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“TRUE HISTORY OF THE KELLY GANG” DI JUSTIN KURZEL

Justin Kurzel, dopo il suo adattamento del Macbeth, si ispira nuovamente a un’opera letteraria: questa volta si tratta però del romanzo di Peter Carey, che ricostruisce della vita del criminale australiano Ned Kelly. Contraddittoria figura vissuta nel XIX secolo che, insieme ai membri della sua famiglia ed altri reietti, sfidò le autorità coloniali britanniche, acquisendo un’aura mitica da ribelle.

Kurzel divide il lungometraggio in tre atti, con una parallela evoluzione della regia: l’infanzia di Ned, la piena virilità e la leadership dei ribelli.

Nel primo atto Ned (George MacKay) vive con la sua famiglia in un luogo isolato e in assoluta povertà; il bambino è costretto a crescere in fretta, facendo della lotta per la sopravvivenza l’unico vero valore. La sua infanzia, inoltre, non manca di traumi: il padre viene ucciso e la madre per poter sfamare la famiglia lo vende ad Harry (Russel Crowe), un fuorilegge che costringe il ragazzino a sparare al sergente responsabile della morte del padre. A causa di questa aggressione Ned viene condotto in prigione, dove rimarrà fino all’età adulta. In questa prima parte predominano i campi larghi, nell’intento di mostrare come il mondo esterno influirà sulla psicologia del protagonista.

Il momento della virilità si apre con un combattimento in una casa nobiliare, dove a sfidarsi ci sono Ned e un altro giovane, per il solo diletto dei ricchi. Il protagonista è mostrato alla stregua di un animale, ed è proprio quando torna dalla famiglia ergendosi a figura guida che la sua “educazione” raggiunge il risultato che la madre tanto desiderava. A differenza dell’atto precedente, qui la regia si concentra sull’evoluzione del corpo di Kelly, che sfugge sempre più al suo controllo razionale.

Se fino a questo punto le scelte di Ned sembrano seguire una logica, dopo che un agente della corona arresta sua madre, egli perde completamente il senno; inizia così la vicenda della Kelly Gang, composta da Ned e dai fratelli, che compie scorribande nel tentativo di attirare la polizia britannica, con l’intento di sconfiggerla e di liberare la madre. La famiglia Kelly ha una profonda impronta matriarcale, e la donna è per il protagonista una presenza ossessiva, che lo accompagnerà fino al momento della sua impiccagione. Insieme a Ned anche il film, nella sua ultima parte, si smarrisce nel tentativo di sviscerare gli animi tormentati dei personaggi; la macchina da presa indugia sulle fisionomie dei ribelli, mostrandone il degrado psicologico, e costringendo lo spettatore a inseguire un senso che è difficile da trovare.

Lorenzo Radin

“GOD EXISTS, HER NAME IS PETRUNYA” E TEONA STRUGAR MITEVSKA

Una sorpresa e una rivelazione: non solo la scoperta del fatto che Dio sia donna, ma soprattutto l’inclusione di Teona Strugar Mitevska nel pàntheon degli autori europei. È l’utilizzo della potenza della “macchina cinema” quello che più stupisce nella filmografia della regista macedone, dal momento che recupera e reinterpreta la lezione del cinema civile, sempre impegnato ad affrontare tematiche attuali per smuovere le coscienze senza avere un tono moraleggiante o predicatorio: “il cinema non può essere una forma di autoerotismo, ma deve essere uno specchio della società in cui viviamo e un modo per reagirvi”.

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“FRANCES FERGUSON” DI BOB BYINGTON

North Platte, Nebraska, cittadina di 8.000 residenti in cui “tutti conoscono tutti e chiunque conosce chiunque”. Una giovane donna, Frances Ferguson (Kaley Wheless), supplente di inglese infelicemente sposata con un uomo ossessionato dal porno e con una figlia di nome Perfait (sì, “Perfetta”), viene arrestata dopo essere andata a letto con uno studente minorenne. Ma la macchina da presa decide di non colpevolizzarla per questo. Basta già la comunità in cui vive a farlo.

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“L’ULTIMO PIANO”, DELLA SCUOLA G. M. VOLONTÉ

L’ultimo piano è un film collettivo – firmato da nove registi (Giulia Cacchioni, Marcello Caporiccio, Egidio Alessandro Carchedi, Francesco Di Nuzzo, Francesco Fulvio Ferrari, Luca Iacoella, Giulia Lapenna, Giansalvo Pinocchio, Sabrina Podda) con la supervisione artistica di Daniele Vicari e prodotto dalla Scuola d’Arte Cinematografica “Gian Maria Volonté” con Vivo film – che non ha paura di osare e che non soffre di alcun complesso di inferiorità nei confronti dell’industria cinematografica, ma anzi la sfida. Nonostante qualche imperfezione, questo film d’esordio non ha nulla da invidiare a molte altre opere prime italiane e nemmeno a tante produzioni nostrane, spesso stereotipate, che percorrono un canovaccio e una strada ormai scontata e ripetitiva.

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“QUEEN & SLIM” DI MELINA MATSOUKAS

Queen & Slim è la storia di come un controllo di routine da parte della polizia possa trasformarsi in un’esperienza molto diversa per due afroamericani nell’America contemporanea. Rifacendosi alle sempre più numerose storie di violenza da parte di poliziotti bianchi su membri della comunità nera il film parte da una provocazione: cosa succederebbe se la vittima reagisse? Ernest “Slim” Hines (Daniel Kaluuya) e Angela “Queen” Johnson (Jodie Turner-Smith) stanno tornando da un deludente primo appuntamento quando vengono fermati da un poliziotto e, per legittima difesa, lo uccidono; la pellicola li segue nella loro breve ma intensa fuga attraverso gli Stati Uniti, nel tentativo di arrivare a Cuba.

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“LONTANO LONTANO” DI GIANNI DI GREGORIO

Un viaggio spesso è qualcosa che spaventa perché presuppone un cambiamento: il lasciarsi alle spalle un luogo per raggiungerne un altro. Tuttavia esso può essere anche più astratto, ovvero una situazione interiore che un individuo si appresta a vivere, una sorta di viaggio per scoprire se stessi.

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“SIMPLE WOMEN” DI CHIARA MALTA

È il 1989 e in televisione scorrono ininterrotte le immagini della morte di Nicolae Ceaușescu e della moglie Elena. Federica (Jasmine Trinca) sta festeggiando il Natale con la sua famiglia quando, per la prima volta, soffre di una crisi epilettica. Qualche anno più tardi è un’adolescente ossessionata dal cult Simple Men (Hal Hartley, 1992) e dal personaggio interpretato da Elina Löwensohn, afflitta nel film dallo stesso disturbo. I destini delle due donne sono destinati a intrecciarsi vorticosamente quando una Federica ormai adulta (e regista) incontra l’attrice rumena per le vie di Roma. La cineasta propone a Elina di interpretare se stessa in un biopic ambientato a Bucarest e l’attrice supera le sue riluttanze nella speranza di riguadagnarsi un successo da tempo sopito.
Simple Women, lungometraggio di esordio di Chiara Malta, dichiara i suoi intenti fin dalle battute iniziali, sovrapponendo registri diversi in un racconto meta-cinematografico che sfuma i confini tra realtà e finzione.

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“SIMPLE WOMEN” BY CHIARA MALTA

Article by: Giulia Leo
Translated by: Selene Novaro Mascarello

It’s 1989 and television is broadcasting footage of Nicolae Ceaușescu and his wife Elena’s deaths. Federica (Jasmine Trinca) is spending Christmas with her family when she has her first epileptic seizure. A few years later she is a teenager, obsessed with the cult movie Simple Men (Hal Hartley, 1992) and with Elina Löwensohn’s character, who suffers from the same neurological disorder. Their fates are destined to intertwine when Federica, now an adult and a film director, meets the Rumanian actress in Rome. She offers her a part as herself in a biopic set in Bucharest; despite her initial reluctance, the actress accepts, hoping to regain some of her long-lost fame.
Simple Women is Chiara Malta’s debut film; the director’s intent is made clear from the very beginning, with an intermixture of different registerswithin a meta-cinematic frame in which the lines between reality and fiction are blurred.

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“BEATS” BY BRIAN WELSH

Article by: Lorenzo Radin
Translated by: Cecilia Malanima

Glasgow, 1994. That’s where the fourth film by the Scottish director Brian Welsh, Beats, takes place. Specifically, during the introduction of the act that banned gatherings of twenty or more people listening to music characterised by the emission of a succession of repetitive beats.

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“BEATS” DI BRIAN WELSH

Glasgow, 1994. È qui che il regista scozzese Brian Welsh decide di ambientare il suo quarto lungometraggio, Beats. In particolare, nei giorni in cui viene emanata un’ordinanza che vieta l’assembramento di più di venti persone che ascoltino musica caratterizzata da ritmi ripetitivi.

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“MIENTRAS DURE LA GUERRA” BY ALEJANDRO AMENÁBAR

Article by: Maria Bruna Moliterni
Translated by: Lucrezia Villa

Alejandro Amenábar returns to his homeland, the marvellous Salamanca, to film his new movie: Mientras dure la guerra (While at War). The city, home to a prestigious university, is the setting of the internal conflict the former chancellor Miguel De Unamuno went through after he supported the military revolt against the Spanish Republican government. When the military junta’s purges started taking place in 1936, Unamuno did not use his position to denounce the violence and the abuse of power, as a matter of fact he did not take a stand. However, he had to face reality,his family and friends, and his troubled conscience soon after.

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“MIENTRAS DURE LA GUERRA” DI ALEJANDRO AMENÁBAR

Alejandro Amenábar torna in patria, nella stupenda Salamanca, per girare il suo nuovo film: Mientras dure la guerra. Nella prestigiosa città universitaria, egli mette in scena il conflitto interiore che l’allora rettore Miguel De Unamuno visse dopo aver sostenuto la rivolta dell’esercito contro il governo repubblicano spagnolo. Con l’inizio dell’epurazione da parte della giunta militare nel 1936, Unamuno non usa il suo status per denunciare le violenze e i soprusi, ma anzi si astiene dal prendere posizione. Tuttavia ben presto dovrà fare i conti con la realtà, con la sua coscienza e anche con i suoi amici e familiari.

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“NOUR” BY MAURIZIO ZACCARO

Article by: Siro Alessio Giuliani
Translated by: Francesca Massa

Does it make sense, especially in this time, to make a film about a phenomenon as complex and controversial as migration? According to the director Maurizio Zaccaro, it does, as long as you are aware that what you are telling is a universal story.

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“NOUR” DI MAURIZIO ZACCARO

Ha senso, soprattutto in questo periodo storico, fare un film su un fenomeno così complesso e controverso come la migrazione? Secondo il regista Maurizio Zaccaro sì, purché si abbia la consapevolezza che quella che si sta raccontando è una storia universale.

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“TOMMASO” E “THE PROJECTIONIST” DI ABEL FERRARA

Il controverso e provocatorio regista americano Abel Ferrara è presente nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival con ben due film: Tommaso e The Projectionist, due storie rispettivamente di redenzione e di determinazione.

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“TOMMASO” AND “THE PROJECTIONIST” BY ABEL FERRARA

Article by: Maria Bruna Moliterni
Translated by: Alice De Vicariis

The controversial and provocative American director Abel Ferrara is present in the section Festa Mobile of the Torino Film Festival with two films: Tommaso and The Projectionist. The former is a story of redemption, the latter of determination.

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“MADE IN BANGLADESH” DI RUBAIYAT HOSSAIN

Made in Bangladesh, come le etichette che troviamo sui nostri vestiti: fin dalle prime immagini il film si concentra sulle dure condizioni di lavoro cui sono sottoposte le donne che li producono, in stanze sovraffollate e senza misure di sicurezza. La protagonista Shimu (Rikita Nandini Shimu), dopo la morte di una collega in un incendio nella fabbrica, si ribella a queste condizioni e inizia a collaborare con una giornalista per fondare un sindacato che tuteli le lavoratrici (tutte donne, perché per loro è previsto un salario inferiore rispetto agli uomini e perché ritenute più facilmente controllabili).

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“MADE IN BANGLADESH” BY RUBAIYAT HOSSAIN

Article by: Ottavia Isaia
Translated by: Francesca Massa

Made in Bangladesh, just like the labels we find on our clothes: from the first frames, the film focuses on the harsh working conditions under which the women who produce them are subjected, in overcrowded rooms and without security measures. The leading character Shimu (Rikita Nandini Shimu), after the death of a colleague in a factory fire, fights against these conditions and begins to collaborate with a journalist to start a union that protects women workers (all women, because they are considered more easily manageable and they are paid less than men).

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“THE GOOD LIAR” DI BILL CONDON

Dopo aver riscosso un discreto successo nel 2015 con il film Mr. Holmes. Il mistero del caso irrisolto, adattamento del libro di Mitch Cullin, Bill Condon si cimenta nuovamente in una trasposizione cinematografica. Tratto dall’omonimo romanzo di Nicholas Searle, The Good  Liar è un thriller drammatico che vede per la prima volta insieme sul grande schermo due attori del calibro di Helen Mirren e Ian McKellen.

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“THE GOOD LIAR” BY BILL CONDON

Article by: Maria Bruna Moliterni
Translated by: Viola Locci

In 2015 Bill Condon obtained a good success with Mr Holmes, a film inspired by Mitch Cullin’s book. Today Condon grapples with a new film based on Nicholas Searle homonymus’s novel, The Good Liar. The two main actors are Helen Mirren and Ian McKellen who play together for the first time on the big screen.

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