Archivi tag: Documentario

“SELFIE” DI AGOSTINO FERRENTE

Napoli è ormai città cinematograficamente mitologica. La genesi del mito la si deve, è chiaro, a Gomorra. Pietra miliare della metamorfosi napoletana, della sua trasformazione da città mediterranea, farsesca e fiera, a metropoli in mano alla camorra e al degrado, Gomorra sembra aver ridisegnato connotati e simbologia del capoluogo campano: e là dove c’eran Totò e Peppino a far ridere sotto al sole, oggi ci sono ragazzini con la pistola tra le mani. Così, dopo qualche anno in sordina, forse passato a riflettere sugli effetti nocivi di questa trasfigurazione immaginifica (si pensi all’apologia del sindaco De Magistris: “Napoli non è Gomorra. È la città della cultura”), nell’ultimo lustro diversi registi si son fatti coraggio e hanno ripreso il discorso iniziato da Garrone (via Roberto Saviano) e proseguito sulle cronache: per ultimi, oltre all’omonima trasposizione televisiva del capolavoro garroniano, La paranza dei bambini di Giovannesi e questo Selfie firmato Agostino Ferrente.

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“The truth about killer robots” di di Maxim Pozdorovkin

Non bisogna farsi trarre in inganno dal titolo del documentario di Maxim Pozdorovkin The Truth About Killer Robots: non ci troviamo davanti a un lavoro di science fiction in cui le macchine si ribellano e uccidono gli umani, e quella a cui assistiamo è un’invasione graduale e più subdola. Il regista utilizza il pretesto dell’indagine sulla morte delle prime vittime di intelligenze artificiali per mostrarci come la tecnologia stia evolvendo, trasformando totalmente il nostro modo di fruire di determinati beni e servizi.

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“Take Light” di Shasha Nakahai

Tra i grandi paradossi che segnano il continente africano vi è quello dell’inaccessibilità ai servizi basilari nonostante la grande disponibilità di risorse prime. È questo il caso della Nigeria che, nonostante possieda la più grande riserva di gas naturale in Africa e sia il maggior produttore di energia elettrica, può garantire accesso alla linea elettrica a meno del 50% della sua popolazione, e anche questo 50% ne può disporre per limitate fasce orarie, spesso interrotte da improvvisi blackout e malfunzionamenti.

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“Normal” di Adele Tulli

Una ricerca di dottorato che si trasforma in un viaggio e diventa un film. Un percorso durato più di tre anni e che ha attraversato tutta l’Italia  allo scopo di provare a fare una mappatura di quello che potrebbe essere definito, oggi in Italia, il sistema dei generi.  Normal di Adele Tulli è un susseguirsi di immagini che tentano di restituire quelle che sono le convenzioni sociali legate ai concetti di mascolinità,  femminilità e sessualità di un paese che si racconta attraverso  gesti, parole e rituali che sembrano ancora troppo “limitanti”.

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“Butterfly” di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman

Gli antichi greci vedevano i loro migliori atleti come degli eroi, elogiavano ed elevavano quegli uomini rispetto alla massa, e gli artisti li cantavano in ogni modo: dall’esaltazione della perfezione dei corpi, rappresentata nelle statue, all’elogio delle loro gesta sportive nei componimenti, come quelli delle Olimpiche di Pindaro. Questa esaltazione cresceva con la consacrazione dell’atleta nella vittoria in una delle discipline sportive praticate proprio nelle Olimpiadi, manifestazione giunta fino a noi e alla quale, tutt’oggi, il mondo intero conferisce enorme importanza.

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“GRIZZLY MAN” DI WERNER HERZOG

Parlare di Werner Herzog è facile e difficile allo stesso tempo. Facile perché il cineasta tedesco è tra i più grandi registi contemporanei: uomo affascinante e integerrimo, su Herzog si può dire e raccontare molto, tanto che la sua persona appare ai cinefili più giovani come un personaggio memorabile di un film, più che come l’uomo dietro la macchina da presa . D’altronde è stato lo stesso Herzog a spingere verso questa presentazione di sé come figura iconica e leggendaria, rappresentandosi nei suoi propri film come un Caronte delle anime mostruose, apparendo cioè nella messinscena dei suoi documentari accanto, più che di fronte, ai personaggi quasi mitologici che ha saputo far parlare. Eppure, nonostante questa proliferazione dei discorsi possibili su Herzog e, quindi, nonostante la facilità con cui si può pescare dal cilindro della personalità e dalla storia cinematografica del regista un discorso, diciamo così, “valido” ecco, nonostante tutto, parlare di Werner Herzog risulta estremamente difficile e complesso.

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“ATTO DI FEDE” DI VITTORIO ANTONACCI

Dopo aver conosciuto i componenti di una banda da giro, ossia una banda musicale itinerante che suona alle feste religiose con processione, in occasione della realizzazione di un breve documentario intitolato Come sopravvivere alla banda, il regista Vittorio Antonacci ha sentito il bisogno di espandere l’indagine attorno alle professionalità itineranti che si sviluppano attorno alle feste patronali e più in generale religiose.

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“IN QUESTO MONDO” BY ANNA KAUBER

Article by: Marco De Bartolomeo

Translation by: Maria Elisa Catalano

A quiet clearing in the mountais, the tinkling of cowbells, a shepherd playing the violin near the flock. It might seem to be an idyll, a fiction, a delicate literary landscape like the one that we find in Virgilio’s Bucoliche, or from Tasso’s Aminta; but here, the mountains are in Veneto, the sheep are called by their names and the shepherd is actually a girl who has preferred pastoralism to the passion for music.

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“IN QUESTO MONDO” DI ANNA KAUBER

Una tranquilla radura di montagna, il tintinnare dei campanacci, un pastore che suona il violino vicino al suo gregge. Potrebbe sembrare un idillio, una finzione, un delicato paesaggio letterario come quello delle Bucoliche di Virgilio o dell’Aminta di Tasso; se non fosse che qui le montagne sono quelle del Veneto, le pecore sono chiamate per nome e il pastore, in realtà, è una ragazza che alla passione per la musica ha preferito la pastorizia.

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“4 BÂTIMENTS, FACE À LA MER” DI PHILIPPE ROUY

Dell’affascinante sezione di documentari del TFF, intitolata “Apocalisse”, fa parte 4 Bâtiments, face à la mer, documentario atipico che sfrutta le registrazioni perpetue di una webcam installata all’interno della centrale nucleare di Fukushima. Philippe Rouy, con queste immagini, realizza un film che offre allo spettatore diversi spunti di riflessione, in particolare sulla definizione e sul concetto stesso di apocalisse.

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“IMPETUS” BY JENNIFER ALLEYN

Article by: Cristian Viteritti

Translated by: Giulia Maiorana

Impetus by Jennifer Alleyn is a hybrid film which combines typical expressive forms of documentary films, such as interviews, with fictional ways of narrating. The final product is a film full of storylines and timeframes that lead to a reflection on action and movement’s relevance and strength.

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“IMPETUS” DI JENNIFER ALLEYN

Impetus di Jennifer Alleyn è un film ibrido, che mescola alcune delle tipiche modalità espressive del documentario, come l’intervista, con i mezzi narrativi delle opere di finzione.  Il prodotto finale è un film ricco di intrecci e di linee temporali che terminano in una riflessione sull’importanza e la potenza del movimento, dell’azione.

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“INTERSECTIONAL VIEWS” DI ANDREA SILVESTRO E STEFANO STEFANINI

“Non mi è mai stato detto di essere attraente nonostante il colore della mia pelle”.
“Non ho mai ricevuto insulti o violenze per il mio orientamento sessuale”.
“Non mi è mai stata negata un’opportunità lavorativa a causa del mio genere”.
In una società sistematicamente ingiusta, poter fare questo tipo di affermazioni equivale a un privilegio. Cos’è quindi l’intersezionalità e perché è così importante parlarne?

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“Nessuno ci può giudicare” di Steve Della Casa e Chiara Ronchini

Il primo elemento che si nota in un film è il titolo e in questo caso è interessante osservare come venga estesa a una generazione intera l’affermazione “nessuno mi può giudicare”, che negli anni ’60 identificava la cantante Caterina Caselli, per la sua giovinezza e per il suo essere donna rockettara, e la sua amatissima canzone. Queste ebbero un successo tale da oscurare l’interpretazione originale della star americana Gene Pitney e da generarne un film.

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In fabbrica (At the Factory) by Francesca Comencini

Article by: Lara Vallino

Translation by: Roberto Gelli

Contemporary images of FIAT plants during the night covered by the machinery’s noise. Break. Second worldwide postwar period: Sicilian children are interviewed about the matter “Where are you dads?” “They are in Germany”.
This is the beginning of Francesca Comencini’s documentary entitled In fabbrica: Cipputi Award winner in 2007 as the best film about work. This year Comencini has received the lifetime achievement award in TFF.
During the Fifties Italy relies on industry, in order to improve working life, which can guarantee a better lifestyle. In a short dialogue between a journalist and a worker we hear “Is it easy to find a job?”, “Yes, there is a lot”, which causes some astonishment among the modern spectators, who got used to the term precariousness. But those years represent the highest point for the local economy, the so-called economic boom: from all the areas of the peninsula people move towards the big northern industries, so as to find a job. “Would you come back home to Naples?”, “No, not even if they covered me with gold”, this is the reply given by a girl defending her new status of worker. The interviewed show themselves to be always satisfied, in a time when job is a source of money and sustenance. What is more, it is something, which people can be proud of. On the other hand, this period also witnesses a strange combination between guaranteed jobs and black market labour, sometimes related to child labour.
Those years give progressively birth to a class consciousness, which results in the first FIAT workers uprising in 1962. If it is true that they get better work conditions, more problems seem to arise like that concerning the housing of people coming from the south. As a female worker stated in 1968: “those who always work by using their arms, lose mental agility, memory and thinking ability”. This situation leads towards new strikes aimed at removing production lines: workers now want to take part at the production activity, not only by tightening bolts, but by putting something of their own into the final products.
With the 80’s the concepts of profit and progress come onto the scene and automation systems are adopted in the firms. Workers form picket lines surrounding FIAT plants 35 days long, the firm replies imposing unemployment insurance. On 14th August, 1980 workers not involved in the measure, together with common citizens, demonstrate in the streets of Turin. It is the so-called “March of the forty thousand”; an invisible crowd of people opposing workers strike and demonstration. The unprecedented event is a sign of a rising individualism and negation of class consciousness. From that time on, there were in fact no strikes anymore.
Nowadays factories are still there but their workers have become a sort of invisible entity: none of them thinks about protesting or striking. There is an emptiness in terms of unity, that same unity which would let the situation change. Above all, none seems to believe in change anymore. A sense of resignation and indifference has spread among workers causing the maintaining of the status quo, which was conquered through efforts during those years, when consciousness of factory workers in Italy was born.