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“CLIMAX” DI GASPAR NOE’

Ogni discorso su Noé si nutre dei pareri contrastanti che lo animano: c’è chi lo odia e chi lo ama. Tant’è che Climax, uscito l’anno scorso a Cannes – alla Quinzaine, non al Palais – prima di arrivare da noi ha già avuto il tempo di tracciare il solco tra i denigratori e i sostenitori. E così, da un lato, stando alla doxa luciferina, si fa una gran fatica a capire i meriti di questa sua quinta fatica cinematografica; e dall’altro, volendo invece dar retta ai suoi adoranti seguaci, il film è il vertice della sua filmografia, l’esempio lampante di un genio cinico ed estatico.

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“QUEL GIORNO D’ESTATE” di MIKHAEL HERS

Il termometro per valutare la riuscita di un film che si prefigge di trattare la sfera emotiva dell’uomo, non può prescindere dal considerare il grado di coinvolgimento degli spettatori. Spesso l’esigenza della narrazione mina l’esito di tale intento, mettendo in scena personaggi appiattiti nel veicolare determinati significati. Invece, Mikhael Hers e i suoi ottimi interpreti, con discreta continuità, riescono a suscitare nel pubblico una genuina compassione, intesa nel significato etimologico di “soffrire insieme”.

Vincent Lacoste e Isaure Multrier in un frame del film.

Le giornate di David, ventiquattrenne alla ricerca di se stesso, scorrono placide, divise fra almeno un paio di lavori part-time e l’affetto per la sorella Sandrine, con la quale, assieme alla nipotina Amanda, cresciuta senza padre, compone un affettuoso quadretto familiare. Ed è proprio quando David, che, nel frattempo, inizia a frequentare Lena, la bella pianista della porta accanto, pare lasciarsi alle spalle le ombre di un passato segnato dalla scomparsa del padre e da una distanza siderale dalla figura materna, un evento traumatico sconvolge per sempre la sua esistenza. Per la svolta, narrativa e tematica, Hers si serve di un cupo avvenimento solo accennato ma ben vivido nell’immaginario contemporaneo: un attentato terroristico sconvolge Parigi e spazza via la ritrovata stabilità nella sfera degli affetti di David. Sandrine perde la vita, Lena rimane ferita e scossa fino a defilarsi, mentre David si ritrova a doversi occupare di Amanda.

Senza mai indugiare nello sconforto e nel dolore tout court, l’incisività di Quel giorno d’estate risiede nella reverenza e nella delicatezza con cui tratta la materia umana, nella fedele adesione a una poetica del quotidiano, ricetta indispensabile per estirpare gli strascichi di un evento tragico di tale portata. Non immuni da un calvario fatto di crolli emotivi e di riflessioni attorno a decisioni dolorose – e opposte al lieto fine – David e Amanda scelgono di aggrapparsi alla vita, ritrovando brani di serenità nelle sollecitazioni della routine, fino alle sequenze finali di una insolitamente assolata Londra.

“American animals” di Bart Layton

Spencer Reinhard (Barry Keoghan) è uno studente di arte figlio di una famiglia borghese, ha talento ma la vita che si prospetta davanti a lui gli appare mediocre ed ordinaria; è alla ricerca di un’esperienza trascendentale che caratterizza i percorsi di molti artisti ed è disposto ad accoglierla anche se si trattasse di una tragedia. Anche Warren Lipka (Evan Peters) è uno studente benestante e annoiato che vuole emanciparsi da una vita di monotonia e mediocrità. La svolta nella loro vita arriverà con la scoperta che nell’università di Spencer sono conservati alcuni dei libri più pregiati d’America, volumi che valgono milioni di dollari, custoditi da un’anziana segretaria. Coinvolgono gli amici Chas ed Erik e organizzano il furto di queste opere preziose.

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“The truth about killer robots” di di Maxim Pozdorovkin

Non bisogna farsi trarre in inganno dal titolo del documentario di Maxim Pozdorovkin The Truth About Killer Robots: non ci troviamo davanti a un lavoro di science fiction in cui le macchine si ribellano e uccidono gli umani, e quella a cui assistiamo è un’invasione graduale e più subdola. Il regista utilizza il pretesto dell’indagine sulla morte delle prime vittime di intelligenze artificiali per mostrarci come la tecnologia stia evolvendo, trasformando totalmente il nostro modo di fruire di determinati beni e servizi.

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“SELFIE” DI AGOSTINO FERRENTE

Napoli è ormai città cinematograficamente mitologica. La genesi del mito la si deve, è chiaro, a Gomorra. Pietra miliare della metamorfosi napoletana, della sua trasformazione da città mediterranea, farsesca e fiera, a metropoli in mano alla camorra e al degrado, Gomorra sembra aver ridisegnato connotati e simbologia del capoluogo campano: e là dove c’eran Totò e Peppino a far ridere sotto al sole, oggi ci sono ragazzini con la pistola tra le mani. Così, dopo qualche anno in sordina, forse passato a riflettere sugli effetti nocivi di questa trasfigurazione immaginifica (si pensi all’apologia del sindaco De Magistris: “Napoli non è Gomorra. È la città della cultura”), nell’ultimo lustro diversi registi si son fatti coraggio e hanno ripreso il discorso iniziato da Garrone (via Roberto Saviano) e proseguito sulle cronache: per ultimi, oltre all’omonima trasposizione televisiva del capolavoro garroniano, La paranza dei bambini di Giovannesi e questo Selfie firmato Agostino Ferrente.

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“Take Light” di Shasha Nakahai

Tra i grandi paradossi che segnano il continente africano vi è quello dell’inaccessibilità ai servizi basilari nonostante la grande disponibilità di risorse prime. È questo il caso della Nigeria che, nonostante possieda la più grande riserva di gas naturale in Africa e sia il maggior produttore di energia elettrica, può garantire accesso alla linea elettrica a meno del 50% della sua popolazione, e anche questo 50% ne può disporre per limitate fasce orarie, spesso interrotte da improvvisi blackout e malfunzionamenti.

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UBIQUiTY di Bregtje van der Haak

Tutti parlano dei benefici che le innovazioni tecnologiche portano alla società, molti ne discutono gli effetti alienanti, pochi si soffermano sui danni che provocano alla salute dell’uomo. È proprio quest’ultimo punto che si concentra Ubiquity, documentario che la regista olandese Bregtje van der Haak ha presentato alla ventiduesima edizione di Cinemambiente, pregando gli spettatori in sala di spegnere i telefoni cellulari prima dell’inizio della proiezione.

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“L’angelo del crimine” di luis ortega

L’attività criminale di Carlos Eduardo Robledo Punch inizia in una tranquilla giornata di marzo del 1971, a soli 19 anni. Carlitos – un viso angelico incorniciato da spumosi riccioli biondi – ha gli occhi curiosi di bambino e un grilletto sorprendentemente facile.

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“IL TRADITORE” di Marco Bellocchio

“Io non sono un pentito, non sono un infame. Cosa nostra non esiste più”. Sono parole che Tommaso Buscetta rivolge a Giovanni Falcone, difendendosi dalle accuse che gli sono rivolte dai suoi (ex) affiliati e che campeggiano a caratteri cubitali sui muri delle strade di Palermo, all’inizio di una collaborazione che avrebbe portato a 366 arresti.

Marco Bellocchio non è nuovo a racconti di (oscure) pagine della nostra storia recente – basti pensare a Buongiorno, notte, Vincere o Bella Addormentata – e anche in questo caso si affida a un attore di primo livello. Ventidue anni fa Pierfrancesco Favino era al suo secondo film (Il principe di Homburg), oggi è uno dei più versatili e affermati interpreti del panorama nazionale e, raggiunta la piena maturità artistica, ritorna sul set di Bellocchio. Nel ruolo del boss dei due mondi, l’attore romano lavora intensamente su fisicità e vocalità, raggiungendo notevoli risultati: con un accento che sintetizza siciliano e portoghese, la sua voce mantiene toni bassi e le parole sono spesso borbottate, il suo corpo – sia esso esibito in nudità, sottoposto a torture o prestato alla prova di un abito su misura – è il centro dell’immaginario del film; la sensibile espressività del suo volto si appoggia all’ausilio dell’efficace trucco nell’accompagnare il processo d’invecchiamento di Don Masino. Se Il traditore può considerarsi un’opera riuscita è anche grazie alle ottime prestazioni degli interpreti secondari, specialmente nelle scene ambientate in tribunale durante i vari processi/confronti: si passa dalle perturbanti smorfie e fulminanti occhiate di un Luigi Lo Cascio che parla solo in dialetto (nei panni dell’inquietante Totuccio Contorno) alla recitazione minimalista di Fausto Russo Alessi che conferisce grande umanità a Giovanni Falcone, da Fabrizio Ferracane che rende più che credibile lo stato di agitazione di Pippo Calò nel confronto con Buscetta, attraverso mobilità dello sguardo e pronuncia di frasi balbettate, alla tanto breve quanto significativa apparizione di Bebo Storti, nell’interpretazione di Franco Coppi durante il processo Andreotti.

Il traditore è il ventiseiesimo lungometraggio di un regista politicamente impegnato, un film che, impostato come un biopic, spazia dalle atmosfere del gangster movie a quelle del cinema d’inchiesta ma rientra di diritto nella categoria di pellicola d’autore, oltre che del kolossal – quattro sono i paesi coinvolti nella produzione. L’autorialità di Bellocchio emerge dai toni cupi e contrastati della fotografia di Vladan Radovic, dai tratti pungenti di una sceneggiatura che annovera tra le proprie firme quelle di Francesco Piccolo, così come dal realismo della messa in scena e dalla potenza emotiva e visiva di alcune sequenze – si pensi a quella della morte di Falcone, in cui l’esplosione di gioia dei mafiosi segue quella del tritolo posto sull’autostrada A29 il 23 Maggio 1992. Il film è stato presentato ieri a Cannes, nel giorno del ventisettesimo anniversario della strage di Capaci, ricevendo ben tredici minuti di applausi: il giusto omaggio a uno dei più grandi autori italiani viventi.

FESTIVAL DI CANNES 2019

Si è chiusa sabato 25 maggio la 72esima edizione del Festival di Cannes, in cui l’Asia ha trionfato per il secondo anno consecutivo. Dopo la vittoria nella passata edizione del giapponese Kore’eda, la Palma d’Oro è stata infatti assegnata al regista sud-coreano Bong Joon-ho, che con Parasite conferma la sua abilità nel reinterpretare il cinema di genere.

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“CHE FARE QUANDO IL MONDO E’ IN FIAMME?” di ROBERTO MINERVINI

Una madre raccomanda ai suoi due figli di rientrare a casa quando si accendono i lampioni. Cosa succede dopo il tramonto? Non una mera premura materna ma piuttosto un sentimento di paura, e la percezione di una minaccia palpabile per una comunità, quella afroamericana di New Orleans, scossa dall’uccisione di Alton Sterling per mano della polizia e da altri episodi di violenza. Dopo Louisiana (The Other Side), Roberto Minervini prosegue la sua attenta indagine sociale con il documentario What You Gonna Do When the World’s on Fire? presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2018 e nei cinema dal 9 maggio. Il regista, trapiantato negli States, prosegue l’incursione in Louisiana spostando il suo sguardo più a sud, dove la tensione è alle stelle in seguito alla bollente estate 2017.

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“TUTTI PAZZI A TEL AVIV” DI SAMEH ZOABI

È uscito in sala questa settimana l’ultimo film di Sameh Zoabi, Tutti pazzi a Tel Aviv (Tel Aviv on Fire), acclamato dalla stampa e lungamente applaudito alla 75 Mostra del Cinema di Venezia e il cui protagonista, Kais Nashif (Salam), è anche stato premiato come miglior attore nella sezione “Orizzonti”.

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“THE CONNECTION” DI SHIRLEY CLARKE

Nel 1959 il Living Theatre metteva in scena la pièce di Jack Gelber The Connection; due anni dopo la versione cinematografica arrivava a Cannes. Il Torino Fringe Festival ha proposto al pubblico torinese la versione restaurata del primo lungometraggio di Shirley Clarke, in una proiezione presso i suggestivi spazi dell’Unione Culturale Franco Antonicelli, che già aveva ospitato le opere della regista statunitense durante la seconda rassegna del The New American Cinema Group curata da Edoardo Fadini nel 1968.

Facile comprendere perché al momento della sua uscita il film abbia avuto vita difficile, subendo persino la censura per via del linguaggio troppo disinvolto nel trattare un tema già di per sé scottante come la tossicodipendenza. Una macchina da presa irrequieta, guidata da un cameraman e da una regista altrettanto irrequieti, ci permette infatti di vedere cosa avviene in un appartamento del Greenwich Village, mentre un gruppo di musicisti jazz eroinomani aspetta che arrivi il contatto che porterà loro la prossima dose. Il film, nel suo essere uno spassoso esempio di metacinema, è incredibilmente abile nel portare avanti una riflessione non tanto sulla droga quanto sulla dipendenza e sulla condizione umana, con diversi tocchi di ironia che gli permettono di dipanarsi e sciogliersi con fluidità.

L’opera, restaurata da Ross Lippman e distribuita da Reading Bloom, è inserita all’interno della nuova sezione Cinema del Torino Fringe Festival, che ha dedicato a Clarke la mostra Portrait of Shirley: un’inedita collezione di fotografie e video allestiti nella sala “Living” dell’Unione Culturale. Accanto alla mostra, durante la durata del festival, le performance di alcuni artisti e cineasti francesi e italiani protagonisti della rassegna “Pellicola in scena”, curata da Clizia Centorrino.

Tantissime occasioni da non perdere quindi in questo maggio torinese in pieno mood FRIdom!

“5 CM AL SECONDO” DI MAKOTO SHINKAI

5 cm al secondo è un film del regista giapponese Makoto Shinkai, conosciuto dal grande pubblico italiano a partire dal 2016, quando le sale accolsero con grandi riscontri di partecipazione, il suo film più famoso, Your Name.
5 cm al secondo, del 2007, è stato comunque una delle prime opere del regista a destare una reale attenzione a livello nazionale (in Giappone) e internazionale poiché, pur eludendo alcuni aspetti pop di Your Name, rivela una maturità registica, nonché di scrittura, che lo rendono dei suoi film più belli.

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“CARMEN Y LOLA” di Arantxa Echevarria

Il film vincitore del concorso All the Loversdi questo 34º Lovers Film Festival è Carmen y Lola, il primo lungometraggio di finzione di Arantxa Echevarria.

La pellicola, già presentata al Festival di Cannes, si può inquadrare in un filone, sempre più in voga, di film a tematica lgbt+ che raccontano le difficoltà del coming out in ambienti culturali repressivi: in questo caso la regista ci accompagna, con la camera a mano, all’interno della comunità gitana madrilena, tra case popolari, edifici abbandonati e panorami riarsi dal sole spagnolo. 

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“LES CREVETTES PAILLETÉES” DI MAXIME GOVARE E CÉDRIC LE GALLO

La carriera sportiva del campione di nuoto Matthias Le Goff è sul punto di crollare. Su di lui pesano infamanti accuse di omofobia che mettono in serio pericolo la prossima partecipazione ai campionati del mondo. La sua unica chance per sfuggire alla gogna mediatica è accettare la proposta della Federazione e diventare il nuovo allenatore dei gamberetti luccicanti, la squadra di pallanuoto che rappresenterà la Francia agli imminenti Gay Games di Croazia.

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“LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO” di DENYS ARCAND

Le ingiustizie sociali, le difficicoltà dei giovani nel misurarsi con la società, il riciclaggio e, per estensione, l’odioso lato oscuro delle manovre finanziarie. Temi tanto delicati quanto rilevanti nell’attuale apparato discorsivo. Difficile affrontarli tutti insieme. Eppure Denys Arcand, già premio Oscar per il miglior film straniero con Le invasioni barbariche, ci riesce in un film apprezzabile, a suggello della trilogia in cui ha indagato i mali della società odierna.

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“KANARIE” (“CANARY)” DI CHRISTIAAN OLWAGEN

Un ragazzo vestito da sposa, seguito da due ideali damigelle, percorre la via di una piccola cittadina del Sudafrica, lasciandosi alle spalle ogni inibizione ed ogni pensiero di timore. Libero, balla e canta in armonia con il mondo che lo circonda. Con disinibizione e audacia guarda dritto in macchina, guarda gli spettatori e tutto sembra perfetto, proprio come le canzoni introduttive tipiche dei musical di Broadway. Al di là di un piccolo timore iniziale, il gesto di uscire in strada con quell’abito femminile, sembra solo una piccola sfida fra amici che non può avere risvolti amari, perché ogni cosa suona e balla armoniosamente. C’è aria di festa, di liberazione dagli schemi sociali, nella danza di quel del ragazzo vestito da sposa; si coglie l’apice della sua felicità e nulla potrebbe rovinare quel momento se non il clacson dell’automobile del prete del quartiere, che lo intima di tornare immediatamente a casa.

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OMAGGIO A IRA SACHS

Tra i numerosi ospiti ed eventi della trentaquattresima edizione, uno spazio speciale è stato riservato a Ira Sachs, autore di fama mondiale – in concorso a Cannes 2019 con Frankie – cui il Lovers ha dedicato un ampio omaggio, invitando il pubblico a ripercorrere insieme a lui un viaggio lungo vent’anni, che va da The Delta (1996) a Little Men (2016), passando per Keep the Lights on (2012) e Love is Strange (2014).

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“BREVE HISTORIA DEL PLANETA VERDE” DI SANTIAGO LONZA

Santiago Loza, regista sperimentale, esplora il mondo del fantastico con il film Breve historia del planeta verde e lo fa riuscendo a cucire attorno all’esile figura di un piccolo alieno blu dai grandi occhi, l’intima storia di tre giovani protagonisti di un viaggio che li condurrà all’esplorazione dei loro micromondi, per poi ragionare su ciò che sarebbe stato di loro.

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