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TORNARE AL CINEMA DOPO L’EMERGENZA COVID-19

Dopo più di tre mesi di lockdown, il 15 giugno le luci dei cinema si sono riaccese. Era un giorno molto atteso, carico di speranze e di timori nell’illusione che con l’arrivo di questa data avremmo capito il futuro del cinema. Ma se già si parlava di crisi delle sale prima dell’emergenza Covid-19, come aspettarsi un evento straordinario per il giorno della riapertura? Sono stati infatti 116 gli schermi attivati, neanche il 10% sul totale di 1.218 presenti sul territorio. I film proposti sono stati 41, dei quali soltanto 8 sono state prime visioni al cinema di film già disponibili al pubblico attraverso piattaforme on demand, come Les Misérables e Favolacce.

Lunedì 15 giugno gli spettatori sono stati 2.370 in tutta Italia, una cifra a cui è difficile credere se comparata agli oltre 67.000 spettatori presenti in sala l’anno scorso nello stesso lunedì di giugno. In questo scenario drammatico, soffermiamoci però a pensare che qualche migliaio di persone ha scelto di andare al cinema, sfidando la paura dei luoghi chiusi, degli assembramenti e di eventuali disagi dovuti a una nuova prassi di accesso e fruizione dello spettacolo cinematografico. 

Come è stata l’esperienza di tornare in sala? Qui riporto un’esperienza personale, vissuta entrando al Cinema Massimo di Torino il 18 giugno, alla proiezione serale del film Buio presentato dal direttore del Museo del Cinema Domenico De Gaetano, dal direttore della Film Commission Torino Piemonte Paolo Manera, dalla regista Emanuela Rossi, dai produttori e i protagonisti del film. Si trattava quindi di un’occasione particolare, un evento proposto per celebrare la tanto attesa riapertura. In realtà, l’esperienza è iniziata preparandosi per andare al cinema, con una trepidazione che più si addiceva a una festa o a un appuntamento romantico. Un’attesa carica di aspettative, soprattutto per la curiosità di scoprire quante persone si sarebbero presentate al cinema in quella prima sera. Arrivare davanti alla sala con il consueto anticipo si è rivelato superfluo poiché, nonostante l’ingresso sia avvenuto lentamente per attendere il proprio turno, misurare la temperatura, igienizzare le mani e pagare il biglietto, le persone in coda non erano molte. Il momento più emozionante è stato senz’altro ritrovare Giulia, la ragazza della biglietteria, che da dietro la mascherina riusciva a far trasparire un sorriso. Non è stato possibile fermarsi a scambiare due parole, per paura di intralciare le operazioni minuziosamente controllate dal personale. Sono quindi entrata in sala e nel corridoio ho realizzato che il cinema non aveva più lo stesso odore. L’odore caldo della tappezzeria era stato sostituito da un più fresco odore di detergente, completamente diverso da quel sentore familiare. In sala c’erano già alcune persone che chiacchieravano, e una volta preso posto non ho potuto fare a meno di ascoltare. Qualcuno lamentava che in città fosse aperto un solo cinema, qualcun altro riduceva la propria presenza alla semplice noia, che altrimenti avrebbe aggirato andando al ristorante, altri ancora esclamavano con gioia e sorpresa nel momento in cui entravano in sala: “Siamo al cinema, non mi sembra vero!”. In poche battute si aveva la percezione del ritorno a un’attività quotidiana, che fosse un passatempo o una passione. A quel punto potevo togliere la mascherina, pur facendo un dispiacere ai giornalisti venuti a immortalare l’evento e che con rammarico si trovavano di fronte una situazione completamente normale: una platea di persone, alcune insieme, altre separati, che osservavano lo schermo. Niente posti a scacchiera per chi era venuto in compagnia, né mascherine sul viso. E’ stato buffo constatare anche la spontaneità con cui gli ospiti si sono passati il microfono, un gesto semplice che agli occhi dei più timorosi adesso appare come un attentato. Ci siamo lasciati trascinare, e siamo tutti di nuovo sprofondati nel buio della sala. Dopo neanche due secondi c’era già qualcuno che faceva le foto allo schermo di nascosto, un flash accidentale, poi la carta di una caramella stropicciata tra le dita. Ma niente colpi di tosse questa volta. 

In definitiva tornare al cinema… è normale. Ci si siede al proprio posto e si gode della proiezione, isolandosi in un altro mondo e al tempo stesso percependo di non essere soli. Può essere cambiato il suo odore, ma l’essenza è rimasta la stessa. 

Ci vorrà tempo per capire se il cinema riuscirà a tornare il luogo di aggregazione che era prima dell’emergenza Covid, ma i primi segnali di ripresa cominciano a vedersi: in una settimana gli schermi sono cresciuti da 116 a 342 nel week end del 20-21 giugno, e i biglietti staccati nella prima settimana sono stati 24.404. Crescono i numeri, ma restano le incertezze: come evolverà questo trend man mano che l’estate avanza? Quali titoli animeranno le sale alla ricerca di prodotti di spicco per attirare il pubblico? Non basterà l’attesissimo Tenet di Christopher Nolan, previsto in Italia per il 3 agosto. E quale sarà l’apporto delle arene estive, al momento costrette anch’essa a vita difficile? Apriranno altri cinema? 

Pensare che dietro ai numeri delle presenze ci sono persone che scelgono ogni giorno di dare un sostegno a questa industria culturale, più o meno consapevolmente, portandovi le proprie storie, paure e trepidazioni, è una modo per guardare positivamente a una nuova fase per il nostro cinema. 

Arianna Vietina

Fonti dat: Cinetel, Cineguru su Screenweek

“MIDSOMMAR – IL VILLAGGIO DEI DANNATI” DI ARI ASTER

La protagonista di Midsommar – Il villaggio dei Dannati di Ari Aster è Dani (Florence Pugh), dottoranda di psicologia che dopo aver perso i suoi genitori e la sorella cerca rifugio nel suo ragazzo Christian (Jack Reynor). Lui è un aitante quanto accondiscendente e allo stesso tempo insicuro, se non inetto, studente americano di antropologia che, fin dall’inizio, mostra segni di insofferenza nei confronti della giovane, confondendo la sua malattia mentale con una ‘ricerca di attenzioni’. Un viaggio in Svezia organizzato da Pelle (Vilhelm Blomgren), amico di Christian, serve da palliativo al dolore della giovane che però viene invitata con ritrosia.

I protagonisti di “Midsommar” in un frame del film. Da sx a dx: Christian (Jack Reynor), Dani (Florence Pugh), Josh (William Jackson Harper), Pelle (Vilhelm Blomgren).

La forza di Midsommar è di riuscire a raccontare una storia dell’orrore senza dover ricorrere al buio, alle ombre, a ciò che non si vede: l’Hälsingland svedese, con le sue lunghissime giornate d’estate in cui la luce scompare solo per un paio d’ore, diventa un perverso panorama da cartolina in cui avvengono rituali d’iniziazione sanguinolenti, animaleschi, violenti in un culto di uomini e di donne, spesso costrette all’endogamia, sotto un’aura di apparente e candida tranquillità. Ari Aster compie un vero e proprio studio antropologico di questa comunità altera e ambigua: è capace di raccontare un universo in cui le norme sociali e religiose sono decise con una precisione chirurgica in cui, ad esempio, gli anziani si suicidano gettandosi da una rupe anziché sacrificare il loro corpo al passare del tempo, e le donne si intrattengono in una danza lunghissima, simile a un sabba stregonesco, che serve a decidere la “regina di Maggio”.

La scrittura e la direzione, che portano entrambe la firma di Aster, richiamano quel mondo opaco, buio e triste di Hereditary, suo primo film, e ne riprendono alcuni temi: il disagio mentale, la deformazione fisica, il rituale magico ma anche le modalità del racconto che inseriscono entrambi i film nella forma di slowburn horror movie, che muovono da ritmi molto dilatati per terminare con una violenta escalation di azioni orrorifiche e gore. Acclamato dalla critica, Midsommar utilizza mezzi ipnotici (chiarezza d’immagine, distorsioni ottiche, immagini capovolte, note e suoni di archi, flauti e fisarmoniche ripetuti) per attirare lo sguardo dello spettatore e coinvolgerlo nella sua storia di due ore e mezza: alla dissolvenza finale, quando il rituale tra film e spettatore si spezza, ci si domanda però se ciò a cui si è assistito sia stato realmente ‘originale’ o ‘mai visto’, soprattutto per la scelta di girare un horror alla luce del sole che in realtà è, forse, e soprattutto, una storia d’amore che finisce.

Foto promozionale del film “Midsommar”.

Infatti, non solo una storia simile è stata già raccontata con The Wicker Man da Anthony Shaffer e Robin Hardy nel 1973, ma alcune inquadrature e scelte di montaggio ricordano tanto Shining di Stanley Kubrick (il montaggio alternato tra le immagini dei genitori e quelle degli anziani sulla rupe ricorda quello delle gemelline vestite di azzurro), quanto il più recente Suspiria di Luca Guadagnino (la scena del sabba che richiama quella dell’analogo rito in onore di Mater Suspiriorum). Nonostante il gioco di citazioni e richiami, possiamo dire che il racconto di Midsommar si risolva, in fin dei conti, in una perversa vendetta nei confronti di un uomo che non sa amare e di una donna che ha perso la stabilità familiare e relazionale all’interno di una cultura straniera precisamente disegnata, spingendoci così a ragionare sulla questione delle tradizioni e degli stereotipi sulla diversità.

“UN RUBIO” DI MARCO BERGER

La peculiarità di Un Rubio dell’argentino Marco Berger, in concorso nella selezione lungometraggi della 34ma edizione del Lovers Film Festival, è sicuramente quella di costruire e mantenere attiva la tensione magnetica e sessuale dei suoi due protagonisti, Gabriel (Gaston Re), un trentenne taciturno, e Juan (Alfonso Baron), una versione più rude, e a tratti sporca, di un Adone mitologico.

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Brooklyn by John Crowley

Article by: Giulia Conte

Translation by: Rita Pasci

Brooklyn, a drama directed by John Crowley and written by Nick Hornby, based on the novel of the same name by Colm Toìbin. It’s the moving story of Eilis Racey (Saoirse Ronan), a young Irish immigrant who, attracted by the promise of America, departs from Ireland leaving her family and her home to reach the coasts of New York City. The initial chains of homesickness quickly fade away and Eilis lets herself get lost in the intoxicating charm of love. Pretty soon, her liveliness is interrupted by her past, and this young woman will have to make a choice between the two countries and the two lives they involve. Continua la lettura di Brooklyn by John Crowley

Lo scambio (Nameless Authority) by Salvo Cuccia

Article by: Lorenzo Trombi

Translation by: Martina Taricco

Torino, November 23, 2015 – Lo Scambio, directed by Salvo Cuccia, is one of the four Italian movies which run in the main section of the 33rd Torino Film Festival.

The story is inspired by real events. The director wrote it after several meetings with Magistrate Alfonso Sabella, where the two had the chance to touch the subject of a mafia homicide in which three young boys were killed: two of them were, without any doubt, not tied to organized crime.

The first estranging element is that characters in this story do not have a name: this choice contributes to amplify the ambiguity of the plot. The whole sequence of events starts in media res with a series of crossfades of people walking in a normal city market. The music is deafening. Here, all of a sudden, two strangers appear on the scene and kill two young boys.

In the next scene the action moves on to a police station, where something does not completely persuade the audience. Although the badge of people who work in such place is shown many times, there are some elements, scattered all along the movie, which give to the public the feeling of not really being in a law seat. In a narrative climax, played on the edge of uncertainty and of the untold, is instilled the doubt that who serves the law might, actually, be a ruthless mafia boss. The proof of this comes shortly after, in a scene where a presumed chief of police, one of the protagonists, is shown, years before, while being questioned himself.

On a scenographical level, there is an interesting contrast between very austere house interiors and the exteriors of an extremely degraded Palermo. The interiors where a hypothetical Janus Bifrons moves, that is to say the chief of police who actually is a mafia boss, are rational and tied. It is however behind this formalism and this aseptic cure that a strong anguish feeling is hidden. The pitch is reached when the boss’ wife hangs herself as she can not live secluded in her own house, hunted by her demons.
Every character has its double; their psychologies are all shifty and cryptic: anyone could be anyone else. This choice made by the director is intended to focus the audience attention on the core of the events rather than on the personalities of the characters or on relational dynamics.
Everything in the movie is made essential; the story is apparently narrated in an impersonal way. The credo that is in force in this film is not siding with anyone.
These atmospheres enhance the feeling of indefiniteness and uncertainty in which a significant thematic crux is unraveled: what if the mafia has got the wrong person?

The chief of police questions a helpless surveyor who had the bad luck of being in the wrong place at the wrong time. The man is eventually killed, an eye-opening event which shows us how the mafia can sometimes get off track when deciding who has to be killed. By this stage of the film, as confirmed by the title, it seems very likely that there was a mistake and the man was mixed up with somebody else.
The several changes of the focus really strike the eye and add to the feeling of anxiety and oppression experienced by the characters in the film.
The decision to film a gunfight without actually showing it but presenting it to the audience in a fixed camera shot and through the gunshot sound is spot on.
Similarly, in a beating scene we don’t see people fighting but it is possible to understand what is happening thanks to the noise we hear and the shadows on the walls.
Cuccia’s notable work is structured as a moral story where all events are connected in a cause-effect relationship. He depicts a dry and cold story where everything is based on retaliation.