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“Pieces of a Woman” di Kornél Mundruczó

Pieces of a Woman, in concorso alla 77ª Mostra di Venezia e distribuito in Italia da Netflix, è un racconto impregnato di rabbia interiore e coraggio, che tenta di confrontarsi criticamente con un tema dibattuto – la scelta di come partorire – esplorando la rete di relazioni affettive che ruotano intorno alla protagonista.

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“SOUL” DI PETE DOCTER, KEMP POWERS

New York. Joe Gardner è un insoddisfatto professore liceale di musica che coltiva il sogno di suonare il pianoforte in un complesso jazz. L’occasione di realizzarlo gli si presenta quando uno dei suoi ex studenti gli propone di sostituire il pianista del quartetto in cui suona come batterista, uno dei più famosi della scena newyorchese. Eccitato, Joe accetta la proposta, e grazie a un provino particolarmente efficace riesce a ottenere un ingaggio per quella sera stessa.

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CHE COSA CI LASCIA QUESTO 2020?

Chissà se il 2020 potrà essere ricordato non come l’anno dello stallo imposto dal Covid-19, bensì come l’anno in cui abbiamo potuto farci più domande rispetto al futuro. Vale per tutti i campi, ma parlando di cinema questo è stato l’anno in cui non abbiamo potuto andare in sala, in cui molti eventi culturali sono stati cancellati, in cui abbiamo visto emergere lo strapotere incontrastato delle piattaforme audiovisive. E mentre si spegnevano le nostre quotidiane attività abbiamo dovuto chiederci: come sarebbe il mondo senza Cinema? Che cosa trovo in sala che a casa non ho? Frequenterei davvero tutti i festival che desidero se li avessi a portata di mano? Quanto vale un film quando non abbiamo più i numeri del botteghino a confortarci sul suo successo?

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“NIMIC” DI YORGOS LANTHIMOS

Dopo il grande successo di The Lobster (2015) e The Killing of a Sacred Deer (2017), Yorgos Lanthimos aveva spiazzato pubblico e critica portando sul grande schermo The Favourite (2018), un film che a detta di molti non rispecchia a pieno il suo inconfondibile stile. Con l’uscita del cortometraggio Nimic nel 2019, il regista greco sembra invece ritornare in sintonia con le sue opere precedenti, allontanando gli assurdi sospetti intorno al presunto “talento bruciato” o all’autore caduto nella “trappola hollywoodiana” colpevole di averlo privato della sua originalità stilistica.

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“EL ELEMENTO ENIGMÁTICO” DI ALEJANDRO FADEL, “THE PHILOSOPHY OF HORROR – A SYMPHONY OF FILM THEORY” DI PÉTER LICHTER E BORI MÁTÉ

Lente panoramiche perlustrano un paesaggio siderale, una distesa di montagne ricoperte dalla neve e sovrastate dal vento. È forse un territorio alieno quello al centro di El elemento enigmático, un ambiente ostile in cui tre uomini avanzano a fatica. Uomini in casco e tuta da motocliclista, senza volto né voce (ne comprendiamo i dialoghi solo mediante i sottotitoli), che vagano senza meta aspettando la propria fine. Un clima di sospensione permane per tutto il film, un’opera difficilmente catalogabile, a metà strada fra narrazione e videoarte . Se infatti è possibile rintracciare aspetti cari alla fantascienza, come lo scontro fra natura e uomo, questi vengono risucchiati dall’onnipresente aura di mistero, un’atmosfera densa e al tempo stesso impalpabile, come i vapori ghiacciati qui emanati dalle rocce.

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“THE OAK ROOM” DI CODY CALAHAN

Un locale, poche luci ancora accese: qualche debole neon colorato, l’illuminazione del bancone, un vecchio juke-box che manda pigri bagliori da un angolo. Paul (Peter Outerbridge), il barista, si sta preparando a chiudere, mentre fuori è ormai notte e infuria una tempesta di neve. D’improvviso irrompe Steve (RJ Mitte), un viandante che porta con sé il racconto di un altro bar, di un altro barista e di un altro sconosciuto condotto lì dalla bufera. Da questa prima storia ne nascono molte altre, mentre la mezzanotte si avvicina e qualcuno guida inesorabile sotto la neve.

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“UNE DERNIÈRE FOIS” DI OLYMPE DE G.

Tra i film di questa edizione del Torino Film Festival, Une dernière fois rappresenta un oggetto anomalo. A ben vedere infatti, non capita spesso che un film definito pornografico scavalchi i confini degli eventi di settore, i quali, seppur in aumento, costituiscono pur sempre un universo a parte, ben distinto dai festival generalisti. Mettiamo da parte i fraintendimenti (e per qualcuno le speranze): il primo lungometraggio di Olympe de G. non è solo sesso, così come il suo scopo non è (soltanto) quello di eccitarci. Non lo è perché la protagonista Salomé (Brigitte Lahaie), sessantanove anni, donna in salute e benestante, ha deciso di morire. Ed è a partire da questa scelta, serena ma irrevocabile, che nascono le interazioni sessuali, il susseguirsi di amplessi alla ricerca della persona giusta con cui vivere la sua “ultima volta”.

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MASTERCLASS. “FILM AND SOCIAL JUSTICE” E “FORMARE LE NUOVE GENERAZIONI DI FILMMAKER E ATTIVISTI”

Si sono svolte il 25 e il 26 novembre le ultime due masterclass organizzate in occasione del 38 Torino Film Festival, a cui hanno potuto partecipare alcuni studenti dell’Università degli Studi di Torino e del Politecnico di Torino.

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“FUNNY FACE” DI TIM SUTTON

Funny Face si apre con il primo piano di Saul (Cosmo Jarvis), un ragazzo introverso di Coney Island, che guarda in macchina indossando una maschera dal sorriso grottesco. Come Joker, anche il protagonista del nuovo film di Tim Sutton è un reietto che brama vendetta per torti subiti. La maschera instaura così un dialogo diretto con l’iconologia pop che, a partire dall’ultimo film di Todd Phillips (Joker, 2019), ha reso quel sorriso un simbolo di oppressione.

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TORINO 38 CORTI

A 18 anni di distanza dall’ultima edizione, torna al Torino Film Festival la sezione competitiva dei cortometraggi. Due programmi, dodici corti scelti tra più di 500 titoli per sei registe e sei registi provenienti da tutto il mondo. Talenti diversissimi a confronto in un parterre eterogeneo che unisce una varietà affascinante e preziosa di tecniche ed idee. Prova dell’importanza e della forza, a livello internazionale, di un genere complesso ed esigente in grado di “restituire la macchina cinematografica in piccolo”, secondo il selezionatore Daniele De Cicco.

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“ZAHO ZAY” DI MAÉVA RANAÏVOJAONA E GEORG TILLER

Madagascar, terzo millennio. In una prigione dove i detenuti vivono ammassati l’uno sull’altro e hanno diritto a un’ora d’aria quotidiana in un cortile le cui condizioni di decoro sono al limite, lavora una guardia carceraria, una donna ossessionata dal ricordo del padre omicida, mai catturato e mai processato per i suoi delitti. Nel momento in cui uno dei nuovi detenuti del carcere afferma di averlo conosciuto, l’ossessione della ragazza si fa sempre più pressante.

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“DA LONTANO, PIÙ FORTE” BY ANNAMARIA MACRIPÒ

Article by Alice Ferro

Translated by Paola Macchiarella

“What is the cost of evoking pain, considering that it cannot be erased?”. If it is true that a photograph can stop a moment in time, Da lontano, più forte is a journey dotted with instants, memories and words, which revolutionizes the theme of coping with grief, giving it a new, more complete meaning. The director Annamaria Macripò leads us in a personal and intimate dimension, to discover a twenty-year-long diary (from 1998 to 2018), full of images and thoughts related to her mother’s illness and loss. It is all about welcoming pain -the keyword of the journey-, a full and deep acceptance of it as our own.

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“DA LONTANO, PIÙ FORTE” DI ANNAMARIA MACRIPÒ

“Quanto costa evocare un dolore visto che cancellarlo non si può?” Se è vero che una fotografia ferma un istante per sempre, Da lontano, più forte è un viaggio costellato di istanti, di ricordi e di parole che stravolge il tema del cosiddetto “superamento del lutto”, dandogli un nuovo, più completo significato. La regista Annamaria Macripò ci accompagna in un universo personale e intimo alla scoperta di un diario lungo vent’anni (dal 1998 al 2018), colmo di immagini e pensieri legati alla malattia e poi alla scomparsa della madre. Si tratta di un vero e proprio accoglimento del dolore, prima parola chiave di questo viaggio, un’acquisizione di esso come proprio, fino in fondo.

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“UN CUERPO ESTALLÓ EN MIL PEDAZOS”, DI MARTIN SAPPIA

«Nobile, grandioso, impeccabile, ogni istante si forma, si colma, si sgretola, si riforma in un nuovo istante che si crea, che si forma, che si consuma, che si sgretola e si riforma in un nuovo istante che si crea, che si forma, che si colma e si piega e si collega al seguente che si annuncia, che si crea, che si forma, che si colma e si esaurisce nel seguente che nasce, che sorge, che soccombe e nel seguente che viene, che sorge, si ripristina, matura e si unisce al seguente che si forma…E così senza fine, senza fermarsi, senza stanchezza, senza incidenti, con una perfezione smisurata e monumentale.» -Henri Michaux

«Volevo fare uno spettacolo con un linguaggio inventato da me, per riunire gente solo per una sera. […] Insistevano perché la rifacessi, ma io non volevo». Quello di Jorge Bonino (1935-1990) è teatro puro, nella misura in cui ogni sua opera, parola o azione è presenza, atto indissolubilmente legato all’istante in cui si esprime.

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“HOCHWALD” DI EVI ROMEN

Il difficile non è morire. Difficile è la vita di chi resta, dopo che la morte gli è passata davanti; e questo, Mario l’ha imparato a sue spese.

Mario (il giovanissimo Thomas Prenn) è bello, giovane, ama danzare. Mario però non è Lenz (Noah Saavedra), la giovane promessa del paese, ancora più bello, ancora più talentuoso. Mario è sopravvissuto e gli verrà domandato ad oltranza perché non è lui ad essere morto al posto di Lenz, vittima di un attentato a Roma.

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“JULY RAIN” DI MARLEN KHUTSIEV – “UN BRINDISI GEORGIANO” DI GIULIANO FRATINI

«Non c’è nulla di mistico [nel mio cinema], capitemi, ha semplicemente a che fare con la memoria, con la conservazione della memoria degli altri e cosa fare con il passato».

Queste parole rivelano la modestia di un grande artista nell’inseguire un obiettivo preciso: scolpire con le immagini un mondo ormai irreversibilmente trasformato. La cinepresa si rivela essere lo strumento perfetto per scrutare la vita di un paese che, a piccoli passi, dimentica il suo recente passato e comincia a riscoprire le gioie di tempi ben più lontani: un arcaico amore per l’esistenza che ritrova spazio sulla pellicola cinematografica. Marcel Khutsiev, regista di punta di quella “nuova onda” nata in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin, rivive a sua volta sugli schermi del Torino Film Festival nella sezione “Back to Life” con il suo lungometraggio Iyulskiy dozhd (July Rain) del 1967.

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“MAPPING LESSONS” DI PHILIP RIZK

Una linea, un taglio, un’inquadratura. Questi sono gli strumenti usati dal regista Philip Rizk per tracciare il suo ambizioso percorso di ricostruzione della lunga e complessa storia del colonialismo e delle sue conseguenze che continuano a tormentare i territori più fragili, rimasti privi di sostentamento e in balia del caos. Una sorte condivisa dall’America conquistata dai cowboy fino alla Siria dei giorni nostri.

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“BREEDER” di JENS DAHL

In un’ex fabbrica di zucchero riadattata a laboratorio per la sperimentazione di terapie in grado di fermare l’invecchiamento, la dottoressa Ruben (Signe Egholm Olsen) conduce i suoi esperimenti, supportata finanziariamente da Thomas (Anders Heinrichsen). Le teorie della dottoressa, nello specifico una veterinaria, le consentono di trovare presto una cura efficace solo per gli uomini. La terapia per le donne, invece, non è così immediata e richiede ricerche supplementari, che vengono eseguite su cavie – tra le quali anche Mia (Sara Hjort Ditlevsen), moglie di Thomas – che vengono rapite dai due assistenti uomini di Ruben, il Cane e il Maiale.

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MASTERCLASS. “SPEDIZIONE TORINESE” CON ALEKSANDR SOKUROV E I SUOI ALLIEVI

La seconda Masterclass del 38° Torino Film Festival si è svolta domenica 22 novembre e ha ospitato il regista Aleksandr Sokurov e i suoi allievi dell’Università Statale di San Pietroburgo. Come precisato da Alena Shumakova, curatrice dell’incontro, il maestro Sokurov non ha bisogno di molte presentazioni: autore di documentari, elegie e film innovativi (fra i tanti, Arca russa, 2002), è uno dei più importanti registi russi. In questa sede, comunque, Sokurov ha preferito dare rilievo alla sua attività didattica, lasciando spazio al dialogo tra i suoi studenti e quelli dell’Università e del Politecnico di Torino. Questi ultimi, infatti, hanno potuto visionare in anteprima Il tempo degli inizi (2020), l’insieme di cortometraggi realizzati dagli allievi russi. In merito a queste opere, il maestro ha precisato che nel suo percorso di docente cerca sempre di non influenzare gli studenti con la sua personale visione di cinema; ogni studente presenta caratteristiche e influenze diverse, che vanno coltivate e preservate. Gli studenti a loro volta hanno confermato questo modus operandi: il maestro apre orizzonti di possibilità, senza mostrare esempi concreti. 

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“THE LAST HILLBILLY” DI DIANE SARA BOUZGARROU E THOMAS JENKOE

Nel cuore degli Appalachi, a circa trecento metro di altezza sorge Talcum, un piccolo insediamento indipendente dall’amministrazione locale. Brian Ritchie e la sua famiglia vivono da decenni in questa zona, un tempo terra di miniere. Hanno visto svilupparsi un mix esplosivo di declino economico, disastro ecologico e violenza sociale. Li chiamano hillbillies, cioè bifolchi, zotici montanari, un insulto diventato per molti un segno identitario. Tra questi lo stesso Brian, che vive intrappolato tra un passato mitico e un futuro senza prospettive. È uno degli ultimi testimoni di un mondo in estinzione che, proprio per questo, ispira la sua poesia.

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