“The War of The Worlds” (“La guerra dei Mondi” ) di Byron Haskin

In una calda notte d’estate, dalla volta celeste che sovrasta un’America sonnecchiante si staccano alcune stelle. Meteoriti incandescenti si schiantano al suolo e da essi emergono sinistre navicelle spaziali armate di raggi laser. I marziani devono lottare per la sopravvivenza e sferrano un potente attacco alla Terra con l’intento di colonizzarla, trascinando l’umanità in una guerra dei mondi dagli esiti potenzialmente distruttivi.

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“Moonwalkers” di Antoine Bardou-Jaquet

“Un piccolo passo per l’uomo…”

Moonwalkers è il primo lungometraggio di Antoine Bardou-Jaquet. Si tratta di un’action-comedy incalzante e con una trama molto originale. Un susseguirsi di azioni e colpi di scena mai banali fanno procedere la narrazione in modo fluido. In concorso nella sezione After-Hours. Le risate sono assicurate.

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“Oggi insieme domani anche” di Antonietta De Lillo – Conferenza stampa

Torino, 23 novembre 2015 – Gremita la sala Conferenze stampa del TFF per il briefing del film Oggi insieme domani anche inserito nella sezione Festa Mobile. Presenti la regista Antonietta De Lillo e le sue collaboratrici Maria Di Razza, Teresa Iarpoli, Erika Tasini e Fabiana Sargentini.

Antonietta De Lillo ha spiegato l’articolato progetto del “film partecipato” che ha portato alla realizzazione di Oggi insieme domani anche, mosaico di sguardi, volti e storie raccolte da numerosi autori in giro per l’Italia.

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“Westworld” (“Il mondo dei robot”) di Michael Crichton

Chi non ha mai desiderato fare un viaggio nel tempo, vivere anche solo per una settimana in un’epoca mitica e lontana nella più completa immedesimazione storica?
Westworld di Michael Crichton dice che il sogno della maggior parte delle persone si può realizzare al modico prezzo di 1000 dollari nel parco di divertimento Delos che è diviso in tre parti: Roman World, Medieval World e Westworld. Ognuno può scegliere in quale ambiente storico trascorrere la propria vacanza; durante tutto il periodo di permanenza ogni desiderio potrà essere realizzato, dal partecipare ad un autentico banchetto medievale all’uccidere un cowboy insolente. Tutto sembra vero, ma solo in apparenza. Gli esseri che abitano questo mondo fittizio, infatti, benché simili agli essere umani, sono macchine, robot antropomorfizzati.

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“Sexxx” di Davide Ferrario

Il corpo è l’assoluto protagonista del nuovo lungometraggio di Davide Ferrario. Sexxx, presentato al 33° TFF all’interno della sezione Festa Mobile. Cos’è? un documentario? sì. Videoarte? anche. Un film insolito e affascinante, ipnotico per lo spettatore.

Tutto nasce quando Ferrario assiste al balletto di Matteo Levaggi Sexxx alla Lavanderia a Vapore di Collegno (magnifico spazio che è la sede del Balletto Teatro di Torino diretto da Loredana Furno) e se ne innamora, se ne appropria, come lui stesso ha dichiarato, decidendo di farne un film. Ad ispirare il coreografo era stato il libro di Madonna, intitolato proprio Sex: Matteo Levaggi decise di farne uno spettacolo di danza e aggiunse altre due x al titolo per portare all’estremo il concetto di sensualità. In Sexxx, secondo il coreografo, il corpo è portato all’esasperazione da un mondo sempre più esteticamente esigente.

Davide Ferrario ha plasmato con la macchina da presa i  corpi della coreografia di Levaggi e ci ha restituito una visione evocativa e affascinante. Decomponendo, e poi ricostruendo, il balletto del coreografo, Ferrario ce ne offre una sua personale interpretazione: la macchina da presa è parte integrante del movimento dei ballerini e ci offre una visione ravvicinata e scomposta dei movimenti che in teatro non potremmo mai vedere. Il regista inserisce poi delle digressioni, attraverso brevi inserti di riprese fatte sul set di Guardami e un breve film a soggetto (Room 423) in cui sono protagonisti due amanti (Gloria Cuminetti e Saverio D’Amelio). Il tutto sempre senza dialoghi né voce off.

L’inizio e la fine di Sexxx sono emblematici: il film si apre e si chiude all’interno di un museo. Arte del corpo nel passato (attraverso i quadri di Palma il Vecchio e Tintoretto, Diana e Callisto e Susanna e i vecchioni) e arte del corpo nel presente attraverso la performance di una coppia di persone anziane. L’intento di Ferrario è quello di celebrare il corpo come qualcosa di sacro e la citazione finale, tratta da Footnote to Howl di Allen Ginsberg, lo chiarisce benissimo.

Regista e coreografo ci insegnano che un corpo non è volgare quando diventa oggetto dell’arte, anche quando imita o mima gesti direttamente riconducibili alla sessualità. Anche se i ballerini sono sempre quasi nudi, non siamo mai disturbati da questa visione, totalmente estranea a qualsiasi tipo di strumentalizzazione o volgarità. Non si tratta dell’esaltazione di un’esasperata sessualità, ma di arte visiva, danza nel senso più puro perché mette in risalto la fisicità senza timori, senza filtri.

I ballerini (Kristin Furnes Bjerkestrand, Manuela Maugeri, Viola Scaglione, Denis Bruno, Marco De Alteriis, Vito Pansini) sono preparatissimi dal punto di vista tecnico e hanno un’espressività che va ben oltre il corpo: si intravede quasi la loro anima danzare, talmente sono coinvolti nella coreografia. Le musiche scelte, tra cui spiccano It’s No Game di David Bowie e My Sex di Currie-Allen-Leigh eseguita da Ultravox, accarezzano i movimenti dei danzatori senza mai sovrastarli, ma esaltandone la perfezione coreutica.

Il risultato è un lungometraggio di pura bellezza, da vedere per “spogliarsi” letteralmente da qualsiasi pregiudizio sull’espressione corporea e la sessualità e vestirsi di consapevolezza del nostro essere pelle, materia, corpo.

“In fabbrica” di Francesca Comencini

Immagini contemporanee degli stabilimenti FIAT, in un notturno soffocato dal rumore dei macchinari. Stacco: secondo dopoguerra, un’intervista al alcuni bambini siciliani: “Dove sono i vostri padri?” Risposta: “In Germania”. Così inizia In fabbrica, documentario di Francesca Comencini vincitore del premio Cipputi nel 2007 come miglior film sul mondo del lavoro. Un altro premio Cipputi è stato attribuito quest’anno alla stessa regista, alla carriera. Continua la lettura di “In fabbrica” di Francesca Comencini

In fabbrica (At the Factory) by Francesca Comencini

Article by: Lara Vallino

Translation by: Roberto Gelli

Contemporary images of FIAT plants during the night covered by the machinery’s noise. Break. Second worldwide postwar period: Sicilian children are interviewed about the matter “Where are you dads?” “They are in Germany”.
This is the beginning of Francesca Comencini’s documentary entitled In fabbrica: Cipputi Award winner in 2007 as the best film about work. This year Comencini has received the lifetime achievement award in TFF.
During the Fifties Italy relies on industry, in order to improve working life, which can guarantee a better lifestyle. In a short dialogue between a journalist and a worker we hear “Is it easy to find a job?”, “Yes, there is a lot”, which causes some astonishment among the modern spectators, who got used to the term precariousness. But those years represent the highest point for the local economy, the so-called economic boom: from all the areas of the peninsula people move towards the big northern industries, so as to find a job. “Would you come back home to Naples?”, “No, not even if they covered me with gold”, this is the reply given by a girl defending her new status of worker. The interviewed show themselves to be always satisfied, in a time when job is a source of money and sustenance. What is more, it is something, which people can be proud of. On the other hand, this period also witnesses a strange combination between guaranteed jobs and black market labour, sometimes related to child labour.
Those years give progressively birth to a class consciousness, which results in the first FIAT workers uprising in 1962. If it is true that they get better work conditions, more problems seem to arise like that concerning the housing of people coming from the south. As a female worker stated in 1968: “those who always work by using their arms, lose mental agility, memory and thinking ability”. This situation leads towards new strikes aimed at removing production lines: workers now want to take part at the production activity, not only by tightening bolts, but by putting something of their own into the final products.
With the 80’s the concepts of profit and progress come onto the scene and automation systems are adopted in the firms. Workers form picket lines surrounding FIAT plants 35 days long, the firm replies imposing unemployment insurance. On 14th August, 1980 workers not involved in the measure, together with common citizens, demonstrate in the streets of Turin. It is the so-called “March of the forty thousand”; an invisible crowd of people opposing workers strike and demonstration. The unprecedented event is a sign of a rising individualism and negation of class consciousness. From that time on, there were in fact no strikes anymore.
Nowadays factories are still there but their workers have become a sort of invisible entity: none of them thinks about protesting or striking. There is an emptiness in terms of unity, that same unity which would let the situation change. Above all, none seems to believe in change anymore. A sense of resignation and indifference has spread among workers causing the maintaining of the status quo, which was conquered through efforts during those years, when consciousness of factory workers in Italy was born.

“Oggi insieme domani anche” di Antonietta De Lillo

Antonietta De Lillo è “nata condivisa”, come piace dire a lei. 
Ce l’ha fatto capire con Pranzo di Natale nel 2011 e ce lo ha rispiegato in occasione di questo Torino Film Festival, in una sala del Cinema Massimo senza nemmeno una poltrona  libera.
Oggi insieme domani anche è il suo secondo film partecipato, realizzato selezionando decine di filmini di famiglia, interviste, immagini d’archivio, contributi video improvvisati da chi ha accettato il suo invito a raccontare cos’è l’amore. C’è spazio per tutti, soprattutto per corti d’autore già conosciuti e premiati, come Solo da tre giorni di Yuki Bagnardi e Teresa Iaropoli, che ha vinto MoliseCinema nel 2013.

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Sayat Nova (The Color of Pomegranates) by Sergei Parajanov

Article by: Elisa Carbone

Translation by: Cristiana Caffiero

Sayat Nova was an Armenian poet who lived during the XVIII century. He was a troubadour who used to chant his poems in three different languages. He was also a monk who spent his life through sufferings and bad times- as we came to know during the whole film.
He was deeply in love with princess Anne belonging to the court of Georgia.
Sayat Nova is a complicated and almost mythical character.
The Russian director Sergej Parajanov told us about his life in this feature movie that had a difficult life as its major character himself. In fact this movie has been censored by the Russian government that compelled his author to change its title from Sayat Nova- which was the name of the poet- into The colour of pomegranate- which is one of the many living picture of the movie. Julian temple has chosen to show it at the TFF 33 in his own personal selection A matter of life and death. We can reasonably understand why he has chosen this film. The poet’s life is narrated by using a dreamlike, surreal, pictorial and symbolic style. We can immediately perceive the high sense of death, which is not meant as just physical death- the common destiny of everyman- but as a psychological death due to those continuous hints to suffering.

During the movie, which lasts about one hour and 30 minutes, human beings who are acting as mime don’t even utter a world. Anyway there are some extra diegetic voices that are represented by the writings in old Armenian language. They look like the captions we used to find in silent cinema. We can also hear some noises that are amplified to the extreme- such as the collective bite of pomegranates or the water heavily falling down the legs of the monks.
Each frame has such a vivid and allegorical colour that it looks like a living painting in the end. There are some recurrent colours: red, white and blue. They show their deepest tones that are those of the typical Armenian decorations when Sayat Nova was living there. The 4:3 is helpful to this pictorial research made by the director: each frame has some typical elements that are complementary such as it was a painting. Nonetheless this is actually a painting but we have to consider the fact that all the images are connected to the others since we have to remind that it’s a movie in the end. There are some elements such as some animals and some objects that without doubt remind to a semiotics study and would require at least a second vision of the film: roosters, pomegranates, a shell and a white lace that turns into red.

A first vision of this movie causes a double feeling to its audience: it is caught by the splendour of these images but at the same time it feels conscious that they won’t be able to re-elaborate what they have just watched in a rational thought.
Then it’s highly recommended to watch this movie another time, maybe three times, maybe undefined number of time if you want to grab its deep and mysterious meanings. In fact after watching Sayat Nova we have perceived such a splendour that we just have the feeling it would necessary and pleasant at the same time to watch it another time.

“The Quiet Earth” (“La terra silenziosa”) di Geoff Murphy

La terra silenziosa. È proprio il silenzio la caratteristica più scioccante di questo lungometraggio del 1985 diretto da Geoff Murphy presentato all’interno della retrospettiva “Cose che verranno”.
Abituati ad un perenne brusio di sottofondo che circonda tutti noi, la completa solitudine del protagonista Zac spiazza lo spettatore soprattutto per la mancanza di rumori di qualsiasi tipo, dal cinguettio degli uccelli al perenne parlottio umano.

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“Tangerine” di Sean Baker

Siamo a Los Angeles, è la vigilia di Natale. Sin-Dee Rella, una ragazza transessuale, scopre dalla sua amica Alexandra che il suo ragazzo l’ha tradita mentre era in prigione. E, cosa ancor peggiore, l’ha fatto con una donna. Decide così di scoprire l’identità della ragazza. In giro per i quartieri depravati della città degli angeli, Sin-Dee inizia la sua caccia, accompagnata per breve tempo dall’amica.

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“Antonia” di Ferdinando Cito Filomanico – Conferenza stampa

Antonia Pozzi, una donna contemporanea

Gli ospiti attesi in questa seconda giornata di Conferenze stampa sono stati Ferdinando Cito Filomanico (regista), Linda Caridi (attrice), Alessio Praticò (attore),  Luca  Guadagnino (produttore), con il film Antonia nella sezione Festa Mobile.

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Il primo a dare avvio al botta e risposta è stato Cito Filomanico, che ha spiegato come è nato il progetto di un film sulla poetessa Antonia Pozzi, raccontando che l’idea è venuta per primo a Luca Guadagnino. In un secondo tempo, Filomanico ci ha messo del suo, immergendosi completamente nella vita della poetessa, svolgendo un lavoro di ricerca sulle sue opere e facendo interviste a gente che poteva raccontare qualcosa su di lei.

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“Lace Crater” di Harrison Atkins

A 22 anni Harrison Atkins dirige il suo primo lungometraggio, non nascondendo di aver tratto ispirazione dal film Begotten di Edmund Elias Merhige, dove i personaggi sono tutti incappucciati o in costume, non parlano mai né fanno capire alcunché di sé stessi, un po’ come il fantasma del film di Atkins.

Proprio per quanto riguarda il il fantasma, il regista rivela di aver scelto questo tipo di costume creato con sacchi di iuta, proprio per allontanare il personaggio dai soliti cliché riguardanti gli spettri. Inoltre dichiara di aver preso a modello le maschere del teatro kabuki, anche se difficilmente si trovano congruenze tra il film e il suddetto teatro giapponese.

Per quanto concerne la protagonista, la sua seconda vita su un gioco di realtà virtuale viene spiegata dalla relazione con l’alienazione postmoderna generata dai social media, dove nonostante la morte, l’account continua ad esistere.

I tratti stilistici dell’horror soprannaturale si mescolano con sfumature melodrammatiche che in alcuni casi spiazzano lo spettatore, come si nota nelle prime fasi dell’incontro fra Ruth ed il fantasma, dove la protagonista quasi psicoanalizza il suo interlocutore. Tutto ciò ammorbidisce la tensione del film nei momenti più intensi.

La colonna sonora è composta prevalentemente da musica elettronica combinata in alcuni casi a effetti rallenty in altri a fasi spaesanti con immagini che tendono allo psichedelico. Atkins rivela che queste immagini sono frutto del caso, in quanto in postproduzione copiando i file su hard disk, accidentalmente si scollegò il cavo, creando questo effetto che poi il regista ha voluto lasciare, per sottolineare lo stato di alienazione e le fasi di malattia che la protagonista Ruth vive in scena.

Per concludere, vi invito caldamente a tenere d’occhio questo regista che al suo esordio nonostante la giovane età, è riuscito a portare al Torino Film Festival un ottimo film e a stupire.

“Lamerica” di Stefano Galli

Ci sono autori come Wim Wenders, David Lynch, i fratelli Coen, che con i loro film hanno mostrato un’America diversa dall’immaginario classico delle grandi città o delle palme hollywoodiane, un’America profonda, fatta di grandi distanze e grandi diversità.

In linea con la concezione di tali autori è l’opera prima del regista e fotografo Stefano Galli, Lamerica, un documentario on the road in 16mm che ci porta nel cuore di questo continente, ancora poco conosciuto a noi d’oltreoceano.

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“La felicità è un sistema complesso” di Gianni Zanasi – Conferenza stampa

Mastandrea show

Domenica mattina, alla Conferenza stampa del Torino Film Festival era presente quasi l’intero cast de La felicità è un sistema complesso, tanto che non sono bastati i posti a sedere dietro il tavolo. A parte il regista Gianni Zanasi e la montatrice e produttrice Rita Rognoni, infatti, abbiamo assistito agli interventi di Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Hadas Yaron, Teco Celio, Filippo De Carli e Camilla Martini.

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Lo scambio (Nameless Authority) by Salvo Cuccia

Article by: Lorenzo Trombi

Translation by: Martina Taricco

Torino, November 23, 2015 – Lo Scambio, directed by Salvo Cuccia, is one of the four Italian movies which run in the main section of the 33rd Torino Film Festival.

The story is inspired by real events. The director wrote it after several meetings with Magistrate Alfonso Sabella, where the two had the chance to touch the subject of a mafia homicide in which three young boys were killed: two of them were, without any doubt, not tied to organized crime.

The first estranging element is that characters in this story do not have a name: this choice contributes to amplify the ambiguity of the plot. The whole sequence of events starts in media res with a series of crossfades of people walking in a normal city market. The music is deafening. Here, all of a sudden, two strangers appear on the scene and kill two young boys.

In the next scene the action moves on to a police station, where something does not completely persuade the audience. Although the badge of people who work in such place is shown many times, there are some elements, scattered all along the movie, which give to the public the feeling of not really being in a law seat. In a narrative climax, played on the edge of uncertainty and of the untold, is instilled the doubt that who serves the law might, actually, be a ruthless mafia boss. The proof of this comes shortly after, in a scene where a presumed chief of police, one of the protagonists, is shown, years before, while being questioned himself.

On a scenographical level, there is an interesting contrast between very austere house interiors and the exteriors of an extremely degraded Palermo. The interiors where a hypothetical Janus Bifrons moves, that is to say the chief of police who actually is a mafia boss, are rational and tied. It is however behind this formalism and this aseptic cure that a strong anguish feeling is hidden. The pitch is reached when the boss’ wife hangs herself as she can not live secluded in her own house, hunted by her demons.
Every character has its double; their psychologies are all shifty and cryptic: anyone could be anyone else. This choice made by the director is intended to focus the audience attention on the core of the events rather than on the personalities of the characters or on relational dynamics.
Everything in the movie is made essential; the story is apparently narrated in an impersonal way. The credo that is in force in this film is not siding with anyone.
These atmospheres enhance the feeling of indefiniteness and uncertainty in which a significant thematic crux is unraveled: what if the mafia has got the wrong person?

The chief of police questions a helpless surveyor who had the bad luck of being in the wrong place at the wrong time. The man is eventually killed, an eye-opening event which shows us how the mafia can sometimes get off track when deciding who has to be killed. By this stage of the film, as confirmed by the title, it seems very likely that there was a mistake and the man was mixed up with somebody else.
The several changes of the focus really strike the eye and add to the feeling of anxiety and oppression experienced by the characters in the film.
The decision to film a gunfight without actually showing it but presenting it to the audience in a fixed camera shot and through the gunshot sound is spot on.
Similarly, in a beating scene we don’t see people fighting but it is possible to understand what is happening thanks to the noise we hear and the shadows on the walls.
Cuccia’s notable work is structured as a moral story where all events are connected in a cause-effect relationship. He depicts a dry and cold story where everything is based on retaliation.

 

“Lo scambio” (“Nameless Authority”) di Salvo Cuccia

Lo scambio, film diretto da Salvo Cuccia, è uno dei quattro film italiani presenti nella sezione Film in concorso del 33° Torino Film Festival.

Il soggetto prende spunto da una storia vera. Il regista lo ha scritto dopo diversi incontri con il magistrato Alfonso Sabella, durante i quali questi ha parlato di un omicidio di mafia in cui erano morti tre ragazzi, due dei quali sicuramente non avevano niente a che fare con la criminalità.

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“Symptoma” di Angelos Frantzis

Dopo Into the Woods del 2010, Symptoma è il nuovo lavoro del regista greco Angelos Frantzis. A chi si avvicinasse solo adesso al cinema greco, questo film potrebbe risultare straniante, un groviglio in cui si disperdono onirismo e deliri concettuali. Il cinema greco contemporaneo è la meticolosa fusione di elementi fantastici, surrealistici e, a tratti, esoterici ma riesce raramente a plasmarli nella maniera corretta.

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“Luce Mia” di Lucio Viglierchio – Conferenza stampa

Memoriale di una malattia

Un film bergmaniano. Così è stato presentato ai giornalisti Luce mia, il film di Lucio Viglierchio, nato da un’idea di Viglierchio e Sabrina Caggiano che ne è anche la protagonista. L’ultimo lavoro del regista torinese nasce da una collaborazione con la Rai e grazie ai fondi ricevuti dal Piemonte Doc Film Fund.

Luce mia è anche un progetto transmediale, in quanto esistono un blog in cui sono raccontate le storie di Lucio e Sabrina (www.lucemia.it/film) e una piattaforma web che raccoglie testimonianze di medici, referti, diagnosi, analisi e risultati del percorso medico di Lucio: un luogo virtuale in cui si possono trovare informazioni scientifiche sulla leucemia e ricevere risposte alle domande più frequenti (www.lucemia.it/webdoc).  Luce mia è quindi un esempio di cinema immersivo che approfondisce la sconosciuta realtà ospedaliera all’interno di quei reparti caratterizzati dall’isolamento.

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Burnt by John Wells

Article by: Elisa Cocco

Translation by: Rita Pasci

After reaching success and having been awarded with two Michelin stars, the famous chef of a Paris restaurant, Adam Jones (played by Bradley Cooper), destroys his career with his addiction to drugs and women.
After a period of redemption, spent opening a million oysters, he decides to go back to London, determined to open the best restaurant in the world and to gain the much desired third Michelin star. In order to achieve this, however, he needs a group of experts and so he assembles the best team possible: financer Tony (Daniel Bruhl), his friend Max (Riccardo Scamarcio), his old French workmate Michel (Omar SY) and most of all, his colleague Helene (Sienna Miller), one of the best chefs on the British market.
Adam’s desire of redemption, the cooperation of his team and Helene’s love will bring him to conquer the sought-after third Michelin star.
Bradley Cooper is supported by a great cast: in addition to the above-mentioned actors, Uma Thurman plays the role of Simone Forth, the most important food reviewer in London; Emma Thompson is Dr. Hilda Rosshilde, a well-known psychiatrist; while Matthew Rhys plays the role of Montgomery Reece, a top celebrity chef well-known all around Europe, who has already owned three Michelin stars.
Burnt, directed by John Wells, tells a story about love for food and cooking, but it also focuses on the importance of second chances.
A witty, funny film. But, above all, a film that can make one’s mouth water.

  • “He is a two star Michelin chef, to get even one Michelin star you have to be like Luke Skywalker, and if you manage to get three… you are Yoda”.
  • “What if he is Darth Vader?”

 

Il blog degli studenti del Dams di Torino