, where an incurable discrepancy remains between the images of the world and their sounds.

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“RED ANINSRI OR TIPTOEING ON THE STILL TREMBLING BERLIN WALL” DI RATCHAPOOM BOONBUNCHACHOKE E “MOM, I BEFRIENDED GHOSTS” DI SASHA VORONOV

Red Aninsri si apre con un dialogo tra gatti. Comunicano attraverso la più posticcia e artificiosa delle tecniche cinematografiche che gli consenta di proferir parola: il doppiaggio. Nessun tentativo di seguire le espressioni del loro muso, o le loro movenze. La voce umana aderisce ai loro corpi forzosamente, facendo valere la propria superiorità tecnologica. Un universo, quello di Red Aninsri, in cui tutto è squisitamente finto, dove tra le immagini del mondo e le loro sonorità permane una discrasia insanabile.

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“UNE DERNIÈRE FOIS” BY OLYMPE DE G.

Article by Chiara Rosaia

Translated by Nadia Tordera

Among the films of this edition of the Torino Film Festival, Une dernière fois represents an anomalous object. Indeed, on closer inspection it does not often happen that a film defined as pornographic crosses the boundaries of sector events which although increasing still constitute a separate universe, well distinguished from generalist festivals. Let’s put aside the misunderstandings (and for some the hopes): Olympe de G.’s first feature film is not just sex, just as its purpose is not (only) to excite us. It is not because the sixty-nine healthy and wealthy protagonist Salomé (Brigitte Lahaie) has decided to die. And it is from this serene but irrevocable choice that sexual interactions are born, the succession of embraces in search of the right person with whom to live her “last time”.

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“UNE DERNIÈRE FOIS” DI OLYMPE DE G.

Tra i film di questa edizione del Torino Film Festival, Une dernière fois rappresenta un oggetto anomalo. A ben vedere infatti, non capita spesso che un film definito pornografico scavalchi i confini degli eventi di settore, i quali, seppur in aumento, costituiscono pur sempre un universo a parte, ben distinto dai festival generalisti. Mettiamo da parte i fraintendimenti (e per qualcuno le speranze): il primo lungometraggio di Olympe de G. non è solo sesso, così come il suo scopo non è (soltanto) quello di eccitarci. Non lo è perché la protagonista Salomé (Brigitte Lahaie), sessantanove anni, donna in salute e benestante, ha deciso di morire. Ed è a partire da questa scelta, serena ma irrevocabile, che nascono le interazioni sessuali, il susseguirsi di amplessi alla ricerca della persona giusta con cui vivere la sua “ultima volta”.

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“BILLIE” BY JAMES ERSKINE

Article by Alice Ferro

Translated by Paola Macchiarella

February 6th, 1978 – On a sidewalk in Washington D.C., a body was found. It was Linda Lipnack Kuehl, a journalist who devoted the last ten years of her life to writing a (never finished) biography of the legendary jazz singer Billie Holiday. During her research, she interviewed dozens of people and investigated thoroughly on the singer’s life. The heritage she left is priceless: 125 audiotapes, 200 hours of interviews and a manuscript. Billie is the result of the analysis and punctual use of this unpublished material: a colossal project directed by James Erskine, who decided to create a documentary about the singer and then found himself in charge of a rare task, beginning with the purchase of this precious material from a collector in New Jersey.

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“BILLIE” DI JAMES ERSKINE

6 febbraio 1978 – viene ritrovato su un marciapiede di Washington D.C. il corpo di Linda Lipnack Kuehl, una giornalista che aveva dedicato gli ultimi dieci anni della sua vita alla stesura di una biografia, mai terminata, sulla leggendaria cantante jazz Billie Holiday. Nel corso della sua ricerca aveva intervistato decine di persone e svolto un’indagine dettagliata sulla vita dell’artista. Il patrimonio da lei lasciato è inestimabile: 125 nastri audio, 200 ore di interviste e un manoscritto. Billie è l’esito dell’analisi e dell’accurato utilizzo di questo materiale prima d’ora inedito: un progetto mastodontico diretto da James Erskine che, dopo aver espresso il desiderio di realizzare un documentario sulla cantante, si è trovato a capo di un’impresa come poche, iniziata con l’acquisizione del prezioso materiale da un collezionista del New Jersey.

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MASTERCLASS. “FILM AND SOCIAL JUSTICE” E “FORMARE LE NUOVE GENERAZIONI DI FILMMAKER E ATTIVISTI”

Si sono svolte il 25 e il 26 novembre le ultime due masterclass organizzate in occasione del 38 Torino Film Festival, a cui hanno potuto partecipare alcuni studenti dell’Università degli Studi di Torino e del Politecnico di Torino.

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“FUNNY FACE” BY TIM SUTTON

Article by Fabio Bertolotto

Translated by Simona Sucato

Funny Face opens with the close-up of Saul (Cosmo Jarvis), an introverted boy from Coney Island, looking into the camera wearing a grotesque grinning mask. Like The Joker, even the protagonist of Tim Sutton’s new film is an outcast who craves revenge for wrongs suffered. The mask thus establishes a direct dialogue with pop iconology which, starting with Todd Phillips’ latest film (Joker, 2019), has made that smile a symbol of oppression.

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“FUNNY FACE” DI TIM SUTTON

Funny Face si apre con il primo piano di Saul (Cosmo Jarvis), un ragazzo introverso di Coney Island, che guarda in macchina indossando una maschera dal sorriso grottesco. Come Joker, anche il protagonista del nuovo film di Tim Sutton è un reietto che brama vendetta per torti subiti. La maschera instaura così un dialogo diretto con l’iconologia pop che, a partire dall’ultimo film di Todd Phillips (Joker, 2019), ha reso quel sorriso un simbolo di oppressione.

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TORINO 38 SHORTS

Article by Francesco Dubini

Translated by Nadia Tordera

Eighteen years after the last edition, the competitive section of short films returns to the Torino Film Festival. Two programs, twelve shorts chosen from more than 500 titles for six female directors and six male directors from all over the world. Very different talents compared to a heterogeneous parterre that combines a fascinating and precious variety of techniques and ideas. It is proof of the importance and strength of a complex and demanding genre capable of “giving back the cinematographic machine in a small way” at an international level, according to the recruiter Daniele De Cicco

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Il blog degli studenti del Dams di Torino