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“HAM ON RYE”, DI TYLER TAORMINA

Immaginiamo di dilatare la sequenza finale di Blue Velvet (D. Lynch, 1986) fino a farne un lungometraggio. Il risultato sarebbe molto simile a Greener Grass (J. DeBoer, D. Luebbe, 2019), un deliro (apparentemente) nonsense, in cui i tropi e gli stilemi dell’olimpica produzione hollywoodiana si ritorcono su e contro se stessi, svelando la loro insincerità e artificiosità. Un film in cui una luce dalla potenza ipertrofica, più che farsi garante della leggibilità delle immagini che investe, le rende evanescenti. Una fotografia lobotomizzante, in cui ogni cosa è (troppo) illuminata. Sullo stesso terreno altamente ironico si muove Ham on Rye (2019), esordio di Tyler Taormina. Un’operazione consistente nel recupero di un’estetica cinematografico-televisiva estremamente familiare, che viene intinta in un liquido oscuro, che ne corrode le fondamenta. Un coming of age destrutturato in cui a essere raffigurata non è la metamorfosi pacifica dei teenagers in qualcosa d’altro, verso il terreno inesplorato ma prospetticamente accogliente dell’adulthood, quanto un processo di sostanziale annichilazione. Una carneficina color pastello.

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“NIMIC” DI YORGOS LANTHIMOS

Dopo il grande successo di The Lobster (2015) e The Killing of a Sacred Deer (2017), Yorgos Lanthimos aveva spiazzato pubblico e critica portando sul grande schermo The Favourite (2018), un film che a detta di molti non rispecchia a pieno il suo inconfondibile stile. Con l’uscita del cortometraggio Nimic nel 2019, il regista greco sembra invece ritornare in sintonia con le sue opere precedenti, allontanando gli assurdi sospetti intorno al presunto “talento bruciato” o all’autore caduto nella “trappola hollywoodiana” colpevole di averlo privato della sua originalità stilistica.

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TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE SULLO STREAMING (MA NON AVETE MAI OSATO CHIEDERE)

Nel lontano 2015, quando Amazon stava iniziando a metabolizzare il fatto di “produrre e distribuire film”, Netflix, con Beasts of No Nation, in concorso a Venezia, si confermava l’indesiderato disgregatore dell’industria cinematografica. I servizi streaming non erano più solo un’idea abbozzata di ciò che il futuro avrebbe potuto riservare: in pochissimi anni, hanno rappresentato – e rappresentano tutt’ora – un’enorme quantità di denaro investita per l’acquisto di spettacoli, film di successo e produzione di titoli originali. E poiché le statistiche che stanno dietro a tutto questo sono praticamente sconosciute, quanto (e come) gli abbonati si convertano in termini di fatturato rimane un mistero. 

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