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“UN AUTRE MONDE” DI STÉPHANE BRIZÉ

Presentato in concorso alla 78ª Mostra del cinema di Venezia e in anteprima nazionale ai Job Film Days di Torino, Un autre monde chiude la trilogia del lavoro di Stéphane Brizé. Se ne La loi du marché (2015) il regista francese affrontava la vicenda dal punto di vista dell’operaio e in En guerre (2018) raccontava le feroci lotte sindacali e le relative contraddizioni interne ai gruppi dei lavoratori, in quest’ultima fatica la cinepresa si sposta dal lato opposto della barricata: quello del dirigente aziendale.

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“9TO5: THE STORY OF A MOVEMENT” DI JULIA REICHERT E STEVEN BOGNAR

Dopo l’acclamato, e crudo, esordio con American Factory (2019), la Higher Ground Productions di Barack e Michelle Obama torna a occuparsi di un tema vicino al mondo del lavoro. Attuali più che mai in questi anni, e in questi giorni, i tema dell’occupazione femminile e delle pari opportunità vengono analizzati e raccontati dal punto di vista delle attiviste del Movimento 9to5, baluardo delle lotte sindacali dagli anni ’70 a oggi sul territorio statunitense.

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“LA CONQUISTA DE LAS RUINAS” DI EDUARDO GOMEZ

Nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma: le persone, gli ideali, le città. Il modo di concepire il peso della singola persona all’interno di una comunità, sempre più sospesa sul filo dell’ambiguità tra interessi, cause sociali e necessità di sopravvivere. Eduardo Gomez si muove liberamente lungo il ponte che collega l’anima rurale del Sudamerica e la sua sublimazione industriale: pietre, che forgiano l’asfalto e segnano la via per un nuovo mondo. Non per forza migliore.

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“OLD” DI M. NIGHT SHYAMALAN

Una coppia in crisi parte con i figli per un’ultima vacanza prima della separazione; la meta è un resort tropicale trovato su internet, un luogo apparentemente da sogno che si rivela teatro di avvenimenti oscuri e inspiegabili. Queste le premesse di Old, l’ultimo thriller di M. Night Shyamalan tratto dal graphic novel Château de sable. Il fumetto di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters diviene lo spunto perfetto per declinare temi e modi tipici del regista, che aggiunge un altro tassello al proprio universo fantastico e inquietante, dominato dal sovrannaturale. A minacciare i protagonisti, costringendoli a fronteggiare le proprie debolezze, è questa volta un’anomalia nello scorrere del tempo (ogni mezz’ora corrisponde a un anno), per cui la famiglia Capa si ritrova a invecchiare precocemente.

Shyamalan si confronta con una delle ossessioni più antiche dell’umanità, quella del tempus fugit, riaggiornandola alla luce delle nevrosi attuali, della coazione alla pianificazione e al consumo di esperienze, ambientandola nel contesto che più la esaspera: le vacanze. La nevrosi affligge gli adulti (il padre è un contabile fissato con le statistiche) quanto le nuove generazioni, come indicano i passatempi del piccolo Trent, che cataloga gli sconosciuti per nome e professione e programma per tappe il proprio futuro, con tanto di accenno al mutuo. Ma come ogni volta in cui il regista affronta la catastrofe questa si fa rivelazione, e il sovrannaturale è occasione per una presa di coscienza: ogni tentativo di spiegare il mondo è instabile e per quanto i personaggi affastellino teorie il mistero dell’isola resta insolubile. Come in The Happening (2008), ci si salva accantonando l’assillo interpretativo, riscoprendo i legami e il valore del qui e ora, e la rivelazione giunge tornando a costruire castelli di sabbia.

Laddove statisti e medici falliscono, la chiave sta dunque in un gioco tra bambini, in un messaggio in codice che richiede il salto della fede, non in un dio ma nel gioco narrativo. Ancora una volta in Shyamalan, le storie salvano così come si svelano, mettendo a nudo le proprie strutture: dalla compressione temporale permessa dal montaggio che si fa centro tematico, alla presenza del regista in scena (qui demiurgo e spettatore, che osserva i personaggi appostato su un’altura), all’elaborazione stilistica evidenziata dagli insistiti fuori-campo; l’impalcatura cinematografica si manifesta apertamente, senza però minare la sospensione dell’incredulità. Come a ribadire che il cinema è sì finzione, ma è una storia a cui vogliamo (e forse dobbiamo) credere.

Chiara Rosaia

“MIDSOMMAR – IL VILLAGGIO DEI DANNATI” DI ARI ASTER

La protagonista di Midsommar – Il villaggio dei Dannati di Ari Aster è Dani (Florence Pugh), dottoranda di psicologia che dopo aver perso i suoi genitori e la sorella cerca rifugio nel suo ragazzo Christian (Jack Reynor). Lui è un aitante quanto accondiscendente e allo stesso tempo insicuro, se non inetto, studente americano di antropologia che, fin dall’inizio, mostra segni di insofferenza nei confronti della giovane, confondendo la sua malattia mentale con una ‘ricerca di attenzioni’. Un viaggio in Svezia organizzato da Pelle (Vilhelm Blomgren), amico di Christian, serve da palliativo al dolore della giovane che però viene invitata con ritrosia.

I protagonisti di “Midsommar” in un frame del film. Da sx a dx: Christian (Jack Reynor), Dani (Florence Pugh), Josh (William Jackson Harper), Pelle (Vilhelm Blomgren).

La forza di Midsommar è di riuscire a raccontare una storia dell’orrore senza dover ricorrere al buio, alle ombre, a ciò che non si vede: l’Hälsingland svedese, con le sue lunghissime giornate d’estate in cui la luce scompare solo per un paio d’ore, diventa un perverso panorama da cartolina in cui avvengono rituali d’iniziazione sanguinolenti, animaleschi, violenti in un culto di uomini e di donne, spesso costrette all’endogamia, sotto un’aura di apparente e candida tranquillità. Ari Aster compie un vero e proprio studio antropologico di questa comunità altera e ambigua: è capace di raccontare un universo in cui le norme sociali e religiose sono decise con una precisione chirurgica in cui, ad esempio, gli anziani si suicidano gettandosi da una rupe anziché sacrificare il loro corpo al passare del tempo, e le donne si intrattengono in una danza lunghissima, simile a un sabba stregonesco, che serve a decidere la “regina di Maggio”.

La scrittura e la direzione, che portano entrambe la firma di Aster, richiamano quel mondo opaco, buio e triste di Hereditary, suo primo film, e ne riprendono alcuni temi: il disagio mentale, la deformazione fisica, il rituale magico ma anche le modalità del racconto che inseriscono entrambi i film nella forma di slowburn horror movie, che muovono da ritmi molto dilatati per terminare con una violenta escalation di azioni orrorifiche e gore. Acclamato dalla critica, Midsommar utilizza mezzi ipnotici (chiarezza d’immagine, distorsioni ottiche, immagini capovolte, note e suoni di archi, flauti e fisarmoniche ripetuti) per attirare lo sguardo dello spettatore e coinvolgerlo nella sua storia di due ore e mezza: alla dissolvenza finale, quando il rituale tra film e spettatore si spezza, ci si domanda però se ciò a cui si è assistito sia stato realmente ‘originale’ o ‘mai visto’, soprattutto per la scelta di girare un horror alla luce del sole che in realtà è, forse, e soprattutto, una storia d’amore che finisce.

Foto promozionale del film “Midsommar”.

Infatti, non solo una storia simile è stata già raccontata con The Wicker Man da Anthony Shaffer e Robin Hardy nel 1973, ma alcune inquadrature e scelte di montaggio ricordano tanto Shining di Stanley Kubrick (il montaggio alternato tra le immagini dei genitori e quelle degli anziani sulla rupe ricorda quello delle gemelline vestite di azzurro), quanto il più recente Suspiria di Luca Guadagnino (la scena del sabba che richiama quella dell’analogo rito in onore di Mater Suspiriorum). Nonostante il gioco di citazioni e richiami, possiamo dire che il racconto di Midsommar si risolva, in fin dei conti, in una perversa vendetta nei confronti di un uomo che non sa amare e di una donna che ha perso la stabilità familiare e relazionale all’interno di una cultura straniera precisamente disegnata, spingendoci così a ragionare sulla questione delle tradizioni e degli stereotipi sulla diversità.