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U SLAVU LJUBAVI (IN PRAISE OF LOVE), BY TAMARA DRAKULIĆ

Article by Niccolò Buttigliero

Translated by Giulia Neirone

Black screen, wind. Then, human voices together with neighs. In a dusty and austere racecourse, a horse race is interrupted at its acme, through a freeze-frame. Who is the winner, is not for us to know.

At this moment U slavu ljubavi (In Praise of Love) re-starts for the first time. Black screen again, nature sounds again: everything is covered by chirps and bellows. Now, humanity is not even considered on the sound level. From untouched nature to animals. Long static shots, mesmerized by horse bottoms. It seems that Drakulić’s point of view is not special, it is just one of the many possible perspectives. The world flows spontaneously, through every breath. Doesn’t matter if anthropomorphic subjects leave the screen. It is not about décadrages, or the subversion of some rules. It is rather about not identifying ourselves with a hierarchical organization of the audiovisual material. Everything is on the same level, and Drakulić succeeds in giving back the undecidability of one single point of view..

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U SLAVU LJUBAVI (IN PRAISE OF LOVE), DI TAMARA DRAKULIĆ

Schermo nero, vento. Poi, un vociare umano, commisto a nitriti. In un polveroso e spartano ippodromo, una corsa di cavalli viene interrotta al suo acme, con un ricorso ad un freeze-frame. A chi spetti la vittoria, non è dato saperlo.

Ecco che U slavu ljubavi (In Praise of Love) ri-comincia per la prima volta. Di nuovo nero, di nuovo rumori ambientali: a sovrastare ogni cosa sono cinguettii e muggiti. La presenza umana, stavolta, non è contemplata nemmeno sul piano sonoro. Dalla natura, incontaminata, si passa ai corpi animali. Lunghe inquadrature statiche, ipnotizzate da deretani equini. Lo sguardo di Drakulić non sembra porsi come un punto di stazione privilegiato rispetto ad altri, ma come uno dei tanti possibili. Il mondo viene lasciato fluire nella sua spontaneità, in ogni suo respiro. Non importa se i soggetti antropomorfici abbandonano il campo. Non è questione di décadrages, o di sovvertire una qualche regola grammaticale. Si tratta piuttosto di non riconoscersi in un’organizzazione gerarchica del materiale audiovisivo. Tutto è ugualmente meritevole di attenzione, e Drakulić è capace di restituirci l’indecidibilità di un punto di vista.

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“L’APPRENDISTATO” DI DAVIDE MALDI

Dopo Frastuono, presentato al TFF nel 2014, Davide Maldi realizza il secondo capitolo di una trilogia sull’adolescenza. Il film, presentato nella sezione TFFDOC/italiana, parte da un presupposto ben preciso: ricercare un contesto in cui dei ragazzi siano portati sin dalla giovane età a imparare un mestiere e, di conseguenza, ad accelerare il proprio percorso di crescita. Da qui deriva la decisione di segire il primo anno scolastico di una classe di cinque studenti di un istituto alberghiero.

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“L’APPRENDISTATO” BY DAVIDE MALDI

Article by: Valentina Velardi
Translated by: Alice De Vicariis

After Frastuono, presented at the TFF in 2014, Davide Maldi makes the second chapter of a trilogy on adolescence. The film, presented in the section TFFDOC/italiana, starts from a clear premise: the search for a context where teens are encouraged to learn a profession at an early age, and so grow up faster. For this reason, Maldi decided to follow the first school year of an hospitality institute class composed of five students.

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TFFDOC – APOCALISSE

Oggi il mondo intero vive in una costante emergenza: emergenza climatica, lavorativa, sociale, diplomatica ecc. In questo mondo sembra non esserci più spazio per la normalità, ogni notizia appare come una catastrofe; il mondo intero, sembra giocare sul filo di lana, fra il caos, la distruzione, la mera sopravvivenza e l’evoluzione verso un nuovo mondo. A cosa stiamo andando incontro, se non all’Apocalisse? Questa domanda ha sollecitato la creazione della sezione documentaristica del Torino Film Festival, intitolata “Apocalisse”, dove si esamina il termine nelle sue più svariate sfaccettature.

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“SEE KNOW EVIL” DI CHARLIE CURRAN

1994, Richard Avedon sta facendo alcuni casting video. Ci sono principalmente giovani. Ragazzi che vivono gli anni Novanta e che ben possono rappresentare un’epoca così intrinsecamente legata al concetto di generazione. Tra di loro spicca un diciassettenne dai denti sporgenti e i capelli biondi. Sono poche inquadrature. Rimango senza parole.

Ha un carisma inadatto alla sua età. Trasmette una forza inedita per un qualsiasi adolescente. Il suo sguardo è vivace nonostante sia circondato dall’artificiosità delle pareti di uno studio fotografico. Ha davanti a sé il più grande fotografo di moda della storia ed è come se stesse raccontando la sua giornata ad un amico d’infanzia.

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“PORTA CAPUANA” BY MARCELLO SANNINO

Article by: Fulvio Melito

Translation by: Melania Petricola

The door is a multi-symbolic element, a self-assured space between the inside and the outside, it is a limit, an obstacle or a symbol of welcome and transition, a symbol of change. Marcello Sannino, around 2010, decides to talk about Naples and he does it by putting at the centre of his project Porta Capuana; he does not know yet what will be the outcome of the film but what he has for sure is the idea to try to represent Naples and its several peculiarities. Faces, objects, social gatherings, music, screams and laughter; everything passes through that monument which has always been a symbol of transition towards the heart of the city.  Staying nearby you can admire the everyday life that changes but that at the same time, perpetuates the usual routine.

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“PORTA CAPUANA” DI MARCELLO SANNINO

La porta è un elemento multisimbolico, uno spazio franco fra il dentro e il fuori, un limite, un ostacolo, oppure un simbolo d’accoglienza e di transizione, di mutamento. Marcello Sannino, intorno al 2010, decide di raccontare Napoli e lo fa ponendo al centro del suo progetto Porta Capuana; non sa ancora di preciso quale sarà l’esito finale del film, ma ciò che ha per certo è l’idea di tentare di rappresentare Napoli e le sue svariate peculiarità. Volti, oggetti, momenti di aggregazione, musica, urla e risate; tutto passa da quel monumento che da sempre si erge come simbolo di transizione verso il cuore della città; restando nei suoi paraggi si può ammirare il tempo della quotidianità che muta, ma che, contemporaneamente, dente perpetua la solita routine.

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“THE FIRST MOTION OF THE IMMOVABLE” BY SEBASTIANO D’AYALA VALVA

Article by: Gianluca Tana

Translation by: Daniele Gianolio

A deafening music that dazes the listener while at the same time brings him to a far and remote place, a man who claimed to be guided by the Daevas in the composition of his lyrics and who spent his entire life in a psychiatric hospital, heavily stigmatized by the music scene of his own time. In short, Giacinto Scelsi appears to be a character taken out from the pages of a story by H. P. Lovercraft. The documentary by Sebastiano d’Ayala Valva, a descendant of the composer, succeeds in overcoming this damnation memoriae by portraying a man aware of his own means, a precursor of his time who, as often happens to the great visionaries, is not acknowledged by his contemporaries and thus, disdained. Continua la lettura di “THE FIRST MOTION OF THE IMMOVABLE” BY SEBASTIANO D’AYALA VALVA

“IL PRIMO MOTO DELL’IMMOBILE” DI SEBASTIANO D’AYALA VALVA

Un musica turbante che schiaccia l’ascoltatore e al contempo lo trasporta in un altrove lontano e remoto, un uomo che dichiarava di essere guidato nella composizione dai Daeva e che ha trascorso svariati anni della sua vita in un ospedale psichiatrico, criticato dalla scena musicale coeva. Giacinto Scelsi sembrerebbe un personaggio uscito dalle pagine di un racconto di H.P. Lovecraft, ma il documentario di Sebastiano d’Ayala Valva, discendente del compositore, riesce a superare questa damnatio memoriae mostrandoci un uomo conscio dei propri mezzi, un precursore dei tempi che, come spesso accade ai grandi visionari, non viene compreso e per questo rifiutato.   Continua la lettura di “IL PRIMO MOTO DELL’IMMOBILE” DI SEBASTIANO D’AYALA VALVA

“FIGURAS” BY EUGENIO CANEVARI

Article by: Beatrice Ceravolo

Translation by: Luca Bassani

“Do you like black and white films? No? Neither do I”. This is the question Valeria asks her mother Stella, and she does so in a documentary which is shot entirely in black and white. As stated by director Eugenio Canevari during his Q&A at Cinema Massimo, this film comes from an urgent need. After meeting Valeria and getting to know her difficult situation, Canevari felt that he had to do something for this family of three that was struggling with an ailment such as ALS, with no help from any institution whatsoever. The footage was collected through daily, thorough observation of Stella’s reality. Once a very dynamic woman, she ended up having to rely on her daughter and her boyfriend Paco, who also struggles with health issues, to help her in her daily life. Therefore, there was no script during the shooting: the director had to join different elements in order to create an accessible story for the audience.

In this sense, Canevari’s work is indeed praiseworthy: the director’s camera follows the three figuras discretely and respectfully, daring to show each and every part of this sickness without blaming the daughter, who finds it difficult to handle her mother’s profound change. The shots often reflect every character’s claustrophobia by showing the oppressive spaces inside Stella’s flat and enclosing them in frames which consist of doors, door frames and narrow hallways. The main narrative is also punctuated by the parties Valeria goes to in the evening, which represent the passing of days.

Stella cannot speak anymore, but her gentle and alert presence is audible as it is visible: Stella can be heard anywhere, with her breath, the tablet on which she continuously plays with interactive figuras of animals in order to keep her mind active, her loud western films, her old-fashioned songs and the Argentinian tango she dances with Paco, with the help of her medical walker. The overt choice of the black and white aesthetic fits this vision: Stella was living in another time and in another space, watching western films all day long, and Canevari managed to represent this distance through such technique.

The film does not dwell solely on the tragic aspects of the story, as explicitly wanted by the director, but it sometimes alternates impotence with humour, especially from Paco’s character. Canevari and Valeria stated that elements of fiction were added to the real facts in order to tell Stella’s story in the best way, considering that the film is dedicated to her.

At the end of the screening, some members of the audience went to hug Valeria and Canevari, who told them: “The film is for you”. And we thank him.

“FIGURAS” DI EUGENIO CANEVARI

“Ti piacciono i film in bianco e nero? No? A me nemmeno”: questa la domanda di Valeria a sua madre Stella, proprio in un documentario girato interamente in bianco e nero. Il film nasce, come riferito dal regista Eugenio Canevari, al Q&A presso il Cinema Massimo, da una forte esigenza: dopo aver conosciuto Valeria e la sua difficile situazione familiare, Canevari sentì il bisogno di fare qualcosa per tre persone che si stavano misurando con un male come la SLA sostanzialmente senza aiuti da parte di alcuna istituzione. Il materiale è stato raccolto grazie ad un’osservazione giornaliera ed a lungo termine della realtà di Stella, una donna un tempo molto attiva e poi costretta ad essere aiutata in ogni parte della sua vita quotidiana dalla figlia e dal compagno Paco, a sua volta afflitto da problemi di salute; non è dunque stato preparato alcun copione, mentre il compito del regista è stato di unire degli elementi per creare una storia accessibile per il pubblico.

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“IMPETUS” BY JENNIFER ALLEYN

Article by: Cristian Viteritti

Translated by: Giulia Maiorana

Impetus by Jennifer Alleyn is a hybrid film which combines typical expressive forms of documentary films, such as interviews, with fictional ways of narrating. The final product is a film full of storylines and timeframes that lead to a reflection on action and movement’s relevance and strength.

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“IMPETUS” DI JENNIFER ALLEYN

Impetus di Jennifer Alleyn è un film ibrido, che mescola alcune delle tipiche modalità espressive del documentario, come l’intervista, con i mezzi narrativi delle opere di finzione.  Il prodotto finale è un film ricco di intrecci e di linee temporali che terminano in una riflessione sull’importanza e la potenza del movimento, dell’azione.

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“Diorama” di Demetrio Giacomelli

Ogni giorno migliaia di persone si svegliano, prendono l’auto e si recano suoi posti di lavoro o allo stadio. Questa la nostra routine quotidiana, fatta di gesti compiuti senza pensarci, eppure intorno a noi c’è un mondo che continua il suo ciclo. Demetrio Giacomelli con il suo documentario Diorama ci racconta proprio questo mondo invisibile, che vive insieme e accanto a noi, nei nostri luoghi di lavoro o di svago e pure sotto le nostre automobili.

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“For Now” by Herman Asselberghs and “Le rêve de Nikolay” by Maria Karaguiozova

Versione inglese a cura del Master in Traduzione per il Cinema, la Televisione e l’Editoria Multimediale

Article by: Dario Grande

Translation by: Valeria Alfieri

Shown together in the “TFFdoc” section of the festival, For Now and Le rêve de Nikolay are two documentaries that – even though they are very different – share the theme of personal dreams and their way of coming true.

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“For Now” di Herman Asselberghs e “Le rêve de Nikolay” di Maria Karaguiozova

Proiettati insieme nella sezione “TFFdoc” del Festival, For Now e Le rêve di Nikolay sono due documentari che, seppur molto diversi tra loro, condividono il tema dei sogni personali e della loro realizzazione. Continua la lettura di “For Now” di Herman Asselberghs e “Le rêve de Nikolay” di Maria Karaguiozova

“I Used to Sleep on the Rooftop” by Angie Obeid

Versione inglese a cura del Master in Traduzione per il Cinema, la Televisione e l’Editoria Multimediale

Article by: Vanessa Mangiavacca

Translation by: Federica Franzosi

I Used to Sleep on the Rooftop is the first feature film by Angie Obeid, a young director from Lebanon. It is a deep piece of work on many levels: the movie camera moves indiscreetly inside the director’s own apartment (and it stays there during the whole movie), while she herself tells the audience Nuhad’s story. Nuhad lives in Damascus with her husband and their two sons (one of which is Angie’s friend). The sudden start of a war forces the woman to re-evaluate her life and to decide to leave.

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“I Used to Sleep on the Rooftop” di Angie Obeid

I Used to Sleep on the Rooftop è il primo lungometraggio realizzato da Angie Obeid, giovane regista di origine libanese. Un lavoro intimo su più livelli: la macchina da presa si muove indiscreta tra le mura dell’appartamento della stessa regista (e lì rimane per tutta la durata del film), la quale racconta attraverso i suoi occhi la storia di Nuhad. Nuhad vive a Damasco con il marito e due figli (uno dei quali amico di Angie): lo scoppio della guerra porta la donna a rivalutare la propria vita e prendere una scelta, quella di partire. Continua la lettura di “I Used to Sleep on the Rooftop” di Angie Obeid

“VA, TOTO!” BY PIERRE CRETON

Versione inglese a cura del Master in Traduzione per il Cinema, la Televisione e l’Editoria Multimediale

Article by: Lucia Grosso

Translation by: Melissa Borgnino

Va, Toto! follows the tale of Madeleine and her little pet boar; of Vincent and his relationship with monkeys, during his trip to India; and of Joseph who, by night, dreams relentlessly while attached to a breathing machine and, by day, takes care of about twenty cats. All these stories are narrated by Pierre, who wants to study the relationship between men and animals by making a film. Continua la lettura di “VA, TOTO!” BY PIERRE CRETON