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TORINO JOB FILM DAYS

Nell’ambito delle celebrazioni di “Torino città del cinema 2020”, dal 21 al 23 settembre, presso il cinema Massimo, si è svolta la prima edizione dei “Torino Job Film Days”, festival dedicato ai diritti dei lavoratori, ma non solo.

Nato in occasione del settantesimo anniversario dello Statuto dei Lavoratori, il festival, diretto dalla dottoressa Annalisa Lantermo, medico del lavoro e dirigente della ASL di Torino, si è configurato infatti sia come un vero e proprio concorso aperto a cortometraggi documentari o di fiction dedicati, in varia forma, alla tematica, sia come un momento di riflessione sulla rappresentazione del lavoro nel cinema e sulla professioni fel cinema, in particolare nella tribolata fase post-pandemia di COVID-19.

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L’esperienza di Venezia 77

Dal 2 al 12 settembre la 77^ Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia si è svolta in presenza, sfidando la paura del contagio da Nuovo Coronavirus, non ancora debellato in Italia. L’organizzazione della Biennale ha avuto diversi mesi per valutare tutti i problemi legati a un evento così grande e ha deciso di inaugurarlo con nuove regole che permettessero il suo svolgimento dal vivo. Queste regole pare siano state efficaci, perché ancora non sono stati riscontrati casi di contagio legati direttamente alla Mostra del Cinema. 

Naturalmente molti ospiti provenienti da paesi a rischio non hanno potuto partecipare al festival veneziano e il numero di partecipanti è stato ridotto per contenere al minimo gli affollamenti. Sono stati 5.500 gli accreditati, 1300 i giornalisti (850 italiani e 450 stranieri), con un complessivo calo del 40% rispetto al 2019. Il totale degli ingressi nei 10 giorni di festival è di 92.000, -66% rispetto all’anno precedente in cui erano stati 154.000. Ogni sala poteva contenere al massimo la metà delle persone previste per la capienza massima, ma le platee parevano ancora più spoglie, rendendo percepibile all’occhio il calo di pubblico. Il festival ha dovuto inoltre investire 2 milioni in più rispetto al budget previsto di 12 milioni, per permettere l’approntamento di tutte le norme di sicurezza. Dispenser di gel disinfettante in ogni angolo, misuratori della temperatura automatici all’ingresso dell’area della Mostra, personale dispiegato per la pulizia, il controllo degli accessi, per sorvegliare il metro di distanza e la mascherina sul volto in tutte le aree della mostra, dal bar fino alla sala, dove doveva essere indossata per l’intera durata della proiezione. Pur nel rispetto di questi protocolli si sono create comunque situazioni di affollamento, specialmente su autobus e vaporetti. E sebbene il red carpet fosse occultato da un alto pannello, in diverse occasioni i curiosi hanno cercato di sbirciare la passerella dei divi dai piccoli spazi tra una transenna e l’altra. 

In definitiva il rispetto delle norme di sicurezza alla Mostra è rimasto in mano ai singoli spettatori, che hanno deciso come e quanto attenersi alle regole, sotto lo sguardo attento delle maschere che, oltre a vigilare contro la pirateria, hanno dovuto aguzzare la vista per richiamare all’ordine chi esponeva il naso durante le proiezioni. 

In definitiva però, di questa edizione segnata dal Covid-19, l’attenzione si è subito spostata sui film. A un primo sguardo generale sul programma si poteva pensare che questa edizione sarebbe stata contrassegnata da film sperimentali, autori meno noti che avrebbero presentato lavori meno canonici, dato anche il periodo critico in cui questi film sono stati completati. A guardare invece i premi assegnati possiamo invece affermare il contrario. Venezia ha mantenuto una linea che guarda al mercato. A cominciare da Nomadland, ottimo film di Chloé Zhao, regista cinese naturalizzata statunitense e ora impegnata nell’ultima produzione Marvel, fino al disturbante Nuove Orden, produzione messicana che punta su una rappresentazione fumettistica della violenza, senza però riuscire a coinvolgere lo spettatore in una vera riflessione sull’ingiustizia sociale, e che pare nato pronto per la diffusione su Netflix. Film validi, come Pieces of a Woman insignito con la Coppa Volpi per la miglior attrice a Vanessa Kirby; film che effettivamente rappresentano un festival in cui l’originalità è comparsa ai margini, nei film minori e meno visti, mentre il concorso vedeva competere film semplici, rotondi, completi, perfetti magari, ma che aggiungono poco o nulla alla ricerca sul linguaggio del cinema contemporaneo. Ci sono però le dovute eccezioni: Never Gonna Snow Again di Małgorzata Szumowska e Michał Englerte e In Between Dying di Hilal Baydorov sono stati i titoli più atipici e articolati del concorso e che, pur facendo riferimento a filmografie e autori precedenti, danno un loro contributo a un discorso sul cinema come luogo di riflessione, di sospensione e anche di morte, un luogo dove una società contrassegnata da violenza e mutamenti incontrovertibili si ritira fino a scomparire. 

Per quel che riguarda i film italiani, presenti numerosi in tutte le sezioni della Mostra, pochi  hanno ottenuto un riconoscimento ufficiale: il Leone per la Miglior Sceneggiatura della sezione Orizzonti è andato a Sergio Castellitto con il suo esordio I predatori, mentre Pierfrancesco Favino ha vinto la Coppa Volpi come Miglior Attore in Padrenostro di Claudio Noce. Questi e molti altri titoli italiani saranno presto in sala, per rilanciare i settori della distribuzione e dell’esercizio pesantemente penalizzati dai mesi di lockdown e successivamente dal periodo estivo. 

Vedremo se il pubblico li accoglierà con un calore diverso da quello ricevuto a Venezia, nella speranza di una nuova annata in cui la ripartenza di progetti e produzioni porterà a nuove opere italiane di rilievo. 

“SPACCAPIETRE” DI GIANLUCA E MASSIMILIANO DE SERIO

In concorso nella sezione “Giornate degli Autori” alla settantasettesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Spaccapietre dei fratelli De Serio porta sul grande schermo una storia dall’attualità spiazzante e insieme in grado di attraversare trasversalmente tempi diversi, collocandosene al di fuori: una storia assoluta.
Ambientato nelle periferie pugliesi dei nostri giorni, il film si addentra nei soprusi di un caporalato senza tempo, che oggi come ieri violenta la dignità dell’uomo. L’inesorabile movimento di discesa negli inferi di questa realtà si compie nel film con un andamento talmente naturale da turbare, come uno scivolamento che inevitabilmente conduca alla scoperta di un orrore sempre maggiore.

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“LE SORELLE MACALUSO” DI EMMA DANTE

Nella periferia di Palermo, in una grande casa avvolta in una perenne penombra, vivono da sole cinque sorelle, ognuna di loro diversa dalle altre quattro, sia per età sia per indole: chi ha sempre il naso dentro un libro; chi pensa solo a farsi bella; chi ha la passione per il cibo; chi sogna di diventare una ballerina; e chi, ancora, non ha una personalità ben definita, e guarda alle sorelle maggiori per capire chi vuole essere.

L’unico mezzo di sostentamento delle ragazze è l’allevamento e l’addestramento di colombe per i grandi eventi mondani. E quando non si occupano di questo compito a tratti snervante, le cinque sorelle vanno al mare, per ballare e per sconfiggere la canicola facendo un tuffo nell’azzurro male siciliano. Ma è proprio in questo luogo deputato al loro svago che si abbatterà la disgrazia che cambierà per sempre le loro vite.

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I SORRISI DI GWYNPLAINE E DI JOKER: LA FELICITà AI TEMPI DEL COVID

La pandemia da Covid-19, che stiamo ancora vivendo benché in pochi sembrino ricordarselo, ha messo ulteriormente in luce il fatto che la società contemporanea viva sotto una “dittatura della felicità” o happycracy, come l’hanno definita Edgar Cabana ed Eva Illouz in un libro omonimo del 2019 (uscito in Italia per Codice Edizioni).

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“MATTHIAS E MAXIME” DI XAVIER DOLAN

Lui si chiama Matthias (Gabriel D’Almeida Freitas): 26 anni, promessa di un prestigioso studio legale canadese, irsuto, concreto. Lui si chiama Maxime (Xavier Dolan): 26 anni, barista, ipersensibile, una voglia rosso acceso sulla guancia destra, in procinto di lasciare il Canada per trasferirsi in Australia. I due sono amici sin dall’infanzia e nel corso degli anni hanno sviluppato un rapporto di fratellanza più di sangue che spirituale, onesto e scevro da qualsiasi imbarazzo.

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TORNARE AL CINEMA DOPO L’EMERGENZA COVID-19

Dopo più di tre mesi di lockdown, il 15 giugno le luci dei cinema si sono riaccese. Era un giorno molto atteso, carico di speranze e di timori nell’illusione che con l’arrivo di questa data avremmo capito il futuro del cinema. Ma se già si parlava di crisi delle sale prima dell’emergenza Covid-19, come aspettarsi un evento straordinario per il giorno della riapertura? Sono stati infatti 116 gli schermi attivati, neanche il 10% sul totale di 1.218 presenti sul territorio. I film proposti sono stati 41, dei quali soltanto 8 sono state prime visioni al cinema di film già disponibili al pubblico attraverso piattaforme on demand, come Les Misérables e Favolacce.

Lunedì 15 giugno gli spettatori sono stati 2.370 in tutta Italia, una cifra a cui è difficile credere se comparata agli oltre 67.000 spettatori presenti in sala l’anno scorso nello stesso lunedì di giugno. In questo scenario drammatico, soffermiamoci però a pensare che qualche migliaio di persone ha scelto di andare al cinema, sfidando la paura dei luoghi chiusi, degli assembramenti e di eventuali disagi dovuti a una nuova prassi di accesso e fruizione dello spettacolo cinematografico. 

Come è stata l’esperienza di tornare in sala? Qui riporto un’esperienza personale, vissuta entrando al Cinema Massimo di Torino il 18 giugno, alla proiezione serale del film Buio presentato dal direttore del Museo del Cinema Domenico De Gaetano, dal direttore della Film Commission Torino Piemonte Paolo Manera, dalla regista Emanuela Rossi, dai produttori e i protagonisti del film. Si trattava quindi di un’occasione particolare, un evento proposto per celebrare la tanto attesa riapertura. In realtà, l’esperienza è iniziata preparandosi per andare al cinema, con una trepidazione che più si addiceva a una festa o a un appuntamento romantico. Un’attesa carica di aspettative, soprattutto per la curiosità di scoprire quante persone si sarebbero presentate al cinema in quella prima sera. Arrivare davanti alla sala con il consueto anticipo si è rivelato superfluo poiché, nonostante l’ingresso sia avvenuto lentamente per attendere il proprio turno, misurare la temperatura, igienizzare le mani e pagare il biglietto, le persone in coda non erano molte. Il momento più emozionante è stato senz’altro ritrovare Giulia, la ragazza della biglietteria, che da dietro la mascherina riusciva a far trasparire un sorriso. Non è stato possibile fermarsi a scambiare due parole, per paura di intralciare le operazioni minuziosamente controllate dal personale. Sono quindi entrata in sala e nel corridoio ho realizzato che il cinema non aveva più lo stesso odore. L’odore caldo della tappezzeria era stato sostituito da un più fresco odore di detergente, completamente diverso da quel sentore familiare. In sala c’erano già alcune persone che chiacchieravano, e una volta preso posto non ho potuto fare a meno di ascoltare. Qualcuno lamentava che in città fosse aperto un solo cinema, qualcun altro riduceva la propria presenza alla semplice noia, che altrimenti avrebbe aggirato andando al ristorante, altri ancora esclamavano con gioia e sorpresa nel momento in cui entravano in sala: “Siamo al cinema, non mi sembra vero!”. In poche battute si aveva la percezione del ritorno a un’attività quotidiana, che fosse un passatempo o una passione. A quel punto potevo togliere la mascherina, pur facendo un dispiacere ai giornalisti venuti a immortalare l’evento e che con rammarico si trovavano di fronte una situazione completamente normale: una platea di persone, alcune insieme, altre separati, che osservavano lo schermo. Niente posti a scacchiera per chi era venuto in compagnia, né mascherine sul viso. E’ stato buffo constatare anche la spontaneità con cui gli ospiti si sono passati il microfono, un gesto semplice che agli occhi dei più timorosi adesso appare come un attentato. Ci siamo lasciati trascinare, e siamo tutti di nuovo sprofondati nel buio della sala. Dopo neanche due secondi c’era già qualcuno che faceva le foto allo schermo di nascosto, un flash accidentale, poi la carta di una caramella stropicciata tra le dita. Ma niente colpi di tosse questa volta. 

In definitiva tornare al cinema… è normale. Ci si siede al proprio posto e si gode della proiezione, isolandosi in un altro mondo e al tempo stesso percependo di non essere soli. Può essere cambiato il suo odore, ma l’essenza è rimasta la stessa. 

Ci vorrà tempo per capire se il cinema riuscirà a tornare il luogo di aggregazione che era prima dell’emergenza Covid, ma i primi segnali di ripresa cominciano a vedersi: in una settimana gli schermi sono cresciuti da 116 a 342 nel week end del 20-21 giugno, e i biglietti staccati nella prima settimana sono stati 24.404. Crescono i numeri, ma restano le incertezze: come evolverà questo trend man mano che l’estate avanza? Quali titoli animeranno le sale alla ricerca di prodotti di spicco per attirare il pubblico? Non basterà l’attesissimo Tenet di Christopher Nolan, previsto in Italia per il 3 agosto. E quale sarà l’apporto delle arene estive, al momento costrette anch’essa a vita difficile? Apriranno altri cinema? 

Pensare che dietro ai numeri delle presenze ci sono persone che scelgono ogni giorno di dare un sostegno a questa industria culturale, più o meno consapevolmente, portandovi le proprie storie, paure e trepidazioni, è una modo per guardare positivamente a una nuova fase per il nostro cinema. 

Arianna Vietina

Fonti dat: Cinetel, Cineguru su Screenweek

“EMA” DI PABLO LARRAÍN

Un semaforo brucia nella prima inquadratura. Una ragazza con lanciafiamme e capelli biondo platino osserva, poco distante. È Ema (Mariana Di Girolamo) e quel fuoco, con cui si apre l’ultimo film di Pablo Larraín e che non smetterà mai di ardere, è il fuoco che le brucia dentro. Il fuoco dei sensi di colpa causati dalla decisione di riportare in orfanotrofio Polo, il bambino adottato insieme al marito Gastòn (Gael García Bernal). È un fallimento che non le dà pace.

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TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE SULLO STREAMING (MA NON AVETE MAI OSATO CHIEDERE)

Nel lontano 2015, quando Amazon stava iniziando a metabolizzare il fatto di “produrre e distribuire film”, Netflix, con Beasts of No Nation, in concorso a Venezia, si confermava l’indesiderato disgregatore dell’industria cinematografica. I servizi streaming non erano più solo un’idea abbozzata di ciò che il futuro avrebbe potuto riservare: in pochissimi anni, hanno rappresentato – e rappresentano tutt’ora – un’enorme quantità di denaro investita per l’acquisto di spettacoli, film di successo e produzione di titoli originali. E poiché le statistiche che stanno dietro a tutto questo sono praticamente sconosciute, quanto (e come) gli abbonati si convertano in termini di fatturato rimane un mistero. 

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“BOMBSHELL” DI JAY ROACH

Us and Them, titolava una canzone dei Pink Floyd. Letteralmente, “Noi e loro”. Si parla molto di questo rapporto “pronominale” in Bombshell di Jay Roach, un rapporto da intendersi in chiave prettamente temporale: i “noi” siamo gli spettatori del 2020, ma chi sono i “loro” rappresentati sullo schermo?

Siamo nell’America del 2015, nel pieno delle primarie del Partito Repubblicano, quelle che avrebbero incoronato Donald Trump come candidato alla Presidenza. Tanti sono gli americani che stanno seguendo l’evento, ma uno di loro vi si sta dedicando più degli altri: il suo nome è Roger Ailes (John Litgow), amministratore delegato di Fox News, canale che egli gestisce con piglio da Grande Fratello orwelliano secondo il mantra: “Un network è come una nave: se molli un attimo la presa sul timone, questa vira a sinistra”.

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“THE BEACH BUM – UNA VITA IN FUMO” DI HARMONY KORINE

A qualche anno di distanza da Spring Breakers, Harmony Korine torna in Florida – intensa come un possibile sintesi dei miti e del modus vivendi americani – con The Beach Bum, film che evidentemente intrattiene significativi legami con il precedente.

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“THE LIGHTHOUSE” DI ROBERT EGGERS

Non ricordo chi disse che bastano i primi tre shot per capire se un film sarà bello o meno. Tre shot. S’intende che la regola non funziona sempre – se no che regola sarebbe?- ma in tempi come questi, dove la produzione cinematografica si è così così saldamente consolidata nei suoi ritmi da essere più praticata della scrittura stessa, ecco, una buona regia equivale a una scrittura pulita, addomesticata quanto basta per non essere sbagliata. Tutti sanno scrivere; e tutti i buoni registi sanno girare tre buoni shot iniziali. Puliti, impeccabili, disponibili allo sguardo di lettori/spettatori ammaestrati. Per questo la regola non funziona sempre: capitano film sapientemente girati dall’industria, editrice di questo palinsesto consolidato dell’arte dell’intrattenimento video, che nonostante i tre, quattro, cento buoni shot, rimangono film patetici, inutili, o utili solo a distrarre. Avevo quindi rinunciato alla regola: troppo poco affidabile perché non mi aiutava a capire se un film meritasse di essere visto o meno. Poi ho rivisto i primi tre shot di The Lighthouse una ventina di volte e la regola ha riacquistato valore.

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“HOLLYWOOD” di Ryan Murphy

Partiamo dal presupposto che Ryan Murphy non sa stare con le mani in mano: è dal 1999 che su qualche canale TV – e ora sulle piattaforme on demand – è possibile imbattersi in una delle tante serie che ha prodotto. L’hai trovato per caso nello zapping da seconda serata con Nip /Tuck e hai spulciato i siti di streaming pirata per scoprire i retroscena della faida tra Bette Davis e Joan Crawford; l’hai maledetto quando non riuscivi a dormire dopo una puntata di American Horror Story e hai cercato conforto nelle canzonette in playback del Glee club. E così continuerà a essere, perché nel 2018 ha firmato un accordo da trecento milioni con Netflix che lo lega alla piattaforma per cinque anni. 

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“ATLANTIQUE” DI MATI DIOP

“Il mare è amaro”, sentenziava uno dei personaggi de La terra trema di Luchino Visconti. E pare essere questo il leitmotiv che scandisce Atlantique, lungometraggio d’esordio dell’attrice francese Mati Diop, premiato allo scorso Festival di Cannes con il Gran Premio della Giuria.

L’azione si svolge a Dakar, capitale del Senegal: una torre dalle linee architettoniche ultramoderne svetta alta e ingombrante sulla città, avvolta nella nebbia dell’Oceano Atlantico. Alla base dell’edificio, un gruppo di operai lavora al complesso abitativo che dovrà sorgere attorno a esso. Uno di questi, Souleiman, ha una relazione clandestina con Ada, promessa sposa a Omar, l’imprenditore che ha dato vita al progetto della torre.

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“LES MISERABLES” DI LADJ LY

Les Misérables di Ladj Ly condivide con Les Misérables di Victor Hugo non solo il titolo e l’ambientazione, ma anche la capacità di raccontare una condizione di desolazione e brutalità attraverso un’opera capace di trasmettere un messaggio universale. Non possiamo sapere come Hugo avrebbe rappresentato il suo tempo se avesse avuto una macchina da presa, ma quello che vediamo sullo schermo è un nuovo tentativo di raccontare la povertà, materiale e non. Ly raccoglie il lascito di un capolavoro letterario senza sfruttarlo né rinnegarlo, ma rivitalizzandolo in un film che, con un linguaggio asciutto e preciso, porta una pulsione sotterranea davanti all’obiettivo e sotto la luce dei riflettori della Croisette del Festival di Cannes, dove è stato insignito del Premio della Giuria nella scorsa edizione.  

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“THE LAST DANCE” DI JASON HEHIR

Una overdose di contenuti audiovisivi. Se dovessimo ripensare agli ultimi due mesi ci accorgeremmo di aver consumato praticamente tutto il visibile nello spettro dei supporti video e delle piattaforme streaming, senza dimenticare gli abbonamenti premium dei siti per adulti, gratuiti a tempo limitato. Noi poi, che il cinema lo studiamo e che di cinema ci nutriamo, abbiamo fatto un’indigestione particolarmente violenta: dai classici “da recuperare” ai film da vedere per gli esami, da quelli che se non lo vedo ora, non lo vedrò mai più a tante, tante serie TV. Dal 20 aprile è disponibile su Netflix The Last Dance, docu-serie sportiva in dieci episodi che prende le mosse dalla stagione 1997-1998 dei Chicago Bulls, l’ultima di Michael Jordan nella città del vento, e ripercorre l’epopea vincente della squadra e dei suoi sei titoli NBA.

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“BUIO” DI EMANUELA ROSSI

Presentato nella sezione Alice nella Città della Festa del Cinema di Roma e vincitore del premio Raffaella Fioretta come miglior opera prima italiana, Buio è il lungometraggio d’esordio di Emanuela Rossi, uno dei primi film in uscita VOD nella sala virtuale di Mymovies.

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PROGETTO FOTOGRAFICO COVISIONS-19: “DALLA NOIA PUO’ NASCERE L’ARTE”

Presentazione a cura degli studenti del progetto “CoVisions-19”

L’emergenza Covid-19 ha modificato significativamente la vita accademica. Anche noi, studenti del corso di “Storia e Teoria della Fotografia”, non possiamo svolgere regolarmente le lezioni in aula. Per questo motivo, superando la distanza fisica, siamo stati coinvolti dalla professoressa Basano nella creazione di un progetto fotografico che risponde alla parola chiave “isolamento”. Il nostro obiettivo è ragionare sulle possibilità comunicative della fotografia e sul suo linguaggio, stimolare la creatività e superare i limiti fisici dell’isolamento. Il voler dar voce a “CoVisions-19” ha fatto sì che ognuno di noi prendesse parte al coro che si è levato, creando un filo conduttore tra gli studenti e legandosi ad altri progetti come quello del blog CineD@ms che pubblica qui la presentazione del nostro lavoro.

Se qualche mese fa avessimo potuto dare uno sguardo al futuro e ci fossimo visti chiusi in casa tra parole come quarantena e virus, probabilmente avremmo pensato di aver confuso il nastro della nostra vita con quello di qualche film apocalittico a tema contagio globale. Proprio perché inaspettato, questo momento ci ha colto impreparati, soprattutto concretamente e ideologicamente. Il tempo, più o meno lungo, di cui abbiamo avuto bisogno per comprendere cosa stesse succedendo intorno a noi (e poi proprio a noi), è terminato quando ci siamo ritrovati in casa ad ascoltare o leggere il “divieto assoluto di lasciare la propria abitazione”.

Anche i più restii a capire quello che realmente stava accadendo, dopo un ultimo e sicuro aperitivo e un’ultima boccata di sana aria fresca, hanno compreso infine che, forse per la prima volta, per superare questo momento sono necessarie la partecipazione e collaborazione di tutti. Non abbiamo dovuto attendere molto per vedere il risultato degli impegni di ognuno di noi ridotti improvvisamente a zero: social e canali media ci hanno però aiutato a condividere le soluzioni più innovative o divertenti alla condizione di isolamento. Abbiamo visto, sulla colonna sonora del virus in crescita, sport in casa e cori dai balconi, battute, grandi discorsi, scontri e incontri. Abbiamo visto nelle reazioni individuali una nuova collettività, un senso di appartenenza, gli uni agli altri e tutti allo stesso paese, che non si vedeva da tempo.

“Decameron” di Enrico Turletti
Foto in alto: “Autoritratto in isolamento (2)” di Eva Petrillo

Nel nostro caso, grazie al corso della prof.ssa Roberta Basano “Storia e teoria della fotografia”, abbiamo avuto la possibilità di partecipare di un mondo che non può essere quello che è se vissuto individualmente: la fotografia. L’atto di creazione di una fotografia non si limita allo scatto: l’immagine esige di essere mostrata, condivisa, esplicitata. La fotografia vuole dibattiti, scontri e prese di posizione. In breve, la fotografia è uno tra i tanti linguaggi artistici che incorpora in sé tanta più forza quando essa è condivisa. È proprio a questo scopo che nasce il progetto intitolato “CoVisions-19”. Questo consiste nel condividere, dapprima su archivi online ed ora sui social, fotografie che rispondano allo stesso tema. In questa prima fase ci siamo impegnati per realizzare scatti che rispondessero alla parola “isolamento”.

I risultati – caricati quotidianamente sulla pagina Instagram @covisions_19 – mostrano come un momento di frustrazione possa essere usato per creare, e come anche i sentimenti negativi o i momenti difficili possano trovare un loro sfogo creativo. “CoVision-19” permette alla fotografia di prendersi un piccolo spazio di espressione e comunicazione, attraverso diverse immagini e attraverso le parole che ne sono la cornice. Il progetto, però, non serve solo a ricordarci la forza dell’arte e l’importanza del legame tra immagine e descrizione, serve anche a dare prova della potenza della creatività. Ci mostra quanto sia forte una mente che crea e quanto siano belle le idee che da essa nascono. Le fotografie nate in questo progetto sono la prova di come la risposta di ognuno di noi al mondo contagiato di oggi possa creare qualcosa di bello.

Gli studenti del progetto “CoVisions-19”

“FAVOLACCE” DI FABIO E DAMIANO D’INNOCENZO

Favolacce è stato definito una favola nera, ma ciò che si realizza compiutamente in questo film è un mosaico in cui realtà e finzione si sovrappongono l’una all’altra, diventando un mondo a sé. I fratelli D’Innocenzo lo hanno scritto molti anni fa, ma il film risulta estremamente attuale mostrando, in modo del tutto inaspettato, come la crisi contemporanea abbia radici lontane e oscure. 

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“VOLEVO NASCONDERMI” DI GIORGIO DIRITTI

Nell’Italia del primo dopoguerra, uno spettro si aggira per le campagne emiliane: vive in cascine abbandonate dove soffre il freddo e la fame; schiva la presenza umana in ogni sua forma; elabora composizioni pittoriche dal carattere primitivo, servendosi soltanto degli strumenti che la natura gli mette a disposizione. Questo spettro ha un’età e un nome: Antonio Ligabue, 20 anni, nato e cresciuto in Svizzera e in seguito estradato in Italia.

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